A Cormons durante il festival può capitare che le emozioni sembrino non finire mai e non ti lascino nemmeno il tempo di elaborare la bellezza di un evento che subito ce n’è pronto un altro altrettanto memorabile.
L’appassionato non riesce mai a scegliere tra tante delizie, vorrebbe poter avere il dono dell’ubiquità per assistere contemporaneamente a questo o a quel concerto; e più grande è il suo desiderio, tanto aumenta la sua indecisione. L’associazione Controtempo da anni imbandisce menù musicali d’impareggiabile squisitezza e ad innaffiarli di delicati vini ci pensano le tante meravigliose aziende vinicole del Collio che partecipano all’iniziativa.
I golosi di jazz, dai bulimici che pur di riempirsi lo stomaco ascolterebbero di tutto fino ai raffinatissimi gourmet delle blue notes dalle “orecchie circoncise”, trovano davvero tanto pane e salame per i loro denti da farci una colossale indigestione. Tra tante portate, insomma, c’è solo l’imbarazzo della scelta.
La soluzione è semplice, si rimandano i problemi di digestione e di dieta a data da destinarsi e si assiste a tutto quanto è umanamente possibile a bocca e orecchie spalancate fino all’indigestione e anche oltre.
Dopo il trio di William Parker di cui dicevamo nella precedente recensione, passate poche ore, un gremitissimo teatro comunale di Cormons salutava James Brandon Lewis, quello che senza dubbio è il tenor sassofonista più dotato del jazz contemporaneo, accompagnato dal suo quartetto costituito da altrettanti fenomeni della musica dei nostri giorni.
Durante il primo brano si sono studiati, hanno preso le misure del teatro attraverso i suoni dei loro strumenti con il leader che ascoltava gli intrecci creati dagli altri divertendosi nell’esitazione e nel procrastinare il proprio intervento. Se ne stava accostato pensoso al piano, guardando alternativamente i suoi musicisti, decifrando e interpretando i loro rispettivi linguaggi, aspettando il momento giusto per tessere con i suoni la rete che li avrebbe uniti sinergicamente in una creazione sonora che ha pochi paragoni per quanto riguarda simili formazioni e naturalmente, in questo caso viene in mente l’inarrivabile quartetto classico di John Coltrane.







James Brandon Lewis Quartet-Abstraction is deliverance: Chad Taylor (batteria) Brad Jones (basso) Aruàn Ortiz: piano) James Brandon Lewis (Sax tenore)
Poco prima dell’esibizione, un annunciato fortunale si abbatteva sulla placida cittadina del Collio friulano tanto che il teatro comunale dove si svolgeva il concerto sembrava ondeggiare sotto la sferza del vento e della tempesta.
Un rombo cupo di tuoni ha fatto da sottofondo a tutta l’esibizione, rendendola ancora più affascinante e facendo correre lungo la schiena degli spettatori qualche brividino anche se in platea, per contrappasso, sembrava di stare in una sauna finlandese.
Non si sa bene perchè, ma è di pramatica che ogni concerto o evento che sia, obbligatoriamenete prevede un cappello introduttivo di un qualche presentatore. Jazz & Wine of Peace non è diverso in questo dagli altri e anche alla sua 28 edizione il nuovo presidente dell’ass. Controtempo Oscar Duiz, il direttore artistico Enrico Bettinello hanno condiviso brevemente il palco con il sindaco di Cormòns per i saluti istituzionali.
Quest’ultimo tra le canoniche frasi di rito ne ha dette alcune che sono risultate assolutamente sensate sulla tremenda sete di Pace e di Giustizia che secca le nostre gole e riempie i nostri occhi di lacrime da ormai troppo tempo. Ha ragione da vendere.
Brandon Lewis è l’artista dell’anno 2025 per la rivista americana “Downbeat” e gli elogi se li merita tutti anche perchè alle incredibili doti tecniche e strumentali unisce una grandissima sensibilità e umanità.
A confermare queste sue doti d’empatia, prima dell’esibizione di Cormòns ha avuto la delicatezza di dedicare la sua musica a Mauro Bardusco, storico e rimpianto direttore del festival, che stimava e conosceva.
Brandon Lewis ha una voce flautata e gentile, esattamente il contrario della voce del suo strumento. E’ un omone che come approccio al suo strumento ne fa venire in mente subito un altro del passato, quel certo Coltrane che gli appassionati sognano ogni notte.
