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Tra i tanti artisti da (ri)scoprire nel 2025 c’è Eric Andersen, definito in un recente docufilm a lui dedicato “songpoet” per la liricità dei suoi testi e per la capacità di trasportarli in musica, canzoni di un poeta appunto. Colto e letterato per tradizione famigliare, lettore onnivoro, a inizio anni Sessanta si inserisce nell’ambiente del Greenwich Village, appartenenza riconosciuta a una comunità che gli vale la pubblicazione dei primi album, country-folk voce e chitarra, un sicuro fingerpicking e un certo sentore di polvere: album e canzoni ancora imperfetti, ma già di un certo spessore visto che thirsty boots (1966) dedicata a Phil Ochs e alle marce per i diritti civili viene subito reinterpretata e portata in classifica da Judy Collins, mentre violets of dawn sembra sia stata di ispirazione a Leonard Cohen per scrivere canzoni. Quest’ultima è una dream song / drug song, perfettamente fluttuante nello spirito dell’epoca, un ottimo esempio della scrittura di Andersen, che affronta temi perlopiù legati all’amore e alla (conseguente) solitudine. Negli anni a seguire, gli arrangiamenti diventano via via più raffinati e nel 1972 pubblica il suo capolavoro Blue river, che da solo basterebbe ad annoverarlo nella decina dei migliori cantautori americani.

Per celebrare i 40anni del disco, Andersen fece un tour, accompagnato dalla moglie Inge e da Michele Gazich al violino, la cui registrazione della serata di Tokio viene ora distribuita dalla lodevole etichetta (italiana) New Shot Records, che da anni si prodiga per far conoscere gemme perdute soprattutto del cantautorato USA. Blue River – live in Tokio permette di riascoltare uno dei dischi più belli del periodo, con arrangiamenti delicati, come la voce un po’ arrocchita di Andersen, e scoprire – per chi non la conoscesse – la bellezza di queste canzoni. Da pearl’s goodtime blues, dedicata a Janis Joplin, alla indimenticabile is it really love at all, quasi tutti i brani raccontano della vita con una inconfondibile ricerca poetica e ricercatezza musicale, si pensi a wind and sand, che sono parte dell’opera del cantautore di Pittsburgh dagli inizi fino ad oggi.

Sì fino a oggi, perché lo storytelling di Andersen non si è fermato al 1972. Le registrazioni dell’album successivo vanno perdute e quelle canzoni verranno poi pubblicate solo nel 1975 in Be true to you, un bell’album, ma in ritardo sulla scena cantautorale ormai passata di moda. Negli anni ’80 si trasferisce in Norvegia, pubblica qualche album minore fino a Ghosts upon the road (1989) di ambientazione europea (belgian bar, spanish steps, irish lace, trouble in Paris) anche se la lunga title track parla della sua giovinezza nell’America degli anni Sessanta (ascoltatevi il brano, leggendo il testo, e capirete il perché dell’appellativo “songpoet”). Negli anni Novanta, dopo alcuni album registrati con Rick Danko e Jonas Fjeld, pubblica Memory of the future (1998) contenente la agghiacciante rain falls down in Amsterdam sul ritorno del nazismo in Europa (!) e You can’t relive the past (2000) che include la canzone omonima composta e cantata con Lou Reed.

Tra gli altri lavori degli anni Novanta e Duemila va citato almeno Beat avenue (2002), un doppio album con belle canzoni e con un immenso poema, beat avenue, una riflessione sull’America, a partire dall’omicidio di JFK e ancora dagli amati anni Sessanta: un lungo recitato che sfiora la pura poesia. Negli anni a seguire pubblica una trilogia su alcuni famosi scrittori (Camus, Byron e Boll, un quarto capitolo dovrebbe arrivare a breve su Lorca – e io spero sempre in un colpo di coda sull’amato Joyce…), dischi rischiosi, ma di pregevole fattura, che solo i grandi artisti possono realizzare.

E nel 2025, oltre al recupero del live in Tokio del 2012 citato sopra, il nostro torna alla ribalta con un nuovo album, Dance of love and death. Un paio di canzoni, come quella che dà il titolo all’album e sinking deeper into you, sono state composte e sentite qualche anno fa, ma si tratta in ogni caso di ben 14 nuove composizioni, tanto da pubblicare un doppio cd. L’album si apre subito con death of love and death, una ballad dal sound “moderno”, potrebbe sembrare di un cantautore delle nuove generazioni se non fosse per la sempre affascinante voce di Andersen che racconta un mondo adulto. Subito a seguire love is a sacred thing, un tuffo nel passato con un elegante fingerpicking e il violino di Gazich: potrebbe essere un brano di Dylan…. Tutto il disco, comunque, si fa ascoltare senza cedimenti: resta in testa la melodia di troubled angel, ma anche la dinamica after this life (a proposito di amore e morte), la notturna e nebbiosa river spree (Berlin) o la danzereccia color blind (true colors). A dispetto del titolo, comunque, l’album non sembra un testamento spirituale, ma anzi un inno a vivere, e anche i testi più cupi e disincantati sono affrontati con una vitalità che è sorprendente solo per chi ancora non conosce lo “straordinario autore di ballate” (Bob Dylan dixit). Per completare un lavoro così raffinato e allo stesso tempo pieno di energia, mancherebbe il recitativo con cui Andersen ha suggellato alcuni suoi lavori, il reading poetico che ci tiene incollati alla poltrona in religioso ascolto, impreziosito da un sottofondo di chitarre pallido e nervoso come in ghosts upon the road oppure da un beat moderno e jazzato come in beat avenue. Gli viene allora in soccorso l’amico Larry Campell con la sua straordinaria slide guitar, per chiudere l’album con una broken bone blues da brividi (when you get in trouble / the blues are your best friend), nove minuti di rare emozioni. Nonostante i suoi quasi 83 anni, noi restiamo ancora in attesa di nuovi capitoli di quell’unico poema epico che è il canzoniere del songpoet.

© Stefano Simonato per instArt