Restando nel solco della tradizione interpretativa e coreografica più collaudata e consueta, il balletto andato in scena sul palcoscenico del Verdi di Trieste evita la banalizzazione di uno dei capisaldi della danza
moderna. Troppe volte si assiste ad attualizzazioni ed eccessivi rimaneggiamenti di classici che in realtà non hanno per nulla smesso di trasmetterci emozioni e contenuti.

Il balletto è una produzione del Balletto di Ljubljana (SNG Opera And Ballet) diretto da Renato Zanella.

La messa in scena vista a Trieste è la rivisitazione secondo uno stile classico di un classico e, si perdoni il bisticcio di parole, ma a partire dai costumi piuttosto rigorosi e apparentemente semplici alla scenografia
stilizzata e cartoonesca e all’allestimento scenico in generale tutto ad opera di Iñaki Cobos Guerrero, la scelta coreografica di José Carlos Martìnez è apparsa evidentemente orientata a non sovraccaricare troppo lo
sguardo degli spettatori con emozioni che risulterebbero forse sovrabbondanti, fino a far perdere di vista il nodo centrale dell’intreccio.

Sia ben chiaro, ogni riscrittura anche la più squallida è legittima e fa sempre germinare nuovi significati. La cultura d’Occidente è un continuo rimaneggiamento delle medesime storie che ci vengono dall’eternità del
nostro tempo passato, ma non per questo l’oggi deve sempre avere “ragione” dello ieri.

Quello che voleva dirci Adolphe Charles Adam quando compose le musiche per il balletto, elaborate su un libretto di Jules-Henry Vernoy de Saint-Georges da un soggetto di Théophile Gautier nel 1842, ci appare ancora ben chiaro, anche perchè la straziante vicenda di Giselle è diventata fondamento del nostro immaginario collettivo di contemporanei. La bella ingenua e innamorata che vede svanire le proprie speranze d’amore e si consuma è decisamente un archetipo così come lo è il non morto che si vuole vendicare sui viventi di un torto subito. Se a questo aggiungiamo la leggiadria e la flessuosità delle ballerine classiche ne ricaviamo vere e proprie icone mediatiche della nostra contemporaneità, da quelle in tutù di Edgar Degas a quelle molto più scollacciate e birichine di “Les Demoiselles d’Avignon” di Picasso.

Da una poesia tragica di Victor Hugo e da una straziante leggenda tedesca, nasce il primo grande classico della danza moderna tanto noto e rappresentato da diventare uno stereotipo culturale del quale quasi più nessuno conosce il significato simbolico, le motivazioni e i contenuti che l’ispirarono.

Victor Hugo nella sua silloge “Les Orientales”, pubblicata nel 1829, include una poesia dal titolo “Fantômes” nella quale immagina di visitare un lugubre cimitero nel quale i fantasmi danzano ricordando le loro storie;
la più straziante di tutte è quella di una giovanetta, scivolata nel fiume mentre ancora danzava e giocava con le amiche:

Li vedo ! Li vedo ! Mi dicono: Vieni!/Poi intorno ad una tomba si
intrecciano danze;/Poi se ne vanno lentamente, per gradi
eclissati./Quindi penso e ricordo…/Uno soprattutto. – Un angelo, una
giovane spagnola!/Mani bianche, seni gonfi di sospiri innocenti,/Un
occhio nero, dove brillava lo sguardo creolo,/E questo fascino
sconosciuto, questa fresca aureola/Il che corona un fronte di quindici
anni!/

Al pubblico nazional-social-popolare solitamente viene ammannito come uno spettacolo d’incanto puerile tra piroette e languori adolescenziali nei quali si scambia il sapore dolciastro dei baci al sapore di marshmallows e ketamina con il Romanticismo di Victor Hugo, il Saturnismo di Heinrich Heine e la penna intinta nel sangue di entrambi di Theophile Gautier.

Eppure una vicenda come quella di Giselle è filtrata anche a livello della musica pop con “La canzone di Marinella” che si conclude esattamente come la poesia di Hugo perchè il riferimento di entrambi è stato Ophelia di Shakeaspeare.

Da ricordare anche lo splendido film in stop-motion “La sposa cadavere” di Tim Burton (2005) che s’ispira ad un’antica leggenda ebraica di affine tematica. Anche in quest’ultimo caso la “sposa” finisce per sacrificarsi e liberare il suo amore destinato ad un’altra.

