Mentre la campagna abbonamenti per la prossima stagione 2025/2026 è già ben avviata e anzi sembra di cominciare a sentire in lontananza le prime note de “Il barbiere di Siviglia” sulle quali si solleverà nuovamente il sipario del teatro Verdi, gustiamoci ancora per un po’ le delizie che ci sono state riservate nei mesi scorsi. Mentre all’orizzonte il brontolio della calunnia e del caso Venezi semina vento e promette tempesta, una ricapitolazione, anche se rapida, può far scaturire nuovamente quel sentimento misto di nostalgia e desiderio che il bel canto spesso coltiva.

Il Trittico di Giacomo Puccini. (replica del 01/03/2025)

Del cartellone 2024/2025 è stata l’opera forse più attesa e riuscita. L’eccezionale, luciferino allestimento, per quanto riguarda scenografie, costumi, coreografie, luci e proiezioni, ha contribuito decisamente a rendere la magnifica, dolente opera del maestro di Torre del Lago ancora più efficace a livello spettacolare.

E poco male se il Gianni Schicchi con i suoi temi danteschi ha monopolizzato tutte le altre ambientazioni in un’ideale riproposizione delle tre cantiche dantesche. La chiatta sulla quale si svolge la tragedia di Giorgetta e del suo amante, grazie alla lugubre messa in scena di Pier Francesco Maestrini, si è trasformata nella fatale nave di Caronte che trasporta il proprio carico di anime dannate, in un’atmosfera cupa e plumbea senza un attimo di tregua, condotta inesorabilmente ad un epilogo tragico annunciato da ogni nota e da ogni immagine.

Canta mesto il giovane Luigi: “Tutto è conteso, tutto ci è rapito. La giornata è già buia alla mattina! Hai ben ragione: Meglio non pensare, piegare il capo ed incurvare la schiena”.

Il mantello di Michele che nel finale nasconde l’orribile delitto appare come le grandi ali di pipistrello di un diavolo di Malebolge. Davvero splendidi i costumi di Stefania Scaraggi.

Straordinariamente efficace Giuseppe Altomare nei panni di marito tradito, uomo senza alcun futuro e totalmente anaffettivo. Nel complesso può sembrare narrativamente solo una storia di desiderio, gelosia e coltello come tante con qualche retrogusto di melassa; in realtà è tutt’altro. E’ un dramma universale sulla frustrazione e sul male di vivere che riguarda ognuno di noi.

Come molto spesso succede nell’immaginario pucciniano, anche nella più disperata tragedia non manca mai un raggio di sole o una speranza che spesso si esprime nel desiderio più o meno velleitario di qualcuno dei personaggi di recuperare o inventarsi un luogo idilliaco quasi edenico da contrapporre alla grigia pesantezza dello stato presente.

Ne “Il Tabarro”, il personaggio della Frugola: “Ho sognato una casetta con un piccolo orticello. Quattro muri, stretta stretta, e due pini per ombrello. Il mio vecchio steso al sole, ai miei piedi Caporale, aspettar così la morte ch’è il rimedio d’ogni male”.

In “Turandot” invece Ping canta: “Ho una casa nell’Honan con il suo laghetto blù, tutto cinto di bambù. E sto qui a dissiparmi la mia vita a stillarmi il cervel sui libri sacri…e potrei tornar laggiù”.

Puccini esprimeva in questo modo la sua inesauribile voglia di stare nella natura ad occuparsi di quelle cose che più deliziavano il suo animo: la caccia, la buona tavola, la convivialità e la vita semplice del suo lago di Massaciucoli.

Ispira una deserta solitudine e angoscia la vicenda di “Suor Angelica”, seconda parte del trittico, che si apre con le monache alle prese con la desolazione dei loro giorni tutti uguali che si reggono sulle loro ossessioni e sui lontani, deformati ricordi del secolo.

La messa in scena di Trieste tutta virata al nero ha in qualche modo messo in secondo piano tutti i comprimari quasi che si trattasse di semplici ornamenti e non dell’humus dal quale germinano le vicende.