Sulla rivista Music jazz troviamo le seguenti considerazioni:
“Il suono del sassofonista esprime una forte storicizzazione, nella quale tutte le influenze e le fonti di ispirazioni si trovano ben chiare e amalgamate, ma nello stesso momento, pur in questa manifesta classicità, lo spunto e l’impronta della autorialità di Lewis – la sua personale visione – non mancano mai. Il gruppo non è da meno – del resto formato da musicisti non soltanto affiatati, ma anche titolari di un riconosciuto magistero – confermandosi come uno dei quartetti più interessanti in circolazione: ad Ortiz, tuttavia, sentiamo di dover tributare un riconoscimento particolare (Sandro Cerini).
Ma la musica di Brandon Lewis non ha bisogno in realtà di troppi paragoni; soprattutto in un quartetto classico, esprime un sound del tutto unico e peculiare. E’ grande musica per pensare che quasi non ritiene di dover creare immagini per farsi cogliere. E’ pura astrazione fatta di luci e colori che si legano e lasciano, dilatando e contraendo il tempo scolpito dai suoni.
L’ambiente per lo più urbano nel quale si muovono evoca situazioni sospese, atmosfere che ricordano i momenti non figurativi della pittura di Edward Hopper: luci stradali dall’altra parte della via in una notte piovosa, chiarore che filtra da sotto una porta; la piena luce estiva che splende da una finestra sul mare.
Come dicevamo, Brandon Lewis come leader non è per nulla invadente e lascia grande spazio ai suoi musicisti.
Quando interviene i suoi assolo sono lunghi e autorevoli, meditati senza però essere mai troppo irruenti o rabbiosi. I riff sono perfettamente cantabili e progressivamente si complicano per poi tornare nella forma iniziale. Alla sua musica ci si può abbandonare anche senza cercare di capire, ci si può liberamente far trasportare da quel fiume di note come se il tempo e la miseria reale della nostra esistenza non fossero simili a quelli di una farfalla che si consuma sbattendo le ali contro i vetri della sua ultima finestra.
Da anni teorizza e mette in pratica un suo personalissimo metodo di improvvisazione che ha chiamato: “Molecular Systematic Music”, che deve comunque molto all’esperienza dell’armolodia di Ornette Coleman. Come dice sempre Musica Jazz: “Una forza quieta e irresistibile, calata in una dimensione di colloquiale intimità…un senso di intensità rara che, insieme alla dimensione di esaltazione melodica di molte delle composizioni e alla palpabile libertà nell’interazione dei musicisti, fa sembrare tutto molto semplice, riuscendo a stemperare anche i momenti più ripidi”.
Essenziali alla riuscita della “Musica Sistematica Molecolare” sono anche i musicisti che circondano Brandon-Lewis. Fantastico il batterista Chad Taylor, con il suo continuo, nervoso e irruento drumming, si scatena in assolo inarrivabili dove suona le sue pelli perfino con i gomiti. Il contrabbasso di Brad Jones tesse le sue traiettorie con in sottofondo il rumore di uno sparo. E’ tutto un immaginifico sogno fatto di note gravi e ruvide emozioni.
Brandon-Lewis sa anche essere selvaggio e abrasivo con teorie di suoni che sembrano a volte lanciate oltre i limiti delle possibilità dello stesso strumento. Non ci sono compromessi, nemmeno nelle ballad avvolgenti e calde.
La musica del quartetto è costante concentrazione, dedizione, solennità e astrazione, ma come dice lui: il concerto non è un “Conservative dinner party, potete ballare, fischiare, urlare, applaudire apprezziamo la vostra energia”.
Con queste premesse è chiaro che alcuni brani sono stati urlati con quella che sembrava non essere più disperazione, ma incontenibile gioia.
E’ stato tutto un lunghissimo, forsennato set in cui i brani si sono susseguiti senza alcuna tregua, attentissimo e composto il pianista…un fiume in piena.
I quattro non giocano, non fanno i gigioni e non fanno prigionieri , però si divertono e ridono in fondo, in fondo agli occhi di lei.
Alcuni dei brani presentati erano tratti dal recente “Apple Cores” (2025) “Il titolo richiama la rubrica di musica e cultura afroamericana che Amiri Baraka curava per DownBeat negli anni ’60, ma l’album respira con il fiato libero di DonCherry. Lewis smonta e riassembla il linguaggio del trombettista, giocando con i titoli dei brani come criptogrammi che ne evocano la traiettoria musicale”. Sono questi i maestri riconosciuti di James Brandon Lewis.
William Parker e Don Cherry hanno collaborato attivamente tra il 1978 e il 1995 e come dicevamo il contrabbassista ha a lungo sostenuto ritmicamente i readings poetici di Amiri Baraka.
Tutto torna in un circolo virtuoso nel quale la memoria ancestrale dell’Africa si tocca attraverso la musica con le infinite distese.
Non poteva mancare una bicchierata finale sul palco con il vino della Pace. Evviva il Jazz e alla salute di tutti noi, ne abbiamo proprio bisogno.
Flaviano Bosco / instArt 2025 ©