Il Cirque du Soleil porta a Trieste una liturgia di corpi, luce e musica. Tra clown, tessuti, fuoco e canto, la città si lascia attraversare da una poesia fisica e collettiva – La recensione dello spettacolo del Cirque du Soleil, Trieste – Le Grand Chapiteau, domenica 22 giugno

A Trieste tutto è confine e respiro. È una città che vive in bilico: tra il vento e il marmo, tra l’Adriatico e l’Europa, tra la parola e il silenzio. Qui, dove passeggiava Svevo con le sue inquietudini borghesi, Saba con il suo amore per le piccole cose, e Joyce con le sue visioni oblique, irlandesi e interiori, approda ora una nuova presenza scenica: non un visitatore, ma una corrente luminosa, una voce altra che parla la stessa lingua di questa città, fatta di chiaroscuri e di vertigini lievi.
Il mondo sospeso di “Alegría – In a New Light” si riflette nell’anima segreta di Trieste: una bellezza elegante, malinconica, mai urlata.
Il tendone, piantato come un presagio – o una speranza – nel Porto Vecchio, sembra affiorare da questa zona che potrebbe essere il sogno di un futuro possibile e si fonde con il panorama neoclassico e il respiro mitteleuropeo della città, parlando la stessa lingua dei suoi scrittori: quella della meraviglia fragile, dell’equilibrio precario, del volo oltre la superficie.
“Alegría”, nato nel 1994 e completamente rinnovato nel 2019, racconta la trasformazione di un mondo in crisi attraverso la tensione tra vecchio e nuovo potere. Da una parte i personaggi grotteschi del passato – come Mr. Fleur, simbolo di un’autorità ormai svuotata – dall’altra giovani spiriti vitali che incarnano il cambiamento. Una fiaba simbolica, senza parole, in cui la bellezza diventa strumento di rinascita, e la luce un modo di abitare l’ignoto.
I numeri circensi sono la spina dorsale e il cuore narrativo dello spettacolo, che si apre con i clown, due figure poetiche e irresistibili, che scandiscono tutto lo show con momenti di comicità leggera e coinvolgente.
A Trieste, tra le mille gag, ne hanno improvvisata una coinvolgendo uno spettatore, scelto a caso tra il pubblico. Tra divertenti battute in italiano stentato e un improbabile valzer, la platea ha riso di gusto, la comicità si è fatta contagio e condivisione, trasformando l’interazione in un gioco spontaneo e corale: la risata per ricordare che la fragilità può essere accolta con leggerezza, senza per questo perdere profondità. Ridere non è svuotare di senso, ma attraversare il senso con occhi aperti. Un monaco del passato avrebbe forse disapprovato, temendo che il riso uccida la paura e dunque il potere. Eppure… qui, sotto il tendone, ridere è un atto di consapevolezza: è riconoscere la verità nell’imperfezione, come forse sapeva bene anche Guglielmo da Baskerville…

Tra i numeri, tutti ad alto tasso di spettacolarità, anche la simulazione di una tempesta di neve, che ha ammantato palcoscenico e pubblico con milioni di piccoli e impalpabili quadratini di carta velina bianca… una nevicata lenta e surreale, che ha cancellato ogni distanza tra palco e platea in un abbraccio bianco di stupore.
Uno dei momenti più dinamici e teatrali ha visto protagonisti gli “Aristocratici”, che hanno dato vita a una sequenza acrobatica di grande impatto visivo con l’utilizzo di lunghe aste flessibili per moltiplicare la forza e la spinta nei salti, mentre il pavimento stesso – in parte elastico – rilanciava i corpi in evoluzioni perfettamente coordinate. Il risultato è un’esplosione di movimento collettivo che mette in scena il desiderio di impressionare un re che non ha più potere.
Nel duetto ai tessuti aerei, gli acrobati si cercano e si abbandonano, oscillano tra abbraccio e caduta in un’elegante scrittura coreografica.
L’equilibrismo sulle mani, eseguito su una piattaforma girevole, è una dimostrazione di concentrazione assoluta, in cui ogni gesto è misura e respiro. Nella giocoleria col fuoco, le fiamme disegnano traiettorie ipnotiche con precisione millimetrica.
Il numero di contorsione, affidato a una performer magnetica, sorprende per espressività: il corpo si piega in forme impossibili, ma mai forzate, sempre guidate da una grazia innata. Lo stesso vale per l’artista degli hula hoop, che gioca con decine di cerchi in micro-movimenti che sembrano estensioni del suo respiro.

