Clamoroso Sold-out in un’atmosfera d’afa torrida per due concerti caldissimi perfetti per la serata conclusiva di una manifestazione che, come ogni anno da trenta, ha assicurato al proprio pubblico il meglio del panorama jazz e non solo.

Visto che è tempo di bilanci è il caso di spendere qualche parola su questa formula e sul suo successo. L’associazione Euritmica e il suo sub-comandante Giancarlo Vellisig che organizza l’evento hanno confermato tutta la lungimiranza, il coraggio e la forza che li ha sostenuti in questi tre decenni.

La sofferta ma giusta decisione di trasferirsi armi e bagagli a Grado, due anni fa, per motivi soprattutto ideali, per non venire a patti con una giunta comunale nella quale militano elementi dichiaratamente fascisti, ha dimostrato nei fatti che gli alti valori costituzionali di Resistenza e Antifascismo dovrebbero essere e sono sempre la nostra guida e il nostro obiettivo comune sui quali non si discute ma si combatte.

Per di più il cambiamento ha pagato anche in termini di visibilità e di pubblico. Euritmica ha rinnovato il grande successo della sua manifestazione principale ma si è inventata anche Borghi Swing; continua con Onde Mediterranee, con la gestione del Teatro Pasolini di Cervignano e con molte altre iniziative, anche editoriali e di produzione, che le permettono di coprire non solo l’intera estate con una fittissima serie di eventi in musica, ma l’intero corso dell’anno senza soluzione di continuità. A coronamento dei trent’anni di Udin&Jazz è stata annunciata da Vellisig un’edizione invernale con un’imperdibile serie di appuntamenti.

Alla faccia di chi gli ha voluto tanto male e gliene vuole ancora (vedi riduzione di alcuni finanziamenti regionali), Euritmica non fa un passo indietro, soprattutto davanti al vero morbo che affligge la nostra società che non è il Covid 19, ma, come diceva Gramsci, l’indifferenza.

Così Vellisig e i suoi collaboratori rilanciano, testimoniando che il jazz e la musica in generale non sono solo divertimento e svago ma strumento fondamentale di crescita personale e sociale. Con John Coltrane anche noi possiamo dire che:

Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”.

Si perdonerà questo inciso iniziale che può sembrare sguaiatamente celebrativo e trionfalistico ma che è del tutto necessario in un contesto che sembra sempre di più scambiare esigenze di mercato e successo a qualunque costo. Si può gioire della cultura autentica in altro modo e lo dimostrano i passati sei lustri di Euritmica e gli altrettanti che l’aspettano nel futuro, poi si vedrà.

Confirmation 5et, feat. Francesco Cafiso: celebrando Charlie Parker (1920-2020). Per nostra grande fortuna l’altoista Cafiso non è più solo un Enfant Prodige del jazz ma una specie di araldo di qualcosa che sembrava non esistere più, morto e sepolto da tonnellate di nostalgia e che invece c’è ancora e che ogni tanto batte un colpo.

Il Be Bop di Charlie Parker o meglio di Dizzy Gillespie è la musica che ha scardinato per sempre ogni equilibrio consolatorio attribuito alla musica afroamericana, facendo del jazz un’arma di lotta e di emancipazione, un modo per gridare tutta la propria rabbia e il proprio disgusto verso una società strutturalmente repressiva, separatista e razzista come quella americana.

In un locale di Harlem, il Minton’s Playhouse alla metà degli anni ‘40 avvenne un miracolo che perfino ai musicologi più accaniti riesce difficile da spiegare, d’un tratto:

Thelonious Monk, Charlie Parker, Dizzy Gillespie e gli altri erano li pronti a farne della loro musica, un suono essenziale, senza orpelli, conciso e duro, veloce come una fuga tra le strade della metropoli. Un linguaggio sintetico che contiene anche frasi larghe e poetiche”.i

Tra gli innovatori più istintivi, inquieti e geniali in questo stile della musica afroamericana, c’è di certo Charlie Parker che espresse attraverso la sua musica forsennata tutte le frustrazioni e le disgrazie di una vita davvero sfortunata, distrutta dal vizio e dall’eroina. Bird, un magnifico film di Clint Eastwood, partendo dal soprannome dell’artista ne ricostruisce la straziante e favolosa biografia in musica. Proprio il suo nickname è frutto delle più bizzarre ricostruzioni. Qualcuno sostiene che Bird sia una contrazione di Yardbird (animale da cortile) per la sua predilezione per le ali di pollo fritte o perché ne aveva investiti parecchi con la sua guida spericolata.

