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Continuiamo le nostre considerazioni su alcuni dei film visti alla rassegna pordenonese che dopo alcune settimane continuano a ritornare alla memoria con le loro immagini e le loro suggestioni.

La vera funzione del cinema è proprio quella di “giocare” con il nostro immaginario più profondo, interagendo con le nostre emozioni e paure, a volte sostituendosi ad esse e perfino costruendole. Lo sappiamo bene che è la fantasia a creare la realtà che ci circonda e non il contrario.

La magnifica ossessione e l’illusione necessaria che sono tra i fondamenti della nostra esistenza, trovano nel cinema la loro espressione più alta e intensa.

Abbandoniamo dunque i sofismi e le reticeneze per godere ancora una volta di quella dimensione di sogno a 24 fotogrammi al secondo.

Gli ultimi giorni di Pompei di Eleuterio Ridolfi (Italia 1913)

Nel ciclo “Il canone rivisitato”è stato proiettato uno dei film che hanno creato il linguaggio cinematografico, non solo per quanto riguarda le pellicole catastrofiche, ma in senso assoluto. E’ citato ovunque, presente in tutti i manuali di storia del cinema, ma disgraziatamente visto integralmente solo da pochi anche tra i cinefili più accaniti.

Il nuovo restauro presentato alle Giornate del Muto si apre con il grande vecchio Cronos con la falce che, con la sua clessidra, decide delle ultime ore della città antica sotto il Vesuvio. L’azione si sposta allora per le ricche vie di Pompei nel 79 aC. Lungo le quali passeggiano i patrizi, con le loro candide tuniche. Buttata in un angolo Nidia, una povera fioraia cieca sfruttata da una perfida ostessa che le ruba la misera elemosina che riesce a raccimolare, il nobile Glauco la compra per sottrarla a tanta crudeltà.

Nel frattempo el tempio di Iside il Grande Sacerdote inizia il suo discepolo ai Misteri della dea. Il regista, in relativamente pochi quadri, presenta i personaggi, il luogo e il tempo dell’azione e del racconto che svilupperà nella pellicola. L’impianto è prettamente frontale e teatrale con trovate che sono ancora operistiche. E’ vero che in alcuni casi viene esplorata anche la profondità di campo, ma la tecnologia ancora rappresentava severi vincoli.

L’ispirazione principale è decisamente pittorica e si rifa’ allo stile d’età vittoriana e soprattutto a quello definito come “ecclettismo pompeiano” (Lawrence Alma-Tadema, ecc ) visto che si ispirava agli splendori della romanità e alle grottesche pompeiane

The Blood ship di George B Seitz (Usa 1927, 68′)

Un autentico, stupendo veliero, il clipper a tre alberi “Bohemia” di proprietà di C. B. De Mille, nel 1927 fu il set di uno strano film di mare e d’avventura tutto incentrato sulle cattiverie di un sadico capitano e del suo nostromo che assoldano la propria ciurma rastrellando le peggiori locande e gli angiporti, pescando tra gli ubriaconi e gli avanzi di galera. Dopo averli sfruttati a sangue nella navigazione, li terrorizzano in modo che al primo porto d’attracco, se ne scappino via senza risquotere lo stipendio. Un sistema perfetto.

Naturalmente, c’è anche una storia d’amore tra la bella presunta figlia del capitano e un nerboruto, gentile marinaio che sarà a capo dell’ammutinamento che porrà fine alle malefatte del tiranno al centro anche di una complicata vendetta di un suo antico collega. La sceneggiatura fu adattata a partire dal romanzo omonimo di Norman Sringer di enorme successo.

Un gran motivo di interesse della pellicola è la presenza dell’attore afroamericano Blue Washington passato alla storia del cinema per essere stato tra i primi ad avere ruoli non troppo stereotipati e razzisti. .

Anche se nei credits è indicato come “The Negro”, il suo personaggio appare decisamente integrato e diverso dal solito “Si Badrone!” di tante pellicole scioviniste dell’epoca. Anche se non tutte le ombre erano ancora diradate, fu di certo un bel passo avanti.

In alcune sequenze del film si rappresenta un’incomprensibile, efferata violenza, gratuita e fuori registro. In una di queste si vede il cattivo capitano aggiungere piccoli pezzi di ferro e ganci alle punte del suo flagello per renderlo ancora più letale.

