Buon successo mediatico e di pubblico con ovazioni per un’opera insolita alla sua prima in assoluto nel magnifico teatro della città della bora. Perfettamente riuscita la messa in scena, ma per ragioni ben diverse da quelle puramente artistiche e del tutto involontarie che cercheremo di dimostrare. Nemmeno Brecht in persona avrebbe saputo fare di meglio, in quanto a realizzazione, ambientazione e significato.

La critica di settore, in generale, pur assaporando una ghiotta occasione, ha deciso, in questo caso, di passare la mano aspettando tempi più quieti, mettendosi supinamente al servizio di un’operazione di marketing comunicativo orchestrato con straordinaria pervicacia.

I soliti gazzettieri hanno continuato a valutare il successo dello spettacolo dai risultati di botteghino, dagli applausi della claque e dalle recensioni compiacenti di prezzolati uffici stampa. Con questi parametri La Traviata, Il Barbiere di Siviglia, Carmen, Madama Butterfly, Tannhäuser non sarebbero opere degne dei nostri teatri.

Non è proprio possibile recensire quest’opera di Brecht come se si trattasse di uno qualunque degli altri capolavori belcantistici. La tragedia di Mahagonny o “la trappola della citta rete” ha intenti del tutto diversi da quelli di deliziare il pubblico con tre atti d’intrattenimento e di spensieratezza.

Programmaticamente, l’autore ha voluto mostrare nella sua cruda realtà, senza apparentemente giudicare, la corruzione di una città dove vigono solamente i comandamenti del capitalismo più spietato, senza la possibilità che il pubblico vi si identifichi o empatizzi per personaggi e situazioni; anzi dovrebbe inorridire o quanto meno indignarsi.

Mahagonny è una città immaginaria fondata nel deserto da manigoldi in fuga; potremmo paragonarla idealmente a Las Vegas anche se lo stesso autore dichiarava: “Qualsiasi riferimento al Far West, ai cow-boy e ad altri miti romantici americani è da considerarsi apocrifo”.

La città è popolata da tagliagole e prostitute che impongono la loro legge, non esistono personaggi positivi, sono tutti preda della cosiddetta: “Ecstasy of Gold”. Gli unici valori importanti sono quelli finanziari, il peccato più grande è di non avere denaro. Uno dei personaggi del dramma corale, nel terzo atto, viene condannato a morte perchè non riesce a pagare tre bottiglie di whisky.

Per Brecht non si tratta semplicemente di “Epater le bourgeois” (sbalordire il borghese) come era d’uso nel movimento decadentista per definizione, emanazione della piccola borghesia cittadina che rimpiange la dissoluzione dei propri ideali di progresso e libertà. Per il drammaturgo tedesco il teatro è uno strumento consapevole di trasformazione sociale, anzi diciamo di vera e propria lotta di classe.

La rappresentazione dello spietato universo nel quale contano solamente i soldi tra prostitute, maitresses, banchieri, papponi, ladri, giudici, tagliagole e ubriaconi non ci deve muovere a nessuna compassione e tanto meno divertire o solleticare bassi istinti, come poteva essere per il movimento espressionista che rimestava nel sordido e nel vizio dei bassifondi delle metropoli o nella corruzione.

Il teatro brechtiano è per definizione “epico”, non nel senso di racconto degli eroi, ma nel senso di “narrativo” in diretta contrapposizione con lo stile drammatico che vuole suscitare l’empatia e l’immedesimazione. Il teatro epico è necessariamente calato nell’ambiente sociale che lo circonda. L’obiettivo primario è quello di provocare nello spettatore un sentimento critico di distanza che lo induca ad agire concretamente nel proprio contesto sociale al fine di trasformarlo radicalmente.

Lo Straniamento è una tecnica di recitazione che impedisce l’immedesimazione dell’attore con il suo personaggio. Non vi è alcuna identificazione, l’attore deve mostrare il proprio personaggio, raccontarlo tenendosene a distanza. L’intento è di suscitare nello spettatore indignazione e critica verso il personaggio:

Il pregio principale del teatro epico, basato sullo straniamento, è quello di rappresentare in modo assolutamente realistico e ruvido le dinamiche sociali senza infingimenti o romantici chiaroscuri per informare, educare e far ragionare e reagire.”

Detto questo, perchè questo mémoire non sembri una lezioncina bolsa e professorale, sarà il caso di calare la messa in scena triestina nella realtà del nostro quotidiano.

Il teatro è tutt’altro che un’astrazione, sia quello di parola, sia quello musicale; programmazione, messa in scena, critica, accoglienza hanno un’influenza tangibile sugli spettatori e sui semplici cittadini. Non dobbiamo pensarlo solo come un luogo più o meno accessibile, ma come un laboratorio sociale nel quale immaginare futuri.

Il problema ben noto è quello della figura della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, di recente nominata Direttrice artistica della Fenice di Venezia, secondo alcuni senza averne titolo e per nomina politica vista la vicinanza ideologica e personale della direttrice al governo in carica.

Sono conosciute le varie prese di posizione anche molto radicali dei Maestri d’orchesta decisi a scioperare ad libitum per opporsi. L’ambiente musicale non solo italiano è in subbuglio. Il Comitato Nazionale delle Fondazioni Lirico Sinfoniche riporta alcune caustiche dichiarazioni del quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung e della rivista specializzata Opernwelt:

Questo terremoto non scuote solo Venezia e i loggiati dorati del suo venerabile teatro musicale. La nomina della Venezi è solo un caso tra molti: fa parte del programma del governo. Giorgia Meloni, dopo la sua vittoria elettorale nel settembre 2022, ha promesso di promuovere “l’egemonia culturale della destra”. Ha perseguito questo obiettivo con coerenza per più di tre anni. Le posizioni nel settore culturale italiano vengono sistematicamente assegnate a persone vicine al governo. Questa pratica non è nuova in Italia, ma mai si è vista con tale forza e arroganza. Soprattutto se accompagnata dall’abolizione della competenza, che dovrebbe essere il requisito fondamentale per raggiungere posizioni influenti. Questa rottura di tabù è probabilmente il motivo principale per cui la nomina di Venezi ha sconvolto molti artisti e amanti della musica.

La nomina della direttrice inesperta al Teatro La Fenice dimostra che persino i simboli dell’Italia, ricca di patrimonio culturale mondiale, sono soggetti alle tendenze egemoniche del governo”.

E’ un bizzarro paese il nostro con istituzioni culturali d’altissimo prestigio, ma che continua a grufolare in un’ignoranza crassa e una corruzione bizantina; con sublimi ideali democratici, ma totalmente indifferente alla sofferenza dei propri stessi fratelli. L’Italia vanta una tradizione culturale e musicale sconfinata, ma i suoi cittadini sembrano ormai incapaci di capire quello che vedono o che sentono. Perduti nella valle della morte e del consumismo non ci comportiamo tanto diversamente dai viziosi cittadini di Mahagonny presi dalle loro crapule che disprezzano e condannano i “Poveri comunisti”.

A non farci un pensiero critico ci aiuta generosamente una stampa codina e asservita molto spesso al potere del denaro e a quello più in generale della politica di regime.

Paradossalmente però la direzione piatta e monocorde della Venezi, la scenografia carnevalesca e televisiva di Brockhaus unite alle snaturate interpretazioni vocali fanno in modo che il pubblico più attento non riesca mai ad entrare in sintonia con lo spettacolo ottenendo proprio l’effetto straniante che, per altre vie, voleva ottenere Brecht.

Aver appiattito tutte le magmatiche suggestioni musicali della partitura ad un’unica marcetta da allegri legionari, ivi compresa la celeberrima aria: “Moon of Alabama”; aver trasformato la messa in scena in un varietà d’avanspettacolo alla Macario con tanto di passerella; aver rinunciato alla ruvidezza del tedesco della pronuncia brechtiana e alle sincopate suggestioni jazzistiche, preferendo sfumature liriche più accademiche ha regalato una nuova imprevedibile sguaiatezza all’opera di Brecht, adattandola inconsapevolmente alla nostra sconcia, malata epoca sotto l’egida del Trumpismo e delle crapule del sig. Jeffrey Edward Epstein.

Come diceva Heiner Müller, per interpretare Brecht è necessario tradirlo”; ciò che drammaturgicamente negli anni ’30 appariva trasgressivo e rivoluzionario, rischia di essere oggi anacronistico, quindi per evitare manierismi, affettazione e artificiosa ricercatezza e restituire coerenza e necessità a “Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny” è indispensabile addirittura snaturarne l’allestimento lasciando che la poetica eterna dell’opera diventi mondo.

Non è più efficace simulare un mondo abbruttito dal denaro oppure riferirsi a rapporti umani degenerati nell’abuso dei diritti più elementari, è la nostra realtà quotidiana. Quello che all’alba degli anni ’30 semplicemente si paventava e si temeva, si è regolarmente mostrato in tutta la sua ferocia dalla Seconda Guerra Mondiale al genocidio dei palestinesi e alla politica neocoloniale dell’amministrazione Trump.

La città di Trieste che sta investendo decine di milioni di euro nel risanamento del suo vecchio porto commerciale, ivi compresa una faraonica ovovia da 60 milioni di euro, non riesce a trovare un luogo dove possano trovare asilo e riparo i migranti che vi arrivano dopo migliaia di chilometri a piedi lungo la rotta balcanica.

Senza volerlo, nella scenografia, Brockhaus ha inserito un particolare estemporaneo rispetto alla classica rappresentazione brechtiana; sul fondo del palcoscenico abitano mute delle larve umane che non partecipano alle gozzoviglie della città di Mahagonny, ma ne subiscono le conseguenze da emarginati, reietti e vittime sacrificabili.

Per tutti questi motivi lo spettacolo della direttrice Venezi che si autodefinisce «glamour, anche nella scelta degli outfit, banalmente»” è brechtianamente riuscito, dimostrando la crudele surrealtà della nostra condizione esistenziale con una sorta di involontario, autoparodistico “sentimento del contrario” tanto per restare in ambito teatrale.

Per concludere e fare un paragone si vogliono riportare le sconsolate acide recenti considerazioni pubbliche di Riccardo Muti, grandissimo direttore d’orchestra italiano che lucidamente ci aggiornano sull’Ascesa e la Caduta della nostra Povera Patria.

Le palle piene

“Ottant’anni a breve e mi sono stancato della vita. È un mondo in cui non mi riconosco più. E siccome non posso pretendere che il mondo si adatti a me, preferisco togliermi di mezzo… come nel Falstaff, ‘tutto declina’.

Ho avuto la fortuna di crescere negli anni 50, di frequentare il liceo di Molfetta dove aveva studiato Salvemini, con professori non severi, severissimi… Rimpiango la serietà.

Rimpiango lo spirito con cui Federico II fece scolpire sulla porta di Capua, sotto il busto di Pier delle Vigne e di Taddeo da Sessa, il motto: ‘Intrent securi qui quaerunt vivere puri’ (Entrino sicuri coloro che intendono vivere onestamente).

Questa è la politica dell’immigrazione e dell’integrazione che servirebbe…

Ho avuto una formazione cattolica. Ho ammirato molto papa Ratzinger, anche come magnifico musicista. Non credo nei santini di Gesù biondo. Dentro di noi c’è un’energia cosmica che ci sopravvive, perché è divina. Ricordo la morte di mia madre Gilda: ebbi netta la sensazione che il suo corpo diventasse pesante come marmo, mentre si liberava un flusso, l’energia vitale…

La banalità della tv e della Rete, questo divertimento superficiale, la mancanza di colloquio mi preoccupano molto per la formazione dei giovani.

Non sono né di destra né di sinistra… Sono tra quelli che tentano di dare indicazioni utili… IO SONO NATO UOMO LIBERO E TALE RIMANGO. Sono cresciuto con dettami salveminiani, socialista non bolscevico. Non mi sono mai affiliato a una congrega…

C’è un eccesso di politicamente corretto anche nella musica… con il Me too, Da Ponte e Mozart finirebbero in galera. Definiscono Bach, Beethoven, Schubert ‘musica colonialista’: ma come si fa? Schubert poi era una persona dolcissima…

C’è un movimento secondo cui dovrebbe esserci un equilibrio tra uomini, donne, colori di pelle diversi, transgender, in modo che tutte le questioni sociali, etniche, genetiche siano rappresentate. Lo trovo molto strano. La scelta va fatta in base al valore e al talento. Senza discriminazioni, in un senso o nell’altro.

Credo nei viaggi dell’amicizia e della pace. NON LAVORI PER IL SUCCESSO, LA QUANTITA’ DI APPLAUSI E ARTICOLI ma lo fai perché capisci che la tua professione è una missione…

Non ho paura della morte… Mi dispiace lasciare gli affetti… Da ragazzi andavamo la sera al cimitero a vedere i fuochi fatui…

Un mondo semplice e fantastico, che mi manca moltissimo. Per questo… dico che appartengo a un’altra epoca. Oggi il mondo va così veloce, travolge tutto, anche queste cose semplici, che sono di una profonda umanità…

Ai miei funerali non voglio applausi. Sono cresciuto in un mondo in cui ai funerali c’era un silenzio terrificante… Quando sarà il mio turno, vorrei il silenzio assoluto. Se qualcuno applaude, giuro che torno a disturbarlo di notte, nei momenti più intimi…”

Tutta l’umanità è basata sull’oppressione e sulla lotta per il potere. Oggi il mondo è agghiacciante: si dicono menzogne quando si dice di volere la pace, perché non si arriva alla pace aumentando gli armamenti atomici. La spartizione del mondo fa paura. Io sono nato nel 1941 e quindi non ho praticamente ricordi della Seconda guerra mondiale, ma oggi vedo violenza, la gente per strada non si saluta, non sa che dire “buongiorno” sarebbe veramente augurare un “buon giorno”. Oggi l’uomo sta perdendo l’umanità, anche nella musica”.

Queste meste considerazioni del Maestro Muti sono state riportate dai maggiori organi di stampa del nostro paese e oltre, così come quelle della direttrice Venezi, e tanto basta.

Foto di F.Parenzan

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