L’interpretazione più improbabile ma anche la più giusta nel suo significato fa risalire il nomignolo ad una antica leggenda africana:

Un tempo tutti gli africani volavano come uccelli, ma poi, a causa delle loro trasgressioni, quelle ali gli furono tagliate. Rimasero alcuni, qua e là, nelle isole del mare e in località sperdute delle pianure, alcuni che erano passati inosservati e avevano conservato la capacità di volare, anche se a vederli sembravano uomini come tutti gli altri”.ii

Con il suo sax Charlie Parker letteralmente volava e faceva volare i cuori di chi lo ascoltava, i cento anni dalla sua nascita (1920-2020) sono il momento ideale per ricordarlo e per riascoltare la sua musica.

Il Be Bop purtroppo ha perso per noi la sua carica eversiva e rivoluzionaria, non ci parla certo più dell’ispirazione che ebbe per i grandi poeti americani della Beat Generation (Ginsberg, Kerouak, Burrougs ecc.) e della loro vita On the road e nemmeno della famigerata Minton’s Playhouse dove i musicisti si ritrovavano a notte fonda per suonare finalmente quello che davvero era nelle loro corde e sulle loro labbra.

Oggi il Be Bop è spesso solo musica d’intrattenimento, esumazione di un cadavere squisito ad uso e consumo dei lounge bar d’alta classe con un occhio che guarda il duomo di Milano, l’altro le carte di credito dei facoltosi clienti e l’altro ancora (il terzo e più importante) le generose scollature delle signore.

Altre volte però, è il caso di Cafiso e compagnia cantante, è un positivo esempio di archeologia musicale che ha l’indubbio pregio di formare giovani musicisti al jazz e soprattutto educare il pubblico all’ascolto delle Blue Notes. Cafiso dimostra con la sua abilità straordinaria al sax che il Be bop è un genere ancora in grado di creare un gusto superiore e di aprire molte strade nella musica.

Il concerto di Grado Jazz è stato compatto e preciso, senza un attimo di tregua, il sassofonista ha sciorinato una serie di brani letteralmente à bout de souffle; dal Be Bop più classico e regolamentare fino ai primi accenni di Bossa nova e agli afro cuban jazz moods del già citato Gillespie che andavano tanto di moda settant’anni fa.

A sentire i suoni molto personali di Cafiso non viene per niente in mente che sia roba vecchia e ammuffita, anzi i suoi inesausti, continui e virtuosistici scambi con Alessandro Presti, lo splendido trombettista del suo quintetto, suonano freschi, giovani e intensi come i calici di bollicine che si sorseggiavano ai chioschi del festival. Bisogna stare attenti però a non abusarne.

Cafiso non è un grande oratore e, anche per la palpabile emozione, rivolgendosi al pubblico inciampa su qualche parola o accento ma di certo quando imbocca l’ancia del suo contralto sa esprimersi benissimo, lasciando boccheggianti e senza parole i propri ascoltatori.

Fulminanti, si susseguono gli assoli di tromba e sax, continuando a riempire il palcoscenico e la platea di un fiume impetuoso di note cui, naturalmente contribuiscono anche gli altri membri della band, tutt’altro che comprimari, in special modo il batterista Luca Caruso, aggregato di recente al “reparto”, che suonava pedissequo come un ciclista passatista ma che ha dimostrato eccezionali doti percussive sempre restando all’interno dei parametri del genere. Andrea Pozza al piano e Aldo Zunino al contrabbasso hanno avuto il difficile compito di interpretare rispettivamente Oscar Peterson e Ron Carter delle formazioni classiche Be Bop, un compito davvero arduo che hanno adempiuto con grande professionalità e garbo.

Tra i tanti brani classici suonati con acribia, caparbietà e pertinacia filologica spiccavano Tricotism del grande contrabbassista Oscar Pettiford, Repetition che testimonia dello storico incontro tra il trombettista Neil Hefti e Parker sul terreno della musica cubana, ma soprattutto quelli del giovane Miles Davis che da giovanissimo militò nella band dell’immenso sassofonista, condividendone gioie, successi, amarezze e purtroppo anche terribili vizi.

E’ solo quando Cafiso suona languido sotto la luna in alcuni passaggi meno indiavolati e fin troppo ingessati che a qualcuno, acido e rancoroso, come il sottoscritto, comincia a venire qualche dubbio maligno e ruvida perplessità di quelli che non fanno dormire la notte. Ma ha ancora davvero senso suonare il sax in quel modo senza alcuna interpretazione o sperimentazione?

La risposta è semplice, bastava guardare il fitto pubblico del Parco delle Rose plaudente ed estasiato agli assoli di Cafiso e alla travolgente cavalcata senza sosta nè sbavatura dei suoi pards. Bisogna tener conto della loro opinione, il jazz è anche questo.