Le avventure di mare erano allora ancora molto apprezzate dal pubblico, Josep Conrad era scomparso solo da pochi anni, ma i suoi romanzi riempivano l’immaginario dei lettori di tutto il mondo, così come quelli di Jack London. Nel cinema contemporaneo le avventure cinematografiche per mare sono legate a improbabili pescioni assassini (Sharknado, ecc.) alle fantasie esotiche piratesche (Pirati dei Caraibi) oppure a imprese guerresche o sportive (da Master & Commander a Le Grand Bleu)

La semplice vita di bordo non sembra essere troppo interessante per il grande pubblico. Se ci pensiamo bene però negli ultimi tempi le attività piratesche si sono di gran lunga intensificate e Usa e Israele due degli stati che si predicano dei più democratici del mondo la praticano senza alcun riguardo beffandosi d’ogni norma giuridica e diritto umano. Senza contare le migliaia di migranti, naviganti forzati, le cui storie meriterebbero di essere raccontate con maggiore cognizione di causa.

L’ombra di Mario Almirante (Italia 1923, 91′)

Un’intrigante retrospettiva è stata Italia Almirante Manzini. Della medesima famiglia di uno dei personaggi politici più squallidi della storia d’Italia, faceva parte anche un’attrice dal fascino inimitabile per l’epoca.

Le Giornate hanno l’innegabile merito di far riscoprire al pubblico moderno le grandi dive adorate cento anni fa e oggi completamente dimenticate come l’Almirante. In questa pellicola d’ambiente borghese quasi tutta girata in lussuosi interni e fuori dal tempo, la diva fa la moglie malata e tradita che infine guarisce per scoprire che il marito mentre lei era paralizzata come una statua di marmo, si è legato alla sua migliore amica facendoci un figlio. La donna prega dio per riavere la propria malattia e non sapere più niente di nessuno. Nel finale, piuttosto bizzarro, la moglie tradita affronta e scaccia l’adultera facendosi consegnare il frutto del peccato che adotta perdonando il marito fedifrago e ripromettendogli eterno amore.

All’epoca fu salutato dal pubblico come un grande capolavoro, oggi resta il documento di un’epoca nella quale coloro che faticavano a mettere insieme il pranzo con la cena s’incantavano s delle fasulle malinconie sul grande schermo degli aristocratici che, per far fronte alle proprie ubbie, gli scatenavano contro le squadracce nere, come si dice: “Beati e mazziati!” La famiglia Almirante docet.

Il mondo che c’era, il mondo che verrà: impressionante la scelta della rassegna di presentare brevi film documentaristici che mostrano immagini degli inizi del secolo scorso riguardanti città che oggi sono distrutte dai bombardamenti o in preda a profondi mutamenti. Gli stacchi del film sono davvero drammatici e ci mostrano luoghi che sono, in alcuni casi, passati dall’incantato medioevo de “Le Mille e una Notte” all’oscena crudeltà del mondo moderno dominato dalle macchine, capaci solo progettare omicidi di massa.

Aleppo (Germania, 1916) 

Oggi: Dopo una spaventosa guerra civile durata quasi quattordici anni  il 27/11/2024 ha provocato il collasso del regime di Bashar al-Assad la cui famiglia era al potere in Siria dal 1970. In quel momento il numero degli sfollati interni era di 1,1 milioni e il paese versava in condizioni decisamente drammatiche anche perchè alle mostruosità della guerra degli uomini si univano le conseguenze di uno dei più devastanti terremoti che si siano manifestati in quell’area a memoria d’uomo. Dopo quasi un anno dalla fine del conflitto la situazione non è per nulla cambiata, e anche se ad Aleppo la popolazione sta tornando e la ricostruzione è avviata la situazione umanitaria è gravissima e praticamente al collasso.

Ieri: Le prime immagini del breve filmato del 1916 mostrano un povero cammello che cerca di sopportare l’enorme peso di due enormi bidoni di petrolio, per noi spettatori del futuro, quasi una metafora del mondo antico schiacciato dalla perversione della modernità che sopraggiunge immediatamente mostrando il passaggio di carriaggi militari. Si vede poi un piccolo accampamento di soldati turchie, e a volo d’uccello l’enorme cimitero islamico quasi un oscuro presagio. E poi attraversiamo                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                               l’antica porta d’accesso alla cittadella con le sue rovine, ammiriamo l’antica moschea per poi  arrivare al grande suk della Medina con il suo mercato di bestiame e delle spezie, tra ceste, paioli tessuti, con moltissime persone tutte rigorosamente sedute in terra tra la polvere e il cielo. Ultima breve sequenza la  ferratura di un asino da parte di un giovane apprendista.

Tutto un mondo dilaniato dai bombardamenti e perduto per sempre: “Nel sole e nel vento, nel sorriso e nel pianto”.

