Come scrive giustamente l’entusiasta ufficio stampa del festival: “Questa 28ma edizione ha registrato un totale di 7.500 presenze fra concerti, jazz & taste, dj set e altri eventi collaterali, un bel successo di cui siamo naturalmente soddisfatti e grati. C’è davvero da esserne felici visto che “su 17 concerti ben 14 sono andati sold out, oltre a tutti i Jazz & Taste”.
“Sono davvero soddisfatto di queste intense giornate” dice il direttore artistico Enrico Bettinello ” e che la musica sia riuscita a unire in modo intenso e spesso anche emozionante persone di generazioni e geografie differenti. È nel dna del jazz, è nel dna del vino e anche nel dna di queste terre e la risposta del pubblico ne è la conferma”
Elenco sold out, Zerorchestra, Najssam Jalal, William Parker, James Brandon Lewis, Valentina Fin, The Necks, Nubya Garcia, Tania Giannouli, Anais Drago, Y-Otis, Calibro 35, Knobil, Rosa Brunello, Argirò”
Dopo aver “dato i numeri” è il caso di spendere più di qualche parola su un evento, anzi due, che hanno davvero mandato fuori di testa gli appassionati, facendogli vivere emozioni irripetibili.
Alcune volte le esperienze musicali che possiamo fare durante i concerti sono talmente profonde e uniche che anche al critico più navigato mancano le parole.
Come ha sostenuto William Parker durante la sua esibizione: “Succede che a volte non siano i musicisti a suonare, ma la stessa musica nella sua essenza a palesarsi. E’ lo spirito che nutre tutte le cose a far vibrare gli strumenti e a diventare la loro voce. La musa si manifesta e svela la propria presenza, riempiendo i cuori di una gioia incontenibile.”








William Parker Heart Trio: Hamid Drake: (Frame drum, drums) Cooper-Moore (Ashimba, hoe-handle harp) William Parker (doson ngoni, shakuhachi, bass duduk, Serbian flute in F#, ney flute
La sala della splendida, sontuosa Villa Attems di Lucinico (GO) era decisamente stipata e piena come un uovo, tanto da sfiorare l’overbooking. Un nome come quello in testa al cartellone poteva tenere insieme un festival intero. William Parker è stato definito dalla prestigiosa rivista Downbeat “uno dei contrabbassisti e band leaders più spericolati e influenti del Jazz” in senso assoluto e non è un modo di dire.
Alcuni fortunati nella nostra regione lo ricordano accompagnare le ruvide illuminazioni poetiche di Amiri Baraka in un concerto indimenticabile nel luglio 2008 a Udine per quello che può essere considerato uno degli eventi musicalmente e culturalmente più importanti di sempre che si siano tenuti nel nostro territorio.
Prima dell’esibizione di Lucinico, il nobile, azzimato erede della casata che possiede la magione ospitante ha voluto esprimere con grande eleganza il proprio benvenuto e la sua allegrezza per l’evento in perfetto tedesco e con accento viennese. Un uomo d’altri tempi, in un luogo incantato e sospeso.
Nell’occasione, è stato consegnato proprio a William Parker il primo premio alla memoria Mauro Bardusco, storico direttore del festival, che vuole celebrare l’essenza spirituale della musica in tutte le sue forme e non poteva esserci musicista migliore per cominciare quella che si auspica una lunga serie di riconoscimenti.
Il premio è un manufatto in legno dalla ditta Wood di Trieste e riproduce il logo del festival in quella che da lontano sembra una casetta per uccellini: “Where somebody shines the light/I’ll be coming on home tonight Bye Bye BlackBird”.
Il trio di Parker per l’occasione ha spinto la propria creatività alla ricerca di quei suoni ancestrali da cui tutto è iniziato. La ricerca dell’origine, lo sappiamo bene, è un mito culturale, una chimera, ma per quanto riguarda la musica dei neri americani è anche una vera e propria questione di identità. Trovare quella singola nota che ha creato il nostro mondo e il nostro tempo è una questione totalmente ontologica che supera ogni semplice intonazione o fenomeno relativo esclusivamente al dato tecnico. La musica in se è un’astrazione, una sublimazione e tende all’assoluta trascendenza. Non vi sono più limiti culturali, temporali, sociali.
Hamid Drake, non serve nemmeno dirlo, è uno dei percussionisti più attivi e apprezzati del jazz contemporaneo. E’ nota la sua passione per i ritmi e le tradizioni caraibiche, africane e orientali; tra gli incontri artistici ed umani decisivi per la sua carriera è stata di certo quella con l’eclettico trombettista Don Cherry con il quale ebbe un lungo sodalizio e vedremo quanto la sua opera sarà decisiva per le cose che andiamo dicendo in questa recensione.
Il trio ha fatto uso di molti strumenti africani ancestrali ricostruiti perchè la memoria dell’uomo è fatta anche di suoni prodotti attraverso oggetti che diventano prima pratica di musica materica e visuale che ti trasporta nel tempo, e solo in seguito estetica e teoria.
E’ questa la dimensione che Cooper-Moore esplora da sempre nella sua musica. A partire dai primi anni Settanta, l’autocostruzione di strumenti musicali è stata la cifra della sua poetica; tra i primissimi frutti della sua manualità un Ashimba, xilofono africano costruito con legno di scarto esattamente come facevano i suoi antenati africani portati in catene in America. A Lucinico ha suonato molte delle sue creazioni che riproducono proprio gli strumenti degli schiavi che, andando a memoria, ricreavano, con quello che trovavano tra gli scarti, percussioni, cordofoni e fiati originari che avevano dovuto lasciare in Africa.