Quello di Cafiso è un esercizio scolastico di altissimo livello interpretativo, con un’esecuzione strumentale impeccabile, leggermente didascalico, interessante e coinvolgente come una lezione di algebra o di trigonometria all’università, ma davvero necessario e utile come un’equazione di secondo grado, la tavola periodica degli elementi e le 28000 piante di piselli di Gregor Mendel. E non mi si chieda cosa vuol dire perché durante le lezioni di scienze a scuola ero spesso assente o se c’ero dormivo.

Stefano Bollani. Piano variations on Jesus Christ Superstar. Riaccordato il pianoforte, strofinato, disinfettato e lucidata la tastiera da un service degno di questo nome, in tempi record come ai pit stop della formula uno, davanti ad un pubblico amico e tutto per lui, arriva sul palcoscenico, sornione e felpato, come al solito, il bucaniere degli 88 tasti. Stefano Bollani, pianista di indiscutibile valore e di rara simpatia, è un uomo di spettacolo fatto e finito, un istrione che gigioneggia e sa comprarsi il calore del pubblico con una battuta e ripagarlo con esecuzioni ricche e impeccabili del suo pianismo spropositato, sovrabbondante e sopra le righe ma sempre cristal clear, divertente e speziato.

Ilare e pacioso ha intrattenuto il pubblico regalandogli due ore di quello che esattamente si aspettava in un concerto d’avanspettacolo dai tempi comici perfettamente calibrati com’è solo dei grandi entertainers.

Lo speaker radiofonico Max De Tomassi, presentando la vedette della serata, si è fatto scappare che Bollani è il più grande pianista jazz italiano di tutti i tempi, la cui musica è colta, meticcia, contaminata, mimetica e camaleontica e altre amenità del genere. Come direbbe il toscanaccio Duccio Vernacoli, uno dei fantasiosi personaggi del Bollani cabarettista:

Oh Stefano, ti si vuole un gran bene vai…ma non ti montare troppo la testa altrimenti con le corna non passi più dalle porte”

Poi finalmente si suona e il pianista intona un brano dalla colonna sonora del film Metti una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi come omaggio al compositore Ennio Morricone recentemente mancato. Una scelta anomala ma molto apprezzabile che si discosta dai tanti omaggi alla musica per i film di Sergio Leone per cui il Maestro scrisse musica stupenda ma Morricone è anche molto altro rispetto allo Spaghetti Western, e bene ha fatto Bollani a ricordarcelo.

Tra i tanti anniversari musicali di quest’anno c’è anche quello dell’uscita del disco Jesus Christ Superstar di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice che generò un celeberrimo Musical e, in seguito, un altrettanto famoso film diretto da Norman Jewison. E’ superfluo dire che tutti e tre hanno fatto epoca, Bollani e tutta la sua generazione se ne innamorarono dopo averlo visto in tv da adolescenti sia per le musiche spettacolari e indimenticabili, sia per il modo di raccontare la storia degli ultimi giorni prima della crocifissione di Gesù. Per ragazzi cresciuti a pane e catechismo cattolico negli oratori di quartiere o di provincia non era facilissimo accettare alcuni risvolti umani troppo umani della vicenda narrata in salsa barbecue; ancora oggi alcune scene appaiono piuttosto ardite.

In un’incisione di recente pubblicazione e in queste date post Covid, il pianista ne reinterpreta le musiche con il suo gusto straordinario e compulsivo per l’accumulo e l’estenuante esasperazione dei temi in grado di trasformare in concerto grosso nel senso barocco del termine anche la partitura più eterea e ieratica.

Il primo brano, vero e proprio nuovo preludio all’opera, è di sua composizione e condensa in pochi minuti tutta l’opera. In questo riesce ad esprimere quello che è il suo vero talento pianistico con rapidissimi passaggi da un tema all’altro e con una rapidità e improvvisazione mirabili e di piacevolissimo ascolto.

Tutto si può dire di Bollani tranne che sia un pianista meditativo e tedioso, al contrario è adrenalinico, irrequieto, muscolare, nervoso, ipertecnico e ci prova un gran gusto a stordire e stranire il pubblico con la punta delle sue dita che sono dinamite e fuochi d’artificio.

E’ di certo uno showman istrionico e capace che si lascia precedere da una fama che lo vuole per sempre inchiodato alla croce (tanto per restare in tema) dell’eterno ragazzo ribelle, geniale e simpatico che forse non vorrebbe essere più da un pezzo. Però diverte e strappa delle gran risate, suona della musica gagliarda; non c’è niente di male se piace e convince il pubblico pagante.

Tra le cose che lo colpirono di più del film quando lo vide per la prima volta a 15 anni, ce ne ha messi 33 per suonare la sua versione e forse non è un caso, c’è la rivalutazione della figura di Giuda a cui viene data una nuova centralità nella vicenda. Significativa per lui anche la rappresentazione del Sinedrio come covo di un potere di sopraffazione dei più deboli, losco mercato di interessi personali, e prevaricazione di qualunque legge morale, ma sono cose di duemila anni fa, dice Bollani ironico, oggi non succedono certo più. Fragorosa risata belluina generale.