La capitale di Brésil (Brasile 1931-1932)

Oggi: Blitz antidroga senza precedenti, scene da film: 2500 poliziotti armati irrompono nelle baraccopoli a nord della città carioca…sale a oltre 130 morti il bilancio della megaoperazione delle forze di sicurezza scattata ieri a Rio de Janeiro contro il gruppo criminale del “Comando Vermelho” il secondo più potente del Brasile…Si è trattato della più sanguinosa operazione di polizia mai avvenuta nella storia della città

Ieri: Le prime immagini del film mostrano l’arrivo di un transatlantico dai mari d’Europa presumibilmente e a poco a poco si scopre Rio de Janeiro che allora aveva solo due milioni di abitanti, dalla banchina assiepata di migliaia di persone in attesa dei naviganti si comincia un’esplorazione della città lungo larghi viali alberati sui quali s’affacciano palazzoni in stile coloniale, grandi spazi e un’aria tutta Europea. Poco spazio è dedicato all’esotismo che evidentemente allora si preferiva nascondere. La macchina da presa non poteva certo tacere però della bellezza paesaggistica delle insenature e del golfo sul quale si affaccia la città e poi i massi erratici delle montagne che sembrano gettati sulla costa da un dio. E’ il ritratto di una città borghese, ricca e spensierata; le baraccopoli, che di certo esistevano, non si vedono nemmeno di lontano. Il finale riguarda una partita di Polo con cavalli scattanti e le signore imbellettate e con la veletta che sorridono alla cinepresa.

Narysy Radianskoho Mista di Dmytro Dalskyi (UkrSSR, 1929, 29′)

Oggi: il cortometraggio è girato per una buona parte a Kharkiv in Ukraina una delle zone più disastrate nella guerra in corso. “La Russia ha attaccato mercoledì la seconda città ucraina, colpendo un asilo con bambini al suo interno. Il presidente Zelensky ha detto che tutti i bambini sono stati evacuati, ma che molti di loro “stanno sperimentando reazioni da stress acuto”

Le forze russe hanno attaccato Kharkiv , colpendo e dando alle fiamme un asilo con bambini al suo interno, secondo le autorità.

Il sindaco di Kharkiv Ihor Terekhov e il capo dell’amministrazione statale regionale di Kharkiv Oleh Synyegubov hanno dichiarato che si sono verificate almeno tre esplosioni nella zona.

“È stato colpito un asilo privato nel distretto di Kholodnohirskyi. C’è un incendio sul luogo dell’esplosione”, ha detto Terekhov, aggiungendo poi che non ci sono informazioni su eventuali feriti tra i bambini”.

Ieri:Kharkiv città operaia saluta i propri eroi, uomini fieri e schietti dalle mani contadine e dal volto cotto dal sole. Operai e operaie che sanno piegare la schiena, usare il martello per battere l’incudine, ma anche usare la falce per mietere il grano. La città è fatta d’acciaio, cemento e una speranza incrollabile verso il futuro. Dalle scene di massa, alle architetture, ai volti coriacei, alle braccia nodose tutto ricorda la grande forza del popolo (russo+ucraino) verso il mondo nuovo e il comunismo. “Onoro il braccio che muove il telaio, Onoro la forza che muove l’acciaio”. Le macchine faranno la loro parte se ogni cittadino farà la propria. Il montaggio analogico e tutte le altre novità delle avanguardie costruttiviste e cubofuturiste sono in bella evidenza nel film con l’aggiunta di una buona dose di gioviale allegria e ironia che non mancano mai nelle opere del socialismo reale. Anche in questo caso, tutto perduto. Come dice il Poeta: “L’infanzia ho sotterrato/Nel fondo delle notti/E ora, spada invisibile,/Mi separa da tutto.

Il magistrale saggio di Andrè Bazin che abbiamo citato in testa a queste nostre riflessioni sulle Giornate del Muto di Pordenone 2025, dice:

“Quando il critico torna spaesato dal festival del cinema e si reintegra nel suo alloggio e riprende il suo lavoro abituale, gli sembra di venire da lontano e di aver vissuto a lungo in un universo di ordine, di rigore e di dovere che evoca il ricordo di un cenobio, insieme brillante e pensoso, di cui il cinema rappresentava l’unità spirituale che di essere stato il felice eletto di un esclusivo convegno di cui ritroverà la fragranza nelle recensioni delle riviste.”

Modestamente proprio come in queste righe.

Flaviano Bosco / instArt 2025 ©