Tutti gli strumenti catalogati come “Down home” (letteralmente “casalinghi”) gli One string Diddley bow, le cigar box guitars, i pettini con la carta igienica, i cucchiai, le washboard, i flauti di canna e la miriade di percussioni, dalle pentole ai bidoni, che fanno parte di quell’universo di suoni non convenzionali e non canonici che veramente possono darci una prospettiva diversa e più autentica sulla nostra realtà.
Bizzarre percussioni, essenziali strumenti a due corde come chitarre blues e in un attimo, i tre straordinari musicisti hanno spiegato, senza troppe chiacchiere, il nesso tra l’Africa e il Mississippi con lo stile strumy grezzo e rurale con pattern ritmici come lo shuffle mentre Drake vocalizzava. La loro non è semplice ricerca musicale etno musicologia come si diceva una volta questi sono i suoni di ciò che sarà perchè non fu mai
Il processo di costruzione dei suoi strumenti con materiale povero e senza nessuna “sofisticheria” serve dichiaratamente a Cooper-Moore a cercare quanto più è possibile di ricreare non solo i suoni tradizionali ma anche il loro spirito.
Parker ha suonato anche un oboe africano, molto simile ad una ciaramella italiana e a tutte le altre ance doppie arcaiche del mondo. In mezzo a vari flauti, un altro strumento autocostruito aveva per campana un corno bovino che suonava come un clarinetto basso.
Nei tre non c’è niente di folklorico nell’approccio, non è una rimemorazione o una nostalgica celebrazione di un patrimonio perduto nel tempo. Il trio conosce il futuro della musica e, come cosmonauta del jazz, ce lo riporta al presente, celebrandolo in una luce che sa di liturgia che unisce gli antichi sciamani e Griots ai cavalieri delle epoche future.
E’ il cuore sempre giovane e fecondo di una tradizione millenaria che precede di gran lunga la Diaspora e tutta la storia della musica afroamericana che ha le radici ben piantate in ciò che deve ancora essere.
Molti studiosi della diaspora africana si dicono convinti che il dramma della schiavitù non fa parte della cultura africana; è stato solo un tentativo malriuscito di eradicarla che ha generato dal proprio ceppo nuovi virgulti e nuove gemme.
Mentre Drake scomponeva il suono della batteria, Parker continuava ad aggiungere alle emozioni il suono di un flauto giapponese Shakuhaci dalle suadenti fragranze orientali. Allo stesso tempo invece Cooper Moore con l’archetto faceva vibrare uno strumento a corda autocostruito che riproduceva il suono di un contrabbasso (Una sorta di Diddley Bow).
Il pezzo nel quale i tre erano impegnati diventava, nel suo complesso, sempre più furibondo e carico di energia, allo stesso tempo i musicisti erano ipnotici, sciamanici e sembravano posseduti da qualche divinità ancestrale e non è un modo di dire.
I brani erano lunghe suite free form che rappresentavano un viaggio in un mondo dove la migrazione è una condizione permanente e non una costrizione. Anticamente ci si metteva in viaggio per completare se stessi, per cercare la propria dimensione esistenziale, per l’ardore di “divenir del mondo esperto, de li vizi umani e del valore” (Inf, canto XXVI).
Migrare, in questo senso, significa conoscere, apprendere, contaminarsi, incontrare, scambiare e soprattutto ascoltare.
Il trio di William Parker ha invitato i fortunati presenti a Villa Attems a fare proprio questo: ascoltare la voce dei secoli nella quale vibra il suono originario dal quale ha preso vita questa parte di universo.
Per questo in principio non era la Parola, non era il Verbo, in principio era il Suono e, senza dubbio, di una scala pentatonica.
Basta che Drake acceleri un po’ il ritmo ed è subito Rock’n’Roll e poi basta un attimo e si scivola danzando verso una free form per finire con le suggestioni giapponesi del flauto di bambù.
“How does’ it feel …Love is here today, Love and compassion are here to stay” hanno cantato tutti insieme.
Cooper-Moore suona un archetto con la bocca che fa da cassa armonica con effetto “Marranzano”, scacciapensieri siciliano.
I suoni più incredibili appartengono all’Africa. Parker salmodia in inglese, ma in un modo che sembra canti in un’antica lingua sciamanica africana…“in questa esperienza musicale la musica passa attraverso di noi”… ultimo brano: “Love, Peace and Perfection Trough all Creation”.
Drake, con tamburo a cornice, conclude cantando in una lingua africana, un vero e proprio rituale apotropaico che, se non ha reso tutti migliori, ha saputo mostrare la via per esserlo e tutto L’Amore Supremo necessario.
Nell’epocale studio di Eileen Southern, “La musica dei neri americani dai canti degli schiavi ai Public Enemy”, si riportano alcune considerazioni tratte dal diario del famoso viaggiatore Edward Bowdich (Mission from Cape Coast Castle to Ashantee, London 1819).
“I cordofoni più comuni più comuni erano liuti o fidule, arpe o lire, salteri e un semplice arco musicale che pare esistesse solo in Africa. Bowdich descrive questo arco musicale, chiamato bentwa, come […] un bastoncino piegato ad arco da una corda di giunco tesa, che viene tenuta fra le labbra a un’estremità e percossa con una piccola bacchetta, mentre all’altra estremità viene occasionalmente stoppata o percossa con una grossa bacchetta; con questo strumento, dal quale si ottengono vari suoni con le labbra, vengono suonate solo arie vivaci” (pag. 28)
(Continua)
© Flaviano Bosco per instArt