Si apre il sipario ed appare in musica e stilizzato sulla scena un paesaggio bucolico suggerito dalle note in un’atmosfera lieta e solare; ci pare di vedere un ruscello scintillante tra le verdi sponde di canne e di fiori gialli; un capriolo s’avvicina circospetto, s’abbevera, un rumore lo insospettisce, alza la testa e poi con un agile balzo sparisce nuovamente nella macchia, lieve e silenzioso com’era venuto.

Nell’incantato paesello, contadini giovani e felici se ne vanno allegri verso il lavoro nei campi; Hilarion, un fiero cacciatore, regala un fagiano appena catturato alla sua bella lavandaia Giselle della quale, in realtà, è
innamorato anche Wilfrid, il giovane e attraente principastro nobile feudatario che possiede il villaggio con tutti gli abitanti, case, campi e animali. L’aristocratico, per concupire le contadinelle, gira in incognito, facendosi chiamare Albrecht per non destare sospetto e per confondersi tra i suoi sudditi godendo laidamente delle loro “libertà” per poi tornarsene alla ben più rigida etichetta di corte.

Anche questo è un espediente narrativo classico tanto da essere diventato un luogo comune del teatro fin dalla tragedia antica al cinema popolare classico, da Edipo re di Sofocle fino a “Vacanze romane” di William Wyler (1953) o “Il principe cerca moglie” di John Landis (1988) e si perdoni lo spericolato volo pindarico.

La coreografia tradizionale di Giselle è basata su un modo di danzare totalmente narrativo e ormai anacronistico con i ballerini che fingono di parlare tra loro e fanno sì sì con il capino come i “Wackeldackel, famigerati pupazzi tedeschi a forma di cagnolino con testa dondolante per le auto degli anni ’70.

I ballerini spiegano a gesti quello che con ben maggiore semplicità potrebbero dire con due parole, ma un altro topos della danza contemporanea è che i ballerini devono stare in silenzio e l’unico linguaggio che gli è permesso è quello del corpo e dei passi di danza.

Il principe sotto le mentite spoglie di un contadino sorprende la nostra ingenua Giselle mentre danza sognando il suo futuro d’amore. Bastano due sguardi e un sorrisetto e lei ci casca e si mette a sfogliare un
margheritone in cerca di un vaticinio favorevole: “M’ama, non m’ama”. La sentenza è nefasta ma lui irruento strappa ancora un petalo per portare la situazione a proprio favore. Si amano finalmente fino a quando però non giunge l’innamorato della candida Giselle e finisce a coltellate.

Da notare nelle ballerine la veste lunga e non il classico tutu che però all’epoca non usava per motivi di pudore, i tempi cambiano e le vesti s’accorciano lo sappiamo tutti. E allora gonne a metà polpaccio che oggi non mettono più nemmeno le suore, di un bel colore azzurro per la protagonista e a modi sacco di patate per tutti gli altri.

Giselle balla felice insieme a tutti gli altri giovani contadini ma è debole di cuore e la fatica e lo sfinimento delle giravolte potrebbero costarle la vita, così la redarguisce la mamma proibendole di ballare a costo della vita e minacciando il principe en travesti di mandarlo in galera.

Hilarion casualmente scopre l’inghippo del travestimento, in un casino di caccia trova la spada di Wilfrid principe “zozzone” e lo svela a tutti i contadini.

Nella scena seguente si vedono il re e la regina imparruccati e con abiti sontuosi in visita al paesello, è proprio Giselle a servirli, vorrebbe anche ballare per loro, ma il suo cuore non glielo permette.

Tutto è elegiaco, bucolico, totalmente irrealistico e fiabesco; anche il modo di danzare che oggi risulta un mero esercizio di stile retorico che non trasmette che emozioni stereotipate e un tanto al chilo.

A colpire davvero sono particolari che potrebbero sembrare irrilevanti per qualcuno: il rumore dei passi e dei salti sulle assi del palcoscenico che a volte sono veri e propri tonfi. Come nell’Amleto si organizza uno spettacolo di danza per i due regnanti e lo si fa ballando, è un bell’effetto di teatro nel teatro.

