Un astro di prima grandezza planetaria si è esibito nell’Estate di Stelle 2022 sulla piazza grande di Palmanova. Ben Harper ha un carisma e un talento straordinari che in più di trent’anni di carriera hanno conquistato e convinto il pubblico di tutto il mondo. Era accompagnato dal suo storico gruppo di formidabili musicisti “The Innocent Criminals”: Leon Mobley (percussioni) Oliver Charles (batteria) Chris Joyner (tastiere) Alex Painter (chitarra) Darwin Johnson (basso).

La musica del chitarrista di origine afroamericana, nelle cui vene scorre il sangue dei nativi americani e quello degli immigrati lituani, spazia in un orizzonte sonoro molto ampio e refrattario ad ogni etichetta, di certo si possono notare grandi influenze della musica black, senza però escludere il folk americano più tradizionale, l’elettronica, i ritmi caraibici e world e tutto quanto possa colpire la sua fertilissima immaginazione.

Pur avendo un repertorio del tutto eterogeneo chi lo ascolta non ha mai alcuna impressione di caoticità ma, al contrario, di una eccezionale compattezza. Il motivo è che Harper non imita nessuno ma, traendo ispirazione da quello che più gli interessa, finisce per assimilarlo completamente.

Ogni suggestione proveniente dai più diversi universi musicali viene trasformata e fatta propria con l’originale, inconfondibile tessitura della sua voce e con un virtuosismo tecnico chitarristico non certo imperniato solo sull’abilità atletica o sull’agilità delle dita ma, soprattutto, sulla poetica che esprime con il personale timbro delle sue corde. Il suo suono è meravigliosamente unico, intenso e affascinante.

I suoi familiari erano tutti, a vario titolo, musicisti professionisti e lui è cresciuto letteralmente a pane e chitarre fin da bambino. Suo padre liutaio gli fece conoscere, oltre ai cordofoni che realizzava artigianalmente, la magia dei suoni della lap slide guitar Weissenborn, creata negli anni ‘20 per il country folk. Con un imprinting del genere sviluppò e nutrì nel corso degli anni uno straordinario talento che ancora cresce nonostante una sfolgorante carriera pluridecennale.

L’ultimo album “Bloodline Maitenance”, piatto forte dell’esibizione di Palmanova, è come dice lui, fin troppo personale e autobiografico, racconta dell’elaborazione del lutto per la perdita del caro amico bassista Juan Nelson e dell’amore che lo legava al proprio padre Leonard anch’esso scomparso.

Nonostante il grande dolore non dimentica però, nemmeno questa volta, i grandi temi sociali a lui molto cari, e non abbandona quella vena protestataria, ferma e garbata, che lo contraddistingue fin dagli esordi. Harper è ben consapevole che l’eredità musicale afroamericana della quale, anche se in modo aperto e trasversale, è un continuatore, non può essere scissa dalla rivendicazione dei diritti civili e dalla lotta democratica contro le ingiustizie della discriminazione in tutte le sue forze senza diventare un mero sottofondo folkloristico.

Con un linguaggio un po’ datato lo si potrebbe definire un cantautore impegnato come quelli di una volta. Gli artisti cui può essere paragonato il suo carisma sono di certo Bob Dylan e Bob Marley, è in questo orizzonte che la sua creatività multiforme si esplica, tra una storia raccontata all’angolo di una strada e una battuta in levare.

Sul palcoscenico dimostra una grande cordialità nel dialogare con il pubblico, nell’interazione gioiosa con il resto della sua band e nel sano divertimento che sa trasmettere.

Tra i tanti brani in scaletta, da quelli più recenti come “Diamonds on the Inside” o “With my own two hands” che hanno mandato in delirio il folto pubblico, ve n’erano un paio che simbolicamente riassumono la vicenda artistica e la poetica di Harper e che meritano di essere brevemente ricordati.

Il primo è di certo “We need to talk about it” dall’ultima incisione, molto trascinante e groovy ma dai profondi significati. E’ della schiavitù che abbiamo bisogno di parlare secondo Harper, di quel fenomeno che ha avuto la sua origine per la storia moderna nella “triangolazione atlantica” della tratta degli schiavi a partire dal XVII sec. Ma che è tutt’altro che un fenomeno del passato.

Con la sua voce suadente ma che sa essere anche lamentosa e graffiante quando canta in falsetto denuncia il perdurare di un meccanismo di sfruttamento che è diventato la regola fondamentale del nostro sistema economico su scala mondiale. Le nostre fabbriche, i nostri campi, le officine sembrano non essere mai sazie di manodopera a basso costo i cui diritti possono essere sempre e comunque violati, il commercio della carne umana sembra non essere mai stato così florido come adesso.

Certo in Occidente non si usano più la frusta e le catene ma, basta guardare la periferia di una qualsiasi delle nostre città, un centro d’accoglienza per rifugiati, la militarizzazione delle nostre frontiere per capire che una larga parte dell’umanità viene lasciata in condizioni sub umane di estrema indigenza al solo scopo di sfruttamento.

La chitarra di Ben Harper e le armonizzazioni dei suoi musicisti sottolineano l’esortazione ripetuta ad interrogarsi sul passato e sul presente di questa tragedia: “Schiavitù, dobbiamo parlarne, io dico che le vite dei neri sono importanti, perché la storia sembra dire che non lo sono. O sei un cristiano o sei un razzista, non puoi essere entrambi. Cosa ci dice (la schiavitù) dell’America, cosa ci dice dell’Africa e cosa ci dice di tutti noi?”