La pace di Angelica viene turbata dal ritorno del proprio passato, il figlio della colpa che l’ha costretta a prendere i voti è morto e nessun equilibrio esistenziale potrà mai essere ricostruito. Le preghiere e i lamenti della monaca vengono sentiti dalle donne in alto, da quelle che “vogliono quello che possono”. Davvero emozionante l’assunzione in cielo della suora e del figlioletto. Emozionante il cast tutto al femminile come di prammatica, su tutti naturalmente la soprano, Marta Torbidoni.

Violenta e sanguinolenta la messa in scena della vicenda del falsario “Gianni Schicchi” che chiude la trilogia cui fornisce antico materiale narrativo sia la Commedia dantesca, sia il Decameron di Boccaccio.

Ai toni sadico-grotteschi presenti nell’opera pucciniana la sapiente regia di Maestrini ha saputo unire quelli ironici e comici che completano una rappresentazione che ha troppo di tutto ma che non guasta mai. Eccessive le scenografie di Nicolas Boni con un groviglio di dannati nudi coperti di fango a interagire con le grandi proiezioni di paesaggi infernali, i movimenti sempre eccessivi e sguaiati. Il diavolo, si sa, fa le pentole ma non i coperchi e tutto prima o dopo finisce per trabordare, ma in questo caso va proprio bene così. Nel mondo tutto è burla dice un’aria verdiana, ed è proprio così…tragicamente. Ottima la prestazione, anche in questo caso del tenore Giuseppe Altomare. Delizioso il siparietto con il venditore di canzonette e il suo organetto stonato, il genio di Puccini sempre in dialogo con la cultura folklorica e popolare, il ricordo delle osterie che frequentava e del suo club La Bohème in un capanno da pesca a Torre del Lago.

L’olandese Volante di Richard Wagner (replica del 22/03/2025)

Al contrario del trittico pucciniano la messa in scena triestina del opera giovanile del compositore tedesco ha risentito negativamente della scenografia e dei costumi da recita scolastica. Se a questo aggiungiamo una regia del tutto inefficace e movimenti di scena da “teatro dei pupi siciliani” il disastro è servito.

Davvero incomprensibile e caotico lo spettacolo concepito da Henning Brockhaus, suoi anche scene e costumi insieme a Giancarlo Colis, tra proiezioni magniloquenti, folle incontenibili sul palco, costumi aborracciati alla bell’e meglio, coreografie di Valentina Escobar davvero imbarazzanti e puerili come quelle dell’ouverture con i ballerini con le mutande della nonna.

A salvare il guazzabuglio di trovate sempre sopra le righe, non giova nemmeno la prua della nave dell’olandese che squarcia il fondale e approda sul palcoscenico dalle quinte, una vera e propria smargiassata da circo equestre.

Naturalmente, a salvare la faccia l’ottima interpretazione vocale degli interpreti (Lars Fosser che da voce ad un potente Olandese e Claire De Monteil affascinante Senta), così come quella dell’orchestra con il vento in poppa e le vele spiegate guidata dal Maestro Enrico Calesso, amatissimo al Verdi con pieno diritto.

Quello che è risultato assolutamente evidente è stato il netto scollamento tra la parte musicale dello spettacolo e quella della vera e propria messa in scena sempre sguaiata e a briglia sciolta. Evidentemente la regia di Brockhaus cercava di aprire le proprie prospettive mentre la direzione d’orchestra andava nella direzione opposta. Alle vere e proprie ossessioni per la rappresentazione della morte si contrapponevano rappresentazioni più canoniche della nostalgia d’amore e dell’amore cortese, senza che fosse possibile comprenderne la vera e propria prospettiva interpretativa.

Anche nelle sue rappresentazioni artistiche più alte e raffinate al teatro triestino sembra mancare una direzione artistica davvero capace di costruire un orizzonte preciso in grado di contenere e dare continuità alle opere rappresentate che, naturalmente, possono essere anche slegate tra loro per significati, ma che dovrebbero avere un filo conduttore che dia un senso alla stagione, che altrimenti dovrebbe essere chiamata più comunemente rassegna.

Rigoletto di Giuseppe Verdi (replica del 18/05/2025)

Ora mi guarda, o mondo…Quest’è un buffone, ed è un potente questo. Ei sta sotto i miei piedi!…E desso! Oh gioia! E giunta al fin la tua vendetta, o duolo!…Sia l’onda a lui sepolcro. Un sacco il suo lenzuolo…All’onda! All’onda!…Qual voce!…illusion notturna è questa! No!…No!…egli è desso…è desso!…Maledizione! Olà…dimon bandito?…Chi è mai, chi è qui in sua vece?Io tremo…E’ umano corpo!