Nel disco originale di Jesus Christ Superstar si sentivano un coro e un’intera orchestra sinfonica, il gruppo rock che accompagnava Joe Coker in tour e alla voce Ian Gillan, futuro Deep Purple, più effetti vari e le sovra-incisioni del caso. Bollani con il suo pianoforte non ha fatto rimpiangere per nulla quell’organico, anzi ha continuato brano dopo brano a costruire immense architetture sonore anche a partire dai più semplici refrain, facendo svettare continuamente nuove guglie, colonne, timpani, scale, Gargoyles e contrafforti in una cattedrale di note che continuava ad innalzare verso il cielo della sera.

Dice di aver portato il musical ad una dimensione più intima che però a ragion veduta sembra ancora più ricca e sfarzosa dell’originale con tutti gli svolazzi della mano destra velocissima sulla tastiera a moltiplicarne l’effetto. Il suo è un pianoforte dai denti a sciabola sempre affamato e pronto a balzare agile e a ghermire la preda.

Bisogna avere il coraggio di ammetterlo, Bollani non sa proprio cosa sia il minimalismo e non è una colpa, il percorso più breve per lui tra due punti è decisamente l’arabesco, proprio come diceva Ennio Flaiano.

Arrivato al brano che vede protagonista protagonista Ponzio Pilato e il suo incubo di condannare a morte un innocente che poi puntualmente si avvererà, il pianista riconosce naturalmente che Pilato è un gran vigliacco ma anche un personaggio da rivalutare proprio in questo periodo di epidemia perché: “Si lava le mani” una battuta telefonata da puro cabarettista che fa ridere le tante signorine buonasera tra il pubblico, vero zoccolo duro delle sue fans.

Il rombare di un cretino in motocicletta che passa vicinissimo al Parco delle Rose sembra un effetto voluto al drammatico brano che racconta di Gesù-Gillan attorniato dai lebbrosi che finisce per gridargli: “Curatevi da soli!”. A splendere nell’intero spettacolo è Maria Maddalena che accoglie il Salvatore per puro istinto, canta di non saperlo amare ma lo accetta nel profondo. Bollani, in questo caso, dimostra di saper essere anche struggente e delicato evocando con le sue note una figura di donna vinta d’amore come solo le rose e la poesia possono restituirci.

Seguono ancora robuste, vigorose e belle pagine di virtuosismo pianistico sugli episodi dell’ultima cena, del Getsemani fino all’incedere del finale che è assolutamente memorabile sia nell’originale che nella forsennata interpretazione del pianista.

Il sermone è concluso ma Bollani spende ancora alcune parole tra il serio e il faceto riconoscendo che la funzione del predicatore gli riesce proprio bene e con “questi chiari di luna, con i concerti che continuano a saltare” forse si è trovato un secondo mestiere piuttosto redditizio. Esilaranti anche i riferimenti a Il fungo sacro e la croce di John Marco Allegro nel quale proprio nel 1970 si sosteneva che le antiche origini del cristianesimo siano da ricercare nel culto sciamanico dei poteri psicotropi dell’Amanita muscaria che se assunta in moderate quantità garantirebbe l’accesso al paradiso. Pensare Cristo dal punto di vista del fungo se non fosse una terribile bestemmia sarebbe davvero comico e poi domani tutti a confessarsi in sacrestia.

Tutti i presenti però aspettavano il famoso bis dei concerti del pianista che puntualmente si è compiuto come una surreale, divertente liturgia. E’ il trionfo istrionico di Bollani che suona tutte insieme le canzonette richieste dal pubblico con una verve e una comicità autentica che fa sbellicare tutti dalle risa e poi conclude in trionfo cantando famose canzoni internazionali tradotte in vernacolo toscano dal suo alter-ego preferito, quel Duccio Vernacoli di cui accennavamo più sopra. Strangers in the night diventa Foresti nella notte e Pretty Woman, Bella Topa. Alcuni del pubblico non si trattengono più e sguaiatamente si “sbudellano” dal ridere. Apoteosi finale sul brano di Edipo e il suo complesso M’è morto il gatto, boicottato dagli U2 perché di gran lunga migliore del loro With or without you”, tutt’altro che risate a denti stretti.

Arrivederci all’anno prossimo a Grado Jazz.

iEmanuele Bevilacqua, Beat & Be Bop, Einaudi, Torino 1999, pag.45.

iiIdem, pag 46

© Flaviano Bosco per instArt

Clamoroso Sold-out in un’atmosfera d’afa torrida per due concerti caldissimi perfetti per la serata conclusiva di una manifestazione che, come ogni anno da trenta, ha assicurato al proprio pubblico il meglio del panorama jazz e non solo.