Arriva il momento della gioia vera e dell’ebrezza, è la vendemmia che, come tradizione vuole, si svolge sotto l’egida di Dioniso e della sua sfrenatezza. Lei viene eletta reginetta della festa, tutti ballano felici, ma non si accorgono che il dramma sta per compiersi. Hilarion geloso le rivela che il bel contadino di cui lei si è innamorata è, in realtà, il principe Wilfrid già promesso ad un’altra nobile del suo rango.

La povera Giselle che probabilmente era l’unica del paese a non saperlo, ne soffre talmente che finisce per impazzire come la piccola Ofelia del Principe di Danimarca; le si scompiglia perfino la capigliatura, alla
Giselle più canonica interpretata da Carla Fracci a questo punto sfuggiva solamente un ricciolo nella pedissequa, barbosissima interpretazione canonica. Questa Giselle è tutt’altro che composta e da di matto sul serio e balla, balla, sconvolta e folle.

Tutto il villaggio capisce come finirà, ma nessuno può più intervenire, ormai è troppo tardi, la tragedia si compie e il cuore della piccola finisce letteralmente in pezzi.

A Trieste la vita e i rumori della città entrano sempre in teatro, non è possibile escluderli. Il palcoscenico si trova a pochi passi da Piazza Unità d’Italia e il Molo Audace sembra quasi un suo prolungamento che s’incunea nel Golfo. Caso vuole che il giorno della rappresentazione del balletto, sulle rive, si svolgesse un’estemporanea e fuori tempo massimo sfilata di carri di carnevale con tanta gente assiepata a godersi lo spettacolo di musica, coriandoli e facezie varie; tra le canzoni che gli altoparlanti sparavano sulla folla anche “Ballo, Ballo” di Raffaella Carrà che non manca mai in occasioni come questa. A qualcuno è venuto in mente un accostamento sacrilego tra la vicenda di Giselle e il brano cantato dalla platinatissima soubrette nazional-popolare:

Ballo, ballo, ballo da capogiro

Ballo, ballo, ballo senza respiro

Ballo, ballo, ballo m’invento un passo

Che fa così, fa così, (fa cosí)

Pazza, pazza, pazza su una terrazza

Porta, porta, portami una farfalla

Ballo, ballo, ballo nel mio castello

Che cosa c’è, cosa c’è, (cosa c’è)

Ballo, ballo, ballo non m’innamoro

Ballo, ballo, ballo son prigioniera

Ballo, ballo, ballo capolavoro

Che cosa c’è, cosa c’è (cosa c’è)

Naturalmente gli echi del gioioso trambusto arrivavano fino nella sala del teatro, tanto che durante l’intervallo gli spettatori si erano riversati in strada per curiosare tra le maschere; anche questo è metateatro.

Fuori dall’ingresso degli artisti si notava anche una ballerina dello spettacolo ancora con l’abito di scena ma con delle calzature sproporzionate a proteggere i piedini. Se ne stava sola forse un po’ imbronciata con la schiena appoggiata a muro e dopo essersi rollata una sigaretta che, per quanto ne sappiamo, poteva essere anche una di quelle furbe, se la stava fumando con grande trasporto aspirando profonde boccate.
Un’immagine che da sola valeva il disturbo.

Atto II

Lei è morta. – A quindici anni, bella, felice, adorata!/Morì dopo un
ballo che ci mise tutti in lutto./Morta, ahimè! Tra le braccia di una
madre perduta/La morte in mani fredde la prese tutta adorna,/Per
metterla a dormire nella bara./Per ballare altri balli era ancora
pronta,/La Morte era così ansiosa di prendere un corpo così bello!/E
queste rose di un giorno che le coronavano la testa,/Che il giorno
prima è sbocciato in una festa,/Appassito in una tomba.

Il secondo e ultimo atto si apre con un ben più lugubre prologo mentre il sipario rivela un cimitero nel bosco che si intravede tra il fumo provocato dalla macchina del ghiaccio secco, un trucco piuttosto stagionato, ma che funziona ancora a meraviglia. Il suono lugubre della campana a morto, Hilarion distrutto dal dolore porta una corona di fiori sulla tomba della sua sfortunata amata Giselle.

L’insonorizzazione del teatro può poco contro il chiasso carnacialesco delle rive, la sfilata dei carri finisce per fare da tenue sottofondo al dramma che sta andando in scena e, superato il primo momento di sconcerto, non è stato affatto spiacevole.

Proprio mentre per il cimitero cominciano ad aggirarsi le Villi si sentono i clacson e le esplosioni dei petardi e la musica assordante della sfilata. E’ solo un tenue sottofondo, un lieve rimbombo ma è nettamente avvertibile, in mezzo alla musica di Adolphe-Charles Adam. E’ la vita che si insinua nell’arte e si fa palcoscenico; a Trieste il dramma e la farsa sono sempre andati a braccetto, sono poche le città al mondo nelle quali Eros e Thanatos si sono resi praticamente indistinguibili, soprattutto adesso nello sfacelo del nostro tempo.

Nella città di Saba arrivano stremati migliaia di rifugiati, profughi, migranti e tanti altri fratelli in viaggio che trovano un’accoglienza a colpi di manganello e sono costretti a sopravvivere in luridi tuguri.
L’unica vera libertà che hanno queste persone è quella di morire sul lavoro, trattati come animali, di fatto schiavi di gente senza cuore proprio come molti di noi.

Chissà quante “spose cadaveri” hanno dovuto lasciare nei loro paesi, quante madri, sorelle, figlie che hanno subito e subiscono le peggiori angherie, passandosela molto peggio dei loro compagni che almeno possono morire di stenti e di freddo in un bosco percorrendo la rotta balcanica.

Chissà quante Villi contemporanee si sono unite a quelle antiche della leggenda in cerca di vendetta perchè tradite, violentate, abbandonate da maschi che non hanno altro scopo che esercitare il loro potere sui più
deboli.

Così come Giselle, tutte quelle donne violate sono libere di esprimere le proprie emozioni solo nell’oltretomba. Al suono dell’arpa, Giselle danza il suo amore perduto e la sua vita che se n’è volata via come una farfalla che splendida vive solo poche ore. La ballerina con il suo cerone bianco, bianco ricordava, per il “sentimento del contrario”, una di quelle tante “vecchie signore, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale
orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili” che possiamo trovare negli storici caffè proprio nei pressi del Teatro Verdi.

Sono tutte giovanissime Villi imprigionate dal tempo in un corpo d’anziane che non corrisponde ai loro desideri e alla loro identità profonda. Sono proprio come Giselle che dopo aver ballato forsennatamente alla festa si ritrova sepolta nel proprio stesso corpo morto, disanimato e avvizzito.

Le giovani morte sul palcoscenico ballano tra loro meste e tragiche mentre Myrta la loro regina della notte le osserva; come dicevamo, le ballerine sono leggere ma i tonfi sulle assi del palcoscenico si sentono nettamente generando una forma d’angoscia.

Un grande applauso meritano anche le ballerine di “fila” della compagnia che, oltre a danzare sulle punte, devono anche recitare con grazia e leggerezza.

Nella nebbia del cimitero, dopo Hilarion, avanza affranto anche il principe Wilfrid con un mazzo di gigli in un gran mantello nero. Giselle, che anche nella tomba ha conservato la propria ingenuità, vorrebbe consolarlo, balla con lui sotto forma di fantasma. Le Villi minacciose e assetate di vendetta vorrebbero sfinire entrambi gli amanti di Giselle e farli morire a forza di ballare, proprio come ordina loro la Regina Myrta. Giselle la implora e ottiene di salvare la vita almeno del principe e non si capisce bene in virtù di quale privilegio.

La nebbia svanisce così come il fantasma dell’amore, “il buio cala e non rimane altro che l’incantesimo sublime, e allora…viva la musica!” Come canta l’avvocato di Asti.

Gioiosa e con una mano felice/ Andò a raccogliere le rose della vita/
Bellezza, piacere, giovinezza, amore!/La povera fanciulla, portata di festa
in festa,/aveva composto di colori il suo lezioso bouquet;/Ci ha lasciati
troppo presto, ahimè! la sfortunata!/Come Ofelia portata via dal fiume,/È
morta raccogliendo fiori!

Flaviano Bosco / instArt 2024 ©
Renato Zanella, Teatro Verdi di Trieste, SNG Opera and Ballet di Ljubljana, José Carlos Martìnez

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