Nottetempo, nella suburra vicino al fiume, il torvo Rigoletto crede di avere il cadavere del duca di Mantova nel sacco. Glielo ha consegnato Sparafucile, un assassino prezzolato che ha agito su sua commissione. Col favore delle tenebre il buffone di corte vuole compiere la propria vendetta. Il duca aveva forzato la virtù di sua figlia Gilda sbeffeggiandolo di fronte a tutta la corte.

Per di più la ragazza, più bella che intelligente, si è anche innamorata del nobile stupratore, così finisce per intromettersi nel piano di vendetta del padre sostituendosi al libertino, salvando la sua sozza vita e rimettendoci la propria.

Rigoletto è un personaggio davvero sfaccettato e contraddittorio che vive in un ambiente senza redenzione, fosco e spietato. L’intenzione e le motivazioni per la sua messa in scena da parte del compositore di Busseto sono certo stratificate e si possono leggere da più di una prospettiva.

Di certo è un personaggio centrale in quella sorta di “Commedia umana” nazionale che vede una teoria di caratteri, situazioni e vicende sulle quali si è modellato il carattere nazionale italiano, che, ammesso che esista davvero, ha nel melodramma e proprio nei buffoni verdiani la propria essenza.

Di grande impatto la messa in scena del Verdi diretta da Daniel Oren, con mano ferma e senza i gesti plateali e le partiture canticchiate come in prova cui il Maestro ci ha abituato. Molto convincente la prova del baritono coreano Youngjun Park, il suo è stato un Rigoletto dolente e vinto, che fatica a vivere, con un’esistenza che continua a negargli tutto e che lo trascina sempre più giù verso il fiume dell’eterna angoscia, del rimorso e dell’eterna sconfitta. Il personaggio di Park esprime un dolore composto del tutto anticonvenzionale, niente di più inconsueto e non deve essere stato per nulla un gioco reinventare, anche se non in modo del tutto radicale, un carattere considerato quasi un canone.

Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti (replica 27/04/2025)

La follia d’amore è un tema classico del primo romanticismo cui il dramma gotico messo in musica da Donizetti appartiene pienamente. Il romanzo di Walter Scott, da cui è stato tratto il libretto, di certo garantisce atmosfere sufficientemente scure sulle quali si stagliano le cupe fiamme accecanti della tragedia. Le eroine femminili solitamente sono personaggi secondari e passivi che subiscono più che infliggere. Donizetti con quest’opera epocale stabilì il canone del melodramma romantico. Lucia incarna perfettamente il principio femminile, materno e accogliente in netto contrasto con quello maschile che riconosce solamente la forza delle armi e la vendetta. L’animo fermo ma gentile di Lucia non accetta i soprusi degli uomini che non tengono nel minimo conto la sua particolare sensibilità.

Nel suo caso la follia deve essere intesa come verità senza ritorno, quasi che Lucia fosse paragonabile al principe di Danimarca di Shakespeare che, con la sua pazzia, svela le trame di corte, sovvertendo il potere e il senso comune. I personaggi sembrano incatenati alla loro funzione in una società chiusa e immutabile nella quale nessuno ha la libertà di decidere del proprio destino che inesorabile li sovrasta.

Il libretto di sala contiene un ottimo saggio di Francesco Bernasconi che a questo proposito dice: “…La tragedia avanza inarrestabile. Si ha l’impressione che i personaggi non abbiano alternative, non possano agire diversamente, e che siano poco più che marionette nelle mani del loro destino crudele, come figurine che a turno si agitano sanguinosamente sulla scacchiera delle loro relazioni reciproche. …

Vediamo i personaggi commentare, ma non agire, ed è come se non potessero fare nulla per modificare la situazione senza vie d’uscita nella quale si trovano…La forma shematizzata, stilizzata e ripetitiva crea un’atmosfera di ossessività tragica, che ci fa lentamente sprofondare nello sconvolgimento della mente di Lucia. Con il procedere dell’opera siamo anche noi trascinati con lei nell’abisso, e viviamo la scena della pazzia, alla fine come una liberazione.”

Il grande pregio della regia di Bruno Berger-Gorski, delle scene di Castanon e dei costumi di Martin è proprio di saper rendere e mantenere per tutta la rappresentazione un’atmosfera oppressiva, scura di ineluttabilità contro la quale sembrano spiccare ancor di più le ardite spericolatezze vocali della protagonista interpretata nell’occasione dalla soprano russa Aigul Khismatullina.

Daniel Oren ha offerto una direzione sobria e precisa in perfetta sintonia con gli orchestrali e con il coro.

Candide di Leonard Bernstein. (14/06/2025)

Luminoso allestimento dell’altrettanto straordinaria opera del compositore americano. Ha funzionato tutto, dall’adattamento della scenografia alla regia, dai cantanti all’orchestra in uno spettacolo che nonostante la complessità è stato perfettamente equilibrato.

Quella che si dice una messa in scena corale in grado di tener desta l’attenzione del pubblico per tutta la durata. Un plauso alla regia che ha scelto di ambientare tutto in una fantomatica Westafalia universitas regalando coerenza scenica e d’azione alla narrazione che altrimenti sarebbe potuta apparire troppo dispersiva.

Quattro colpi di timpani fanno scivolare in un’ouverture che più allegra non poteva essere, veloce, stimolante, cinematografica.

Tra fiati brillanti e percussioni scintillanti, la scena si apre su un enorme ambiente universitario dove i personaggi si scontrano e si avvicendano, in quello che originariamente sono le sale del castello di Thunder ten Tronk, il palazzo più imponente di tutta la Westfalia nel quale vivono felici quattro giovani tra i quali Candide “con la purezza che gli traspare dagli occhi”.

Illuso e giulivo il giovane canta così: “La vita è davvero felicità, Puledre da cavalcare e libri da leggere. Anche se non son nato nobile, sono contento della mia sorte, anche se non ho tratti distintivi e non ho una madre ufficiale, amo tutti i miei simili ed essi si amano tra loro.”

Gli altri giovani Paquette, Cunegonde e Maximilian esprimono la stessa soddisfazione: “Abbiamo tutto quello che ci serve, la vita qui è davvero felicità”.

E’ stato il loro precettore ad insegnargli l’essenza dell’esistenza da colui che tutto conosce, il prof. Pangloss (colui che capisce tutte le lingue del mondo). Sappiamo bene che sotto la maschera di Pangloss si cela il filosofo Leibeniz ferocemente criticato da Voltaire per la sua teoria sull’assoluta perfezione di ciò che è.

Ragione sufficiente, causa-effetto, tutto è stato fatto per il migliore dei motivi possibili, tutto è giusto e buono: il naso per gli occhiali, le gambe per i pantaloni. Se questo è l’unico mondo possibile e il migliore, ne consegue che anche noi siamo le persone migliori possibile.

Le avventure del suo ingenuo protagonista provano che le cose non stanno proprio così e che il nostro non è assolutamente il migliore dei mondi possibili.

Candide è veramente uno sprovveduto e la sua promessa sposa, al contrario è furba come una volpe; Cunegonda sogna ricchezza e sfarzo e mentre lui amore dolce e povero.

Quando Bernstein concepì quest’opera/operetta/musical era in pieno corso la caccia alle streghe contro i comunisti da parte del governatore McCarty, la terra della democrazia era precipitata in quello che sembrava la voragine più nera della sua storia.

In quegli anni il regime di Aphrtheid nei confronti degli afro americani era un modello, la Guerra fredda permetteva un controllo sociale e politico delle masse che nemmeno George Orwell, il conflitto mondiale nucleare era nell’aria e l’anticomunismo una bandiera.

Il pensiero capitalista e consumista sembrava l’unico orizzonte possibile per l’umanità e soprattutto per il corrotto occidente. Così come Voltaire con il suo ingenuo personaggio si prendeva gioco dell’opera omnipervasiva del matematico senza finestre Leibenitz, Bernstein poteva mettere alla berlina i vizi nemmeno troppo celati del paese di Donald Duck e del suo Money Bin (Paperone e il suo Deposito).