Visto che è tempo di bilanci è il caso di spendere qualche parola su questa formula e sul suo successo. L’associazione Euritmica e il suo sub-comandante Giancarlo Vellisig che organizza l’evento hanno confermato tutta la lungimiranza, il coraggio e la forza che li ha sostenuti in questi tre decenni.

La sofferta ma giusta decisione di trasferirsi armi e bagagli a Grado, due anni fa, per motivi soprattutto ideali, per non venire a patti con una giunta comunale nella quale militano elementi dichiaratamente fascisti, ha dimostrato nei fatti che gli alti valori costituzionali di Resistenza e Antifascismo dovrebbero essere e sono sempre la nostra guida e il nostro obiettivo comune sui quali non si discute ma si combatte.

Per di più il cambiamento ha pagato anche in termini di visibilità e di pubblico. Euritmica ha rinnovato il grande successo della sua manifestazione principale ma si è inventata anche Borghi Swing; continua con Onde Mediterranee, con la gestione del Teatro Pasolini di Cervignano e con molte altre iniziative, anche editoriali e di produzione, che le permettono di coprire non solo l’intera estate con una fittissima serie di eventi in musica, ma l’intero corso dell’anno senza soluzione di continuità. A coronamento dei trent’anni di Udin&Jazz è stata annunciata da Vellisig un’edizione invernale con un’imperdibile serie di appuntamenti.

Alla faccia di chi gli ha voluto tanto male e gliene vuole ancora (vedi riduzione di alcuni finanziamenti regionali), Euritmica non fa un passo indietro, soprattutto davanti al vero morbo che affligge la nostra società che non è il Covid 19, ma, come diceva Gramsci, l’indifferenza.

Così Vellisig e i suoi collaboratori rilanciano, testimoniando che il jazz e la musica in generale non sono solo divertimento e svago ma strumento fondamentale di crescita personale e sociale. Con John Coltrane anche noi possiamo dire che:

Il jazz, se si vuole chiamarlo così, è un espressione musicale; e questa musica è per me espressione degli ideali più alti. C’è dunque bisogno di fratellanza, e credo che con la fratellanza non ci sarebbe povertà. E con la fratellanza non ci sarebbe nemmeno la guerra”.

Si perdonerà questo inciso iniziale che può sembrare sguaiatamente celebrativo e trionfalistico ma che è del tutto necessario in un contesto che sembra sempre di più scambiare esigenze di mercato e successo a qualunque costo. Si può gioire della cultura autentica in altro modo e lo dimostrano i passati sei lustri di Euritmica e gli altrettanti che l’aspettano nel futuro, poi si vedrà.

Confirmation 5et, feat. Francesco Cafiso: celebrando Charlie Parker (1920-2020). Per nostra grande fortuna l’altoista Cafiso non è più solo un Enfant Prodige del jazz ma una specie di araldo di qualcosa che sembrava non esistere più, morto e sepolto da tonnellate di nostalgia e che invece c’è ancora e che ogni tanto batte un colpo.

Il Be Bop di Charlie Parker o meglio di Dizzy Gillespie è la musica che ha scardinato per sempre ogni equilibrio consolatorio attribuito alla musica afroamericana, facendo del jazz un’arma di lotta e di emancipazione, un modo per gridare tutta la propria rabbia e il proprio disgusto verso una società strutturalmente repressiva, separatista e razzista come quella americana.

In un locale di Harlem, il Minton’s Playhouse alla metà degli anni ‘40 avvenne un miracolo che perfino ai musicologi più accaniti riesce difficile da spiegare, d’un tratto:

Thelonious Monk, Charlie Parker, Dizzy Gillespie e gli altri erano li pronti a farne della loro musica, un suono essenziale, senza orpelli, conciso e duro, veloce come una fuga tra le strade della metropoli. Un linguaggio sintetico che contiene anche frasi larghe e poetiche”.i

Tra gli innovatori più istintivi, inquieti e geniali in questo stile della musica afroamericana, c’è di certo Charlie Parker che espresse attraverso la sua musica forsennata tutte le frustrazioni e le disgrazie di una vita davvero sfortunata, distrutta dal vizio e dall’eroina. Bird, un magnifico film di Clint Eastwood, partendo dal soprannome dell’artista ne ricostruisce la straziante e favolosa biografia in musica. Proprio il suo nickname è frutto delle più bizzarre ricostruzioni. Qualcuno sostiene che Bird sia una contrazione di Yardbird (animale da cortile) per la sua predilezione per le ali di pollo fritte o perché ne aveva investiti parecchi con la sua guida spericolata.

L’interpretazione più improbabile ma anche la più giusta nel suo significato fa risalire il nomignolo ad una antica leggenda africana:

Un tempo tutti gli africani volavano come uccelli, ma poi, a causa delle loro trasgressioni, quelle ali gli furono tagliate. Rimasero alcuni, qua e là, nelle isole del mare e in località sperdute delle pianure, alcuni che erano passati inosservati e avevano conservato la capacità di volare, anche se a vederli sembravano uomini come tutti gli altri”.ii

Con il suo sax Charlie Parker letteralmente volava e faceva volare i cuori di chi lo ascoltava, i cento anni dalla sua nascita (1920-2020) sono il momento ideale per ricordarlo e per riascoltare la sua musica.

Il Be Bop purtroppo ha perso per noi la sua carica eversiva e rivoluzionaria, non ci parla certo più dell’ispirazione che ebbe per i grandi poeti americani della Beat Generation (Ginsberg, Kerouak, Burrougs ecc.) e della loro vita On the road e nemmeno della famigerata Minton’s Playhouse dove i musicisti si ritrovavano a notte fonda per suonare finalmente quello che davvero era nelle loro corde e sulle loro labbra.

Oggi il Be Bop è spesso solo musica d’intrattenimento, esumazione di un cadavere squisito ad uso e consumo dei lounge bar d’alta classe con un occhio che guarda il duomo di Milano, l’altro le carte di credito dei facoltosi clienti e l’altro ancora (il terzo e più importante) le generose scollature delle signore.

Altre volte però, è il caso di Cafiso e compagnia cantante, è un positivo esempio di archeologia musicale che ha l’indubbio pregio di formare giovani musicisti al jazz e soprattutto educare il pubblico all’ascolto delle Blue Notes. Cafiso dimostra con la sua abilità straordinaria al sax che il Be bop è un genere ancora in grado di creare un gusto superiore e di aprire molte strade nella musica.

Il concerto di Grado Jazz è stato compatto e preciso, senza un attimo di tregua, il sassofonista ha sciorinato una serie di brani letteralmente à bout de souffle; dal Be Bop più classico e regolamentare fino ai primi accenni di Bossa nova e agli afro cuban jazz moods del già citato Gillespie che andavano tanto di moda settant’anni fa.

A sentire i suoni molto personali di Cafiso non viene per niente in mente che sia roba vecchia e ammuffita, anzi i suoi inesausti, continui e virtuosistici scambi con Alessandro Presti, lo splendido trombettista del suo quintetto, suonano freschi, giovani e intensi come i calici di bollicine che si sorseggiavano ai chioschi del festival. Bisogna stare attenti però a non abusarne.

Cafiso non è un grande oratore e, anche per la palpabile emozione, rivolgendosi al pubblico inciampa su qualche parola o accento ma di certo quando imbocca l’ancia del suo contralto sa esprimersi benissimo, lasciando boccheggianti e senza parole i propri ascoltatori.

Fulminanti, si susseguono gli assoli di tromba e sax, continuando a riempire il palcoscenico e la platea di un fiume impetuoso di note cui, naturalmente contribuiscono anche gli altri membri della band, tutt’altro che comprimari, in special modo il batterista Luca Caruso, aggregato di recente al “reparto”, che suonava pedissequo come un ciclista passatista ma che ha dimostrato eccezionali doti percussive sempre restando all’interno dei parametri del genere. Andrea Pozza al piano e Aldo Zunino al contrabbasso hanno avuto il difficile compito di interpretare rispettivamente Oscar Peterson e Ron Carter delle formazioni classiche Be Bop, un compito davvero arduo che hanno adempiuto con grande professionalità e garbo.

Tra i tanti brani classici suonati con acribia, caparbietà e pertinacia filologica spiccavano Tricotism del grande contrabbassista Oscar Pettiford, Repetition che testimonia dello storico incontro tra il trombettista Neil Hefti e Parker sul terreno della musica cubana, ma soprattutto quelli del giovane Miles Davis che da giovanissimo militò nella band dell’immenso sassofonista, condividendone gioie, successi, amarezze e purtroppo anche terribili vizi.

E’ solo quando Cafiso suona languido sotto la luna in alcuni passaggi meno indiavolati e fin troppo ingessati che a qualcuno, acido e rancoroso, come il sottoscritto, comincia a venire qualche dubbio maligno e ruvida perplessità di quelli che non fanno dormire la notte. Ma ha ancora davvero senso suonare il sax in quel modo senza alcuna interpretazione o sperimentazione?

La risposta è semplice, bastava guardare il fitto pubblico del Parco delle Rose plaudente ed estasiato agli assoli di Cafiso e alla travolgente cavalcata senza sosta nè sbavatura dei suoi pards. Bisogna tener conto della loro opinione, il jazz è anche questo.

Quello di Cafiso è un esercizio scolastico di altissimo livello interpretativo, con un’esecuzione strumentale impeccabile, leggermente didascalico, interessante e coinvolgente come una lezione di algebra o di trigonometria all’università, ma davvero necessario e utile come un’equazione di secondo grado, la tavola periodica degli elementi e le 28000 piante di piselli di Gregor Mendel. E non mi si chieda cosa vuol dire perché durante le lezioni di scienze a scuola ero spesso assente o se c’ero dormivo.

Stefano Bollani. Piano variations on Jesus Christ Superstar. Riaccordato il pianoforte, strofinato, disinfettato e lucidata la tastiera da un service degno di questo nome, in tempi record come ai pit stop della formula uno, davanti ad un pubblico amico e tutto per lui, arriva sul palcoscenico, sornione e felpato, come al solito, il bucaniere degli 88 tasti. Stefano Bollani, pianista di indiscutibile valore e di rara simpatia, è un uomo di spettacolo fatto e finito, un istrione che gigioneggia e sa comprarsi il calore del pubblico con una battuta e ripagarlo con esecuzioni ricche e impeccabili del suo pianismo spropositato, sovrabbondante e sopra le righe ma sempre cristal clear, divertente e speziato.

Ilare e pacioso ha intrattenuto il pubblico regalandogli due ore di quello che esattamente si aspettava in un concerto d’avanspettacolo dai tempi comici perfettamente calibrati com’è solo dei grandi entertainers.

Lo speaker radiofonico Max De Tomassi, presentando la vedette della serata, si è fatto scappare che Bollani è il più grande pianista jazz italiano di tutti i tempi, la cui musica è colta, meticcia, contaminata, mimetica e camaleontica e altre amenità del genere. Come direbbe il toscanaccio Duccio Vernacoli, uno dei fantasiosi personaggi del Bollani cabarettista:

Oh Stefano, ti si vuole un gran bene vai…ma non ti montare troppo la testa altrimenti con le corna non passi più dalle porte”

Poi finalmente si suona e il pianista intona un brano dalla colonna sonora del film Metti una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi come omaggio al compositore Ennio Morricone recentemente mancato. Una scelta anomala ma molto apprezzabile che si discosta dai tanti omaggi alla musica per i film di Sergio Leone per cui il Maestro scrisse musica stupenda ma Morricone è anche molto altro rispetto allo Spaghetti Western, e bene ha fatto Bollani a ricordarcelo.

Tra i tanti anniversari musicali di quest’anno c’è anche quello dell’uscita del disco Jesus Christ Superstar di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice che generò un celeberrimo Musical e, in seguito, un altrettanto famoso film diretto da Norman Jewison. E’ superfluo dire che tutti e tre hanno fatto epoca, Bollani e tutta la sua generazione se ne innamorarono dopo averlo visto in tv da adolescenti sia per le musiche spettacolari e indimenticabili, sia per il modo di raccontare la storia degli ultimi giorni prima della crocifissione di Gesù. Per ragazzi cresciuti a pane e catechismo cattolico negli oratori di quartiere o di provincia non era facilissimo accettare alcuni risvolti umani troppo umani della vicenda narrata in salsa barbecue; ancora oggi alcune scene appaiono piuttosto ardite.

In un’incisione di recente pubblicazione e in queste date post Covid, il pianista ne reinterpreta le musiche con il suo gusto straordinario e compulsivo per l’accumulo e l’estenuante esasperazione dei temi in grado di trasformare in concerto grosso nel senso barocco del termine anche la partitura più eterea e ieratica.

Il primo brano, vero e proprio nuovo preludio all’opera, è di sua composizione e condensa in pochi minuti tutta l’opera. In questo riesce ad esprimere quello che è il suo vero talento pianistico con rapidissimi passaggi da un tema all’altro e con una rapidità e improvvisazione mirabili e di piacevolissimo ascolto.

Tutto si può dire di Bollani tranne che sia un pianista meditativo e tedioso, al contrario è adrenalinico, irrequieto, muscolare, nervoso, ipertecnico e ci prova un gran gusto a stordire e stranire il pubblico con la punta delle sue dita che sono dinamite e fuochi d’artificio.

E’ di certo uno showman istrionico e capace che si lascia precedere da una fama che lo vuole per sempre inchiodato alla croce (tanto per restare in tema) dell’eterno ragazzo ribelle, geniale e simpatico che forse non vorrebbe essere più da un pezzo. Però diverte e strappa delle gran risate, suona della musica gagliarda; non c’è niente di male se piace e convince il pubblico pagante.

Tra le cose che lo colpirono di più del film quando lo vide per la prima volta a 15 anni, ce ne ha messi 33 per suonare la sua versione e forse non è un caso, c’è la rivalutazione della figura di Giuda a cui viene data una nuova centralità nella vicenda. Significativa per lui anche la rappresentazione del Sinedrio come covo di un potere di sopraffazione dei più deboli, losco mercato di interessi personali, e prevaricazione di qualunque legge morale, ma sono cose di duemila anni fa, dice Bollani ironico, oggi non succedono certo più. Fragorosa risata belluina generale.

Nel disco originale di Jesus Christ Superstar si sentivano un coro e un’intera orchestra sinfonica, il gruppo rock che accompagnava Joe Coker in tour e alla voce Ian Gillan, futuro Deep Purple, più effetti vari e le sovra-incisioni del caso. Bollani con il suo pianoforte non ha fatto rimpiangere per nulla quell’organico, anzi ha continuato brano dopo brano a costruire immense architetture sonore anche a partire dai più semplici refrain, facendo svettare continuamente nuove guglie, colonne, timpani, scale, Gargoyles e contrafforti in una cattedrale di note che continuava ad innalzare verso il cielo della sera.

Dice di aver portato il musical ad una dimensione più intima che però a ragion veduta sembra ancora più ricca e sfarzosa dell’originale con tutti gli svolazzi della mano destra velocissima sulla tastiera a moltiplicarne l’effetto. Il suo è un pianoforte dai denti a sciabola sempre affamato e pronto a balzare agile e a ghermire la preda.

Bisogna avere il coraggio di ammetterlo, Bollani non sa proprio cosa sia il minimalismo e non è una colpa, il percorso più breve per lui tra due punti è decisamente l’arabesco, proprio come diceva Ennio Flaiano.

Arrivato al brano che vede protagonista protagonista Ponzio Pilato e il suo incubo di condannare a morte un innocente che poi puntualmente si avvererà, il pianista riconosce naturalmente che Pilato è un gran vigliacco ma anche un personaggio da rivalutare proprio in questo periodo di epidemia perché: “Si lava le mani” una battuta telefonata da puro cabarettista che fa ridere le tante signorine buonasera tra il pubblico, vero zoccolo duro delle sue fans.

Il rombare di un cretino in motocicletta che passa vicinissimo al Parco delle Rose sembra un effetto voluto al drammatico brano che racconta di Gesù-Gillan attorniato dai lebbrosi che finisce per gridargli: “Curatevi da soli!”. A splendere nell’intero spettacolo è Maria Maddalena che accoglie il Salvatore per puro istinto, canta di non saperlo amare ma lo accetta nel profondo. Bollani, in questo caso, dimostra di saper essere anche struggente e delicato evocando con le sue note una figura di donna vinta d’amore come solo le rose e la poesia possono restituirci.

Seguono ancora robuste, vigorose e belle pagine di virtuosismo pianistico sugli episodi dell’ultima cena, del Getsemani fino all’incedere del finale che è assolutamente memorabile sia nell’originale che nella forsennata interpretazione del pianista.

Il sermone è concluso ma Bollani spende ancora alcune parole tra il serio e il faceto riconoscendo che la funzione del predicatore gli riesce proprio bene e con “questi chiari di luna, con i concerti che continuano a saltare” forse si è trovato un secondo mestiere piuttosto redditizio. Esilaranti anche i riferimenti a Il fungo sacro e la croce di John Marco Allegro nel quale proprio nel 1970 si sosteneva che le antiche origini del cristianesimo siano da ricercare nel culto sciamanico dei poteri psicotropi dell’Amanita muscaria che se assunta in moderate quantità garantirebbe l’accesso al paradiso. Pensare Cristo dal punto di vista del fungo se non fosse una terribile bestemmia sarebbe davvero comico e poi domani tutti a confessarsi in sacrestia.

Tutti i presenti però aspettavano il famoso bis dei concerti del pianista che puntualmente si è compiuto come una surreale, divertente liturgia. E’ il trionfo istrionico di Bollani che suona tutte insieme le canzonette richieste dal pubblico con una verve e una comicità autentica che fa sbellicare tutti dalle risa e poi conclude in trionfo cantando famose canzoni internazionali tradotte in vernacolo toscano dal suo alter-ego preferito, quel Duccio Vernacoli di cui accennavamo più sopra. Strangers in the night diventa Foresti nella notte e Pretty Woman, Bella Topa. Alcuni del pubblico non si trattengono più e sguaiatamente si “sbudellano” dal ridere. Apoteosi finale sul brano di Edipo e il suo complesso M’è morto il gatto, boicottato dagli U2 perché di gran lunga migliore del loro With or without you”, tutt’altro che risate a denti stretti.

Arrivederci all’anno prossimo a Grado Jazz.

iEmanuele Bevilacqua, Beat & Be Bop, Einaudi, Torino 1999, pag.45.

iiIdem, pag 46

© Flaviano Bosco per instArt

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