Tra i tanti eventi collaterali del festival udinese c’era anche la personale “I colori del Jazz” di Ivana Burello, pittrice di talento che esponeva le sue tele nella suggestiva sala Carmelo Bene del Teatro Palamostre.

Lo spazio espositivo, in realtà, non ha niente di così particolare se non il fatto di essere ricavato come una cripta sotto l’auditorium del quale, in un certo senso, rappresenta il cuore. Le opere della Burello facevano esplodere letteralmente di colori le pareti di quel luogo tutto sommato spoglio, anonimo e disadorno, tanto che sembravano dar vita ad un vero e proprio concerto per immagini, come squarci e aperture su quelle pareti cieche.

La tecnica del Dripping che la pittrice utilizza e l’energia che traspare dalle sue realizzazioni possono agevolmente essere messe in parallelo con le tecniche d’improvvisazione del Jazz che spezzano le consuetudini geometriche e armoniche tradizionali per precipitare gli ascoltatori in un vortice di ritmi e di emozioni nel quale devono imparare a orientarsi da soli senza poter contare su indicazioni cardinali date una volta per tutte.

Il baricentro della comprensione dell’opera d’arte, in questo contesto, potrà essere solo la capacità di cogliere e di interpretare a proprio modo il misterioso, personale segreto della nostra sensibilità che è già dentro di noi e che l’artista ci esorta a indagare.

Il Jazz agisce sul tempo come forma della nostra percezione deformandolo, esattamente come fa con lo spazio la pittura dell’espressionismo astratto del quale la Burello utilizza le tecniche anche per il figurativo, come in questo caso.

Nella mostra, una serie di iconici ritratti fotografici di leggende del Jazz (Sonny Rollins, Coltrane, Billie Holiday, Miles Davis) emergevano così da una tempesta di colori che ne confondeva i contorni rendendoli indistinguibili, come se la vera essenza di quelle immagini fosse il farsi presenza di qualcosa che crea un ordine apparente e instabile in una realtà fluida e magmatica incontrollabile.

Sembravano istanti fissati di consapevolezza e di pienezza percettiva nel caotico affannarsi della nostra volontà di ragione. Se non possiamo dominare la vacuità dell’esistenza che inevitabilmente ci abita, possiamo imparare a non temerla attraverso l’arte e queste opere della pittrice Burello ci aiutano a capire come.

Ivan Lins & friends: Andrè Sarbib (piano) Léo Espinosa (basso) Claudio Ribeiro (chitarra) Chris Wells (batteria) Ivan Lins (voce, tastiere).

La serata brasiliana, da alcuni anni, è un incantevole appuntamento fisso di Udin&Jazz in diretta collaborazione con Max De Tomassi, grande esperto e divulgatore della cultura di quel paese soprattutto per quanto riguarda la musica. Il suo programma radiofonico “Brasil” di Radio Uno ha contribuito in maniera determinante nel corso degli anni a diffondere e far crescere l’amore per quelle melodie e ritmi nel nostro paese.

Al festival di Udine si sono visti così, tra gli altri, nelle scorse edizioni autentiche leggende come Toquinho, ma anche fantastiche nuove scoperte come il pianista Amaro Freitas. Alla prima categoria appartiene l’artista della trentaduesima edizione.

Ivan Lins, classe 1945, è uno dei maggiori compositori e interpreti di quella che va sotto il nome di “Musica Popular Brasileira”, le sue canzoni sono state interpretate dai maggiori artisti di quel paese ma anche da quelli internazionali del calibro di Ella Fitzgerald, Sarah Vaughan, Barbra Streisand, George Benson. E’ sempre stato un grande innamorato della musica italiana e, in special modo, un amico e collaboratore di Lucio Dalla

In un’intervista a “JazzItalia” dichiarò: “Un giorno alcuni anni fa, feci un concerto con Lucio Dalla in Sicilia, a Taormina, … è stata una delle più belle e importanti esperienze della mia vita. Sul palco lui era davvero qualcosa … imparai davvero tanto e la mia vita cambiò per sempre … Sono quello che sono ora grazie a Lucio Dalla: Lui era una delle persone che veramente hanno cambiato la mia vita. Lui mi disse: “Tu puoi fare cose pazzesche e così deve essere” Ho fatto proprio così! In un certo senso mi ha salvato la vita perchè sono stato sempre molto timido e lui mi disse “Se lo posso fare io puoi farcela anche tu” Non avete idea di cosa ho fatto dopo quell’incoraggiamento e continuo ancora … la libertà è la libertà … gli sono molto riconoscente per questo e glielo feci sapere. Abbiamo fatto una canzone insieme … con le mie musiche e le sue parole, la cantò ed è bellissima … Ho collaborato anche con Ivano Fossati, poi con Nicolò Fabi e Stefano Di Battista, amo molto l’Italia.”