L’altro momento assolutamente straordinario è stata l’esecuzione in solitaria alla lap steel Guitar Monteleone di “Inland Empire”, fantastico brano strumentale composto in origine come parte dei quindici brani strumentali che compongono l’album “sinfonico” “Winter is for lovers”.

Per capire fino in fondo l’importanza del pezzo sono necessarie alcune precisazioni. Abbiamo detto della famiglia di professionisti della musica di Harper ma non abbiamo parlato del negozio di musica che fondarono nel 1958, il Folk Music Center di Clermont, tuttora esistente e gestito dalla madre Ellen Harper a propria volta folk singer. Ben ci ha passato tutta l’infanzia e l’adolescenza lavorando e suonando; il negozio è da decenni un vero e proprio centro culturale con un proprio piccolo ma prestigioso festival. Così il chitarrista da ragazzo ha potuto vedere in “casa propria” grandi maestri come Ry Cooder, Leonard Cohen, Taj Mahal, Jakson Browne e molti altri. L’album “Winter is for Lovers” è dedicato a tutti quei maestri che lo hanno ispirato nella sua formazione musicale ed è stato integralmente suonato con una chitarra realizzata appositamente da quello che è considerato il più grande liutaio vivente, Giovanni “John” Monteleone.

Esattamente lo stesso prezioso strumento che Harper ha fatto risuonare a Palmanova, “mesmerizzando” gli spettatori con un’inaudita meraviglia fatta di pensieri, lacrime e sorrisi.

La sua esibizione è stata preceduta da quella di un ensemble italiano di grande interesse.

Il Muro del Canto: Daniele Coccia Paifelman (Voce) Alessandro Pieravanti (voce, percussioni) Alessandro Marinelli (fisarmonica, pianoforte) Ludovico Lamarra (basso) Eric Calidroni (Chitarra, pianoforte) Franco Pietropaoli (chitarra, voce).

La musica de Il Muro del Canto ha il sapore delle cose antiche e solide come il mito di Roma libertaria. La loro è una voce autenticamente popolare, schietta e sincera come una “cortellata” o un sorso di vino forte e aspro.

Con all’attivo sei album in studio e un’esperienza di centinaia di concerti iniziata nel 2010, musicalmente si rifanno chiaramente alla lunga tradizione dialettale protestataria e genuinamente rivoluzionaria che ha sempre distinto il popolo di Roma. E’ quel vento di libertà che riconosciamo fin dai tempi di Cola di Rienzo e poi nei moti carbonari (raccontati dai film di Luigi Magni) che portarono alla breve primavera della Repubblica romana, in piena età napoleonica (si ricordi Tosca di Puccini) e poi risorgimentale e ancora nei giorni sanguinosi della Resistenza e dei GAP.

E’ vero che è sempre esistita una Roma nera come la pece, patrizia, oscurantista e papalina ma è altrettanto vero che è sempre esistita un’altra città dentro la città speculare e rovesciata, anarchica e irredimibile, che ha sempre propugnato principi di libertà e democrazia. Il Muro del Canto ha queste fondamenta ben piantate, radici profonde di un albero forte che musicalmente si esprime con i toni di un combattivo folk-rock in grado di contaminare gli stornelli romaneschi con la musica popolare anglosassone.

Delle canzoni presentate sul palco di Palmanova in un breve set semiacustico con piglio barricadero, stradaiolo e grande presenza scenica si fanno ricordare alcuni versi a volte urlati in coro ma più spesso declamati in recitativi sostenuti dalla musica. In “Madre delle lame” un supplice pieno di rabbia e di astio nei confronti dell’infame società rivolge una sacrilega preghiera all’unica divinità in cui davvero confida, una dea della vendetta dal coltello affilato: “Io te farò n’artare e te verrò a pregà…ma madre delle lame, me devi vendicà. Madonna delle lame, li devi fa scannà” E’ una nera signora che ricorda “Nuestra Señora de la Santa Muerte” cui si votano gli assassini e i narcotrafficanti messicani.

Di grande efficacia anche il tema della serie Suburra che hanno interpretato originariamente insieme al cantante Piotta ma che funziona perfettamente anche nella versione riarrangiata per i concerti. Descrive una Roma di una bellezza feroce e crudele, che non risparmia nessuno ma che si fa comunque amare: “Roma è un volto stanco, di Madonna con le lacrime, gelosa, invadente, custode d’anime, curiosa, indolente, infedele, preghiera. Roma mani infami dentro l’acqua santiera.”

Ci sono poi versi sparsi che restano impressi per la loro felice scrittura e per il modo incalzante con il quale il gruppo li fa esplodere sul palco. Citiamoli un po’ alla rinfusa: “La rivoluzione distrugge sta galera; Compagni cantautori, culo e camicia con i padroni; Me sveglierò domani quando canterà il cannone; Capoccia alta e coltello in mezzo ai denti; Me s’è magnato il core sta gelosia”.

Roba tosta e sanguigna che non fa sconti a nessuno, nella loro musica è anche presente quel filo d’amarezza, disinganno e disillusione per la società nella quale viviamo che potrebbe essere migliore, più giusta e solidale ma che continua ad ingannarci, ma si sa “la lotta di oggi è sempre per la libertà di domani”.

Flaviano Bosco – instArt 2022 ©

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