Dopo l’esordio del 5 settembre con Giovanni Truppi, continua la stagione musicale al chiuso targata Miela Bonawentura. Scelta fortemente coraggiosa in questi tempi di “ansia da Covid” (se escludiamo la rassegna estiva del Verdi, il Miela è il primo a Trieste ad aver iniziato la propria nuova stagione in sala) e che -lo diciamo subito- purtroppo nella seconda data in programma sabato 12 settembre non ha pagato quanto avrebbe dovuto, sia per il coraggio mostrato sia per la qualità eccellente degli artisti sul palco: pochi spettatori in platea, riempita per meno della metà nonostante il distanziamento e i conseguenti spazi non occupabili. Davvero incomprensibile la poca risposta del pubblico triestino, probabimente dettata dai timori nei confronti del virus ma ingiustificata viste tutte le norme di sicurezza correttamente messe in atto dall’organizzazione: dalla raccolta dai dei partecipanti, al termoscanner, al distanziamento in sala, all’uso delle mascherine.

Un gran peccato per chi non c’è stato, comunque. L’occasione era infatti molto ghiotta e non ha deluso: sul palco un artista davvero storico, con alle spalle una carriera trentennale in cui ha saputo creare un blues viscerale, unico e personale incrociandolo e fondendolo con sonorità e lingua della sua terra, la Sicilia.
Ad accompagnarlo i “Caminanti”, un collettivo aperto in cui i musicisti si sono sempre alternati, basato spesso sull’amicizia. Nella formazione attuale conta Vera Di Lecce (voce, percussioni, sinth), Alice Ferrara (voce, percussioni), Sara Ardizzoni (voce, chitarra alettrica) e Massimo Ferrarotto (percussioni), una formazione che grazie alla forte presenza femminile ha saputo certamente creare un’energia unica sul palco, con sì la forza del rock ma venata di una sensibilità che probabilmente non sarebbe stata possibile con una formazione solo maschile. Non a caso è Ferrarotto il motore trainante della parte più viscerale e “tribale” con le sue percussioni, mentre i contributi degli altri sono -pur altrettanto importanti- più delicati e contribuiscono a creare un unicum sonoro che è allo stesso tempo contrastante e in armonia con la parte maschile.

Il live portava il titolo dell’ultimo lavoro in studio di Basile (uscito nel 2019) e ovviamente attingeva a piene mani dall’album: un album visionario, nato da un lavoro teatrale su “Lo stato di assedio” di Camus e che immagina l’arrivo improvviso di una terribile epidemia, simile alla peste, anticipata da un segno infausto come il passaggio di una cometa (“Cummeddia” in siciliano vuol dire cometa o aquilone). E di fronte a una nuova peste tutte le relazioni umane vengono stravolte e si viene a creare un nuovo ordine basato sul sospetto, l’accusa, il controllo: per scaricare colpe e tensioni sugli altri si va sempre alla ricerca di un untore e si creano zone e confini invalicabili.

Tutto ciò crea na fortissima tensione musicale e non è necessario capire il dialetto siciliano per entrare emotivamente nei vari brani, che sanno colpire e scuotere emozionalmente grazie alla bravura della band, sia musicale che “attoriale” (in particolare della Di Lecce, nel cui atteggiamento algido e distaccato anche nelle brevi danze proposte risuona perfettamente quell’idea di alienazione delle relazioni portata dalla nuova peste).

Com’è consuetudine vi lasciamo con la photogallery della serata, unita all’augurio che il pubblico triestino si faccia coraggio e inizi a ripopolare le salere dei teatri cittadini.

Luca Valenta / ©Instart

 

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