Mentre esplodono le prime code in autostrada e i primi assalti alle spiagge dopo tanto inverno intirizzito, ripensiamo ancora a quando la scorsa stagione balneare lentamente andava esaurendo le proprie aspettative lasciando qualcuno esausto e saturo di mollezze e stravizi e altri aridi, soli e in stato d’abbandono com’erano prima e si svolgevano gli ultimi eventi di una lunga serie che aveva preso corpo già agli inizi di giugno.
L’atmosfera di mestizia, disillusione e di sbaracco era davvero l’ideale per un concerto dei Marlene Kuntz che celebravano i 30 anni di “Catartica”, uno degli album cardine del post rock italiano che ha fatto germinare una scena musicale che non ha ancora esaurito la propria spinta propulsiva.
Il tour che ha fatto tappa all’Arena Alpe Adria di Lignano ha dimostrato ancora una volta quanto prezioso e seminale sia stato quell’album. A chi lo ascolta oggi per la prima volta non sembra che sia stato composto e suonato per un’altra epoca dove tutto era diverso: la Palestina era occupata e soggetta alle crudeli angherie dello Stato d’Israele e il Medio Oriente bruciava per un’altra guerra, mentre in Africa se ne contavano a decine; gli Stati Uniti erano tronfi del loro imperialismo e l’orso russo ruggiva le sue minacce a suon di cannonate contro popolazioni inermi.
Aspettate un attimo, ma non sembra essere cambiato proprio niente se non la data sul calendario. Anzi forse la situazione è solo peggiorata e in progressione geometrica siamo solo più ipocriti, laidi e gonfi nei nostri orribili pregiudizi.
Alle 21,44 di quell’ormai lontano agosto 2024, iniziava la festa, canonicamente si abbassavano le luci, per farne esplodere una sola abbagliante, rossa incandescente e poi partire con quel sound assolutamente particolare che da sempre caratterizza la band: “Nessuna verità” ma un suono pesante, distorto, pieno con una melodia abrasiva e la voce di Godano che domanda insistentemente “Do you remember?” Te lo ricordi?
Ce lo ricordiamo eccome, era un periodo terrificante tra l’edonismo reaganiano e il tracollo dell’Unione Sovietica, le guerre di mafia, l’età berlusconiana che s’appressava e la corruzione morale e sociale di un paese marcito fino alle fondamenta. “Chiedo scusa per il disordine vorrei poter sorridere”. Anche qui niente di diverso da oggi, da necrosi con al governo i figli degeneri dei “fucilatori” fascisti.
Di quel periodo si salva solamente certa musica e non è certo quella commerciale o da ballo che cominciò a furoreggiare e a diventare liquida con il primo diffondersi dei sistemi di riproduzione digitale.
I Marlene Kuntz (Cristiano Godano, chitarra, voce; Riccardo Tesio, chitarra; Luca Lagash Saporiti, basso; Davide Arneodo, tastiere; Sergio Carnevale, batteria) in tutti questi anni hanno continuato ad evolvere e ad esplorare i sentieri dei suoni e delle parole.
Una cosa sola è purtroppo cambiata irrimediabilmente: lo scorso anno il loro storico batterista e membro fondatore Luca Bergia ha lasciato la Festa Mesta di questa esistenza. Il tour del trentennale logicamente è stato dedicato al suo “lieve perdersi in fondo all’immobile”.
La musica che la band ha proposto rimane fresca e ruvida esattamente come allora; la band è solo più stagionata, secca e capace rispetto ai suoni, ma l’energia non è cambiata. A dirla tutta, anche grazie alla tecnologia che nel frattempo ha fatto passi da gigante, il loro suono soprattutto live è addirittura migliorato, sempre torrido e muscolare al punto giusto, ma decisamente più calibrato e solido. Sono comunque sempre “Fragori nella mente, rumori, dolore, lampi, tuoni e saette, schianti…”
Ritrovarsi dopo trent’anni sotto un palco a cantare le stesse canzoni, inevitabilmente fa ripensare a “Come stavamo ieri”, sia chiaro senza nessuna nostalgia, ma solo con qualche amarezza in più e quella disillusione che logora solo chi non ce l’ha.
Quanto fa male lavorare al male che compare
a causa dei miei vuoti d’anima
Sento l’inutilità obbligata delle scuse solite:Il mio costume, la tua rabbia su di me:
Il mio costume, la tua rabbia su di me.
Come stavamo ieri…Sarà così domani?
Dimmi di sì
Quanto fa male ritornare al gelo dei sorrisi uccisi
dalle nostre lacrime quanto fa male devastare gli argini del nostro
scorrere
La terra è fradicia anche al sole oramai
Come stavamo ieri…Sarà così domani?
Dimmi di sì
Durante lo spettacolo, tutto ha funzionato a meraviglia senza stucchevoli nostalgie o retoriche giaculatorie; poche chiacchiere anzi nessuna; celebrare non vuol dire esumare e i Marlene Kuntz non hanno rimpianti, il loro sguardo e la loro creatività non si sono per nulla esauriti.
Eseguire nuovamente “Catartica” dopo tre decenni significa rivendicarne la forza e l’anacronistica attualità. Quest’ultimo paradosso vuole sottolineare che in uno scenario musicale come quello di questi ultimi anni dove tutto suona fasullo e artefatto, i suoni di Godano e soci appaiono ancora più veri e presenti di quanto siano mai stati in precedenza.
La band durante l’esibizione ha inanellato un brano dietro l’altro senza perder tempo, con il preciso intento di dimostrare che quel sound senza compromessi ha ancora un sacco di cose da dire.
L’attitudine Noise non si è per nulla smentita e l’impatto sul pubblico dei cinque musicisti è stato mesmerizzante, ipnotico e sbalorditivo, come al solito “ E il sole scaglia la sua gloria e se la ghigna”.
La band piemontese appare ancora e sempre di più arrabbiata, impetuosa e piena di forza oscura. La voce di Godano è chiara, diretta ed efficace pur risultando a volte ispida e urticante come la sua barba, altre volte, invece, è solo un sinistro sussurro. Al sound complessivo giovano moltissimo le stranianti atmosfere create dalle tastiere di Arneodo e l’abrasiva, caparbia dedizione al verbo tenebroso del ritmo di Tesio e Lagash.
“Staccala tu la marcia mela, staccala tu la mala mela”
Poche scarne parole quando il concerto è già iniziato da un po’: “Molte grazie a tutti, stiamo suonando il trentennale di “Catartica” che eseguiremo integralmente aggiungendo brani tratti dai “Il Vile” (1996), “Ho ucciso paranoia” (1999). Lo sapevano tutti benissimo, anche senza la precisazione, ma come si dice “ripetere giova”.
L’unico effetto scenografico di uno spettacolo volutamente scarno ed essenziale, fatto solo di sudore, suoni e luci, è stato il cadere di un telone rosso che faceva da fondale per scoprire un altro lenzuolone bianco.
Tutto era assolutamente essenziale e perfino troppo scabro con un gran gioco di luci; alla band giustamente interessa che gli spettatori si concentrino sui musicisti e su quello che fanno senza distrarsi con immagini che in quel contesto potrebbero apparire fuori luogo.
“Vieni qui, vicino a me e fatti piccola. Ti sogno avvolta e tenera in calde cavità. La mia emozione è un brivido, non la sperderò. Ma prenditi un mio battito, mischialo col tuo. La cosa più speciale che mi potessi offrire, è un lampo d’infinità…Rimani così nel sogno che sei”.
Non serve dire che “Lieve” è una hit che non perde mai di attualità, e quando è stato il suo momento a Lignano “davvero ci è piaciuta, di più sempre di più”.
“E allora complimenti per la festa, una festa del cazzo” proprio come dicono i Marlene Kuntz anche in uno splendido DVD che dieci anni fa celebrava le due decadi di “Catartica” documentandone il tour trionfale. Non ci resta che aspettare anche quello del quarantennale augurando alla band ancora tanto Hard Rock sudato, squadrato e grezzo.
Per non smentirsi, nel lungo finale, un’intro inquietante, cacofonica di deragliamento elettronico annuncia una lancinante versione di “Sonica”, un brano dalla forza tellurica e incontrollabile. E’ evidente che i Marlene Kuntz divertono e si divertono esattamente come agli inizi della loro carriera e forse anche di più.
“Pelle è la tua che manca”… Nuotando nell’aria … era e rimane uno dei migliori brani dell’album. Certo è un’opinione personale, da fan di vecchia data, ma anche il giornalista recensore ha una propria sensibilità e poi i gusti non si discutono.
Finisce qui e poi naturalmente i bis.
I Marlene Kuntz chiudono con un pugno di loro classici, duri e laceranti fino ai limiti dello stoner con un finale fulminante ed elettrico ossessivo.
M.K. l’ultimo brano, è una vera eruzione, incandescente e luminoso, solido e violento come una martellata.
“Lascia che ti vomiti un’onda di parole, ma ma Marlene è la migliore!!!”
Scaletta: Trasudamerica, Fuoco su di te, Canzone di domani, Gioia (che mi do), L’agguato, Lamento dello sbronzo, Mala Mela, 1°2°3°, Infinità, Ineluttabile, Lieve, Festa Mesta, Sonica, Nuotando nell’aria.
Encore: Come stavamo ieri, Ape Regina, M.K.
Flaviano Bosco / instArt 2025 ©