Il trapezio volante è il culmine tecnico dello spettacolo: tutti con lo sguardo all’insù e con il fiato sospeso, dentro un’onda di emozione adrenalinica, dove i corpi si inseguono in traiettorie ardite, volteggiando nel vuoto, con una sincronia che sfida la logica.
Gli artisti del Cirque du Soleil sono portatori di grazia: anche quando sfidano la fisica, non esibiscono forza, ma equilibrio, ascolto, presenza. Il risultato non è mai aggressivo, ma armonioso, intimo, profondamente umano.
A completare la magia, la colonna sonora eseguita interamente dal vivo. I cinque musicisti (violoncello, fisarmonica diatonica, tastiere, basso e batteria), costruiscono una scenografia sonora mutevole, plasmata sui ritmi e sulle tensioni dello spettacolo. Il violoncello sostiene i momenti più lirici con linee melodiche piene di pathos; la fisarmonica, con il suo timbro inconfondibile, rimanda a atmosfere da bal musette e tango, suggerendo una malinconia urbana, decadente. Le tastiere esplorano registri cangianti, tra suoni acustici ed elettronici, mentre la sezione ritmica – solida e sfumata allo stesso tempo – dà impulso, dinamismo, battito.
Al centro del suono ci sono le due voci femminili, che attraversano tutto lo spettacolo. Una è limpida, acuta, quasi ultraterrena; l’altra profonda, materica, vibrante. Insieme non si limitano a cantare: modellano la tensione scenica, la traducono in melodia, la amplificano come fari che illuminano da angolazioni diverse.
In platea, il pubblico numerosissimo assiste partecipe, rapito.
Chi scrive era accompagnata dalla propria nipotina di otto anni: occhi spalancati, silenzio assorto, un piccolo sorriso che si accendeva a ogni salto, ad ogni luce. Stella era letteralmente ipnotizzata dalle acrobazie vertiginose, dai costumi scintillanti, dalla poesia in movimento che scaturiva da ogni artista.
Vedere “Alegría” con lei è stato come viverlo due volte.
Tornando a casa, canticchiava già le melodie della colonna sonora, con la naturalezza di chi ha appena ascoltato qualcosa che le è entrato dentro.
“Alegría” ha piantato in lei – come in tanti altri spettatori di ogni età – un piccolo seme di stupore, usando l’immaginazione come linguaggio comune.
Alla fine, è proprio vero, “Alegría” ti resta dentro. Non come un ricordo da custodire, ma come qualcosa che continua germogliare nella tua anima.
A Trieste, il suo incantesimo ha trovato una risonanza speciale. Le pietre del porto, l’odore di salsedine, le facciate dei palazzi che custodiscono il retaggio mitteleuropeo della città: tutto sembrava più leggero, più permeabile alla possibilità del sogno.

«Welcome, O life! I go to encounter for the millionth time the reality of experience and to forge in the smithy of my soul the uncreated conscience of my race». (James Joyce)
E così anche “Alegría”, come l’artista joyciano, la cui coscienza individuale è il fondamento di tutto il suo lavoro, affronta la realtà attraverso il volo, l’eccesso, la trasformazione. Forgia, con ogni acrobazia, un nuovo spazio possibile.
Lascia che sia l’anima a danzare, sotto il cielo di Trieste…

Marina Tuni / instArt 2025 ©

Crediti Cirque du Soleil Trieste: Comune di Trieste, Il Rossetti – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Regione Autonoma FVG, PromoTurismoFVG, Alveare Produzioni
instArt ringrazia Ilaria Lucari, ufficio stampa de Il Rossetti per la gentile collaborazione e disponibilità.