Oggi al posto del tronfio, ma simpatico papero abbiamo The Donald che simpatico non lo è mai stato e che ora crede che l’arroganza del suo potere sia la carta vintente da giocare a colpi di cannone su tutti i tavoli dell’enorme sala giochi nella quale quelli come lui credono di aver trasformato il mondo.

Che questo sia il migliore dei mondi possibili ormai non ci crede più nessuno, ma sono molti a credere però che non vi sia alcuna alternativa al brutale sistema economico capitalistico che affama la maggior parte dell’umanità per rendere obesi una ristretta minoranza di paperoni i quali, per riempire i loro depositi, non esitano a violare anche il più elementare dei diritti umani.

Non siamo puri, né saggi, né buoni; faremo del nostro meglio, costruiremo la nostra casa, taglieremo la legna, e coltiveremo il nostro giardino…e coltiverem

Dopo queste grandi parole di speranza che ci vengono da Francois-Marie Arouet “Voltaire”, una delle voci che hanno costruito il nostro futuro in quanto a valori e prospettive di cittadinanza e fratellanza è il caso che prima di salutarci ritorniamo con i piedi sulla terra.

In queste ultime settimane infuria la polemica per le note miserrime vicende del Gran Teatro La Fenice e del suo nuovo direttore che dicono moltissimo dello stato della cultura nel nostro altrettanto miserabile paese.

Per non essere accusati di prendere una parte invece di un’altra, apparentemente parleremo d’altro e poi ognuno dei lettori facendo i debiti paragoni sarà in grado di trarre le proprie conclusioni.

Uno dei più grandi direttori d’orchestra dei nostri giorni è il sudcoreano Chung Myung Whun, classe 1953. Nel numero 232 del settembre 2016 del mensile Classic Voice, rispondendo ad un’intervista, raccontava un po’ di se: “Appena arrivato a Parigi a 36 anni, non parlavo francese e non avevo mai diretto un’opera francese nella mia vita. Ero stato nominato Direttore Musicale dell’Opéra di Parigi”.

In quella stessa sua prima stagione, pochi mesi dopo, diresse il “Quator pour la fin du temps” di Olivier Messiaen, non sapeva della presenza in sala del compositore che in seguito gli confessò: “Oh, questa è la migliore esecuzione di questo quartetto che io abbia mai sentito!”

Il Maestro Chung, per quanto riguarda il suo lavoro e i rapporti con l’orchestra del teatro alla Scala di Milano con la quale spesso collabora, nella stessa intervista dice, con una buona dose di ironia: “Io non do un suono. E’ un grande errore pensarlo. Il direttore può aiutare l’orchestra a trovarlo. Il direttore è necessario solo perchè qualcuno deve pur fare il lavoro di studiare la partitura completa.

Tecnicamente la direzione è un fatto molto semplice. Battendo in uno (accenna canticchiando) si può dirigere la Quinta di Beethoven. Battendo in due (fa un doppio segno verticale in discesa e in salita) si possono fare tutte le marce. Su giù, su giù … Un bravo direttore professionale può essere più elegante di uno meno bravo, ma sostanzialmente ci sono queste quattro possibilità e bastano, perchè tutte le altre sono loro combinazioni. Solo dopo 25 anni ho scoperto un quinto livello. Guardatemi bene: uno, uno, uno due uno due tre (segna una lunga linea retta) e con questo non è più necessario fare altro …

Dentro la semplicità c’è una vita intera di lavoro incredibile, il lavoro di un genio per mettere tutto dentro in modo che sembri semplice e puro. Essere puri è la parte più difficile . Quando faccio musica con musicisti come quelli della Scala posso sperare che questo diventi possibile. Non hanno bisogno di me – forse solo ogni tanto – ma per loro è per me questa ricerca della parte espressiva, della parte che non può essere neanche spiegata. Il lavoro interessante, più difficile è fra le note o prima o dopo la nota. Questo lavoro è così ricco e non può mai finire perchè coincide con la ricerca di far rivivere lo spirito stesso delle cose”.

Anche se qualcuno crede sia ormai solo una gallina da spennare, la Fenice è ancora un superbo uccello di fuoco, rosso porpora e oro, antico simbolo del dio Sole: “Post fata resurgo”.

Flaviano Bosco / instArt 2025 ©