Lins, sul palcoscenico del Palamostre di Udine, da grande Signore qual’è, ha ringraziato, sforzandosi di parlare in italiano, il pubblico per l’amore che gli dimostra e per il piacere che è per lui suonare nel nostro paese.

Ascoltandolo si capisce immediatamente quanto la musica italiana debba a quella brasiliana. Negli ultimi quarant’anni sembra che da noi non si sia fatto altro che imitare i modelli americani attraverso il filtro degli arrangiamenti carioca ed è proprio per questo che quel sound ci appare così familiare.

Naturalmente Lins tiene moltissimo anche al proprio paese che è per lui grande fonte d’ispirazione, come è facilmente comprensibile dal brano “Meu Pais” dolce, solare, nostalgico ma non stucchevole.

“Come brasiliano sono molto legato alla mia terra, è chiaro che le radici brasiliane e principalmente carioca, hanno prevalso. E dalle diverse influenze che ho avuto (Tom Jobim, Dori Caymmi, Roberto Menescal, Milton Nascimento e Caetano Veloso) ho forgiato la mia attitudine musicale che, mescolata alle influenze straniere (Bill Evans, Henry Mancini, Stephen Foster, Michel Legrand, Jimmy Webb) hanno trasformato la mia musica in qualcosa di gradito ai musicisti e agli artisti internazionali” (Musibrasilnet). Gli arrangiamenti di molti suoi brani risentono direttamente della tradizione del pop americano più classico, non stupisce per nulla la sua longa collaborazione con Quincy Jones.

Lins che possiede un’eleganza innata, senza tempo, di uno che conosce le amare dolcezze della vita, canta e compone con il cuore e per i buoni sentimenti, il suo pubblico vuole sognare e abbandonarsi a ricordi romantici, è una ricerca di calde emozioni senza grandi pretese intellettuali. E’ una musica onesta che non vuole cambiare il mondo ma godere dei piccoli attimi di felicità che la vita ci regala. A quello che sarà ci penseremo domani o il giorno seguente, non c’è fretta.

Anche se abbiamo il cuore spezzato dall’angoscia, ce lo meritiamo proprio un attimo di svago e serenità lasciando fuori dalla porta tutti i problemi quotidiani che ci assillano; in questo senso la musica di Lins è un ottimo anestetico per chi vuole evadere dalla realtà quotidiana e farsi cullare a ritmo di musica,

E’ un atteggiamento tipico del sentire brasiliano quello del procrastinare accontentandosi della felicità del momento.

Lo sottolinea chiaramente Jorge Amado in alcune pagine del classico “Dona Flor e i suoi due mariti”, il primo dei quali muore durante il carnevale in una scena del tutto surreale:

“Vadinho, il più scatenato di tutti, vedendo il gruppo che spuntava dall’angolo, e udendo il pizzicato dello scheletrico Mascarenhas al chitarrino sublime, s’avanzò rapidamente e piazzandosi di fronte alla romena dalla pelle più scura…annunziò – Eccomi, mia bella russa del Tororò – Lo zingaro Mascarenhas, coperto anche lui di perline e paillettes, con allegri anellini alle orecchie, raddoppiò il virtuosismo al chitarrino; i flauti e i violini sospirarono e Vadinho si gettò nella danza con l’entusiasmo esemplare che metteva in qualsiasi cosa facesse, tranne lavorare. Volteggiava in mezzo al gruppo, intrecciava passi complicati davanti alla mulatta, avanzava verso di lei con figure e contorsioni; quando d’improvviso gli sfuggì una specie di rantolo sordo, vacillò sulle gambe, pencolò da un lato e si abbatté per terra, una bava giallastra alla bocca, dalla quale lo spasmo della morte non era riuscito a cancellare completamente il sorriso soddisfatto del viveur di professione che era stato.”

Quello stereotipo di ostentata, allegra indolenza, più letterario che reale, cui molti brasiliani si sforzano d’aderire non significa, almeno nel caso di Ivan Lins, disinteresse per i problemi reali della vita quotidiana o della vita politica del proprio paese. Nel corso della sua lunga carriera, il cantante si è più volte scontrato in modo deciso e frontale con il potere e continua a farlo condannandone pubblicamente, anche attraverso la propria arte, la corruzione, l’indifferenza verso i più miseri e il malaffare fino alla deriva violenta, antidemocratica e autoritaria del presente.

Non è mai appartenuto però ad alcun movimento dichiaratamente d’opposizione: “Dico quasi sempre le stesse cose sulla realtà politica brasiliana (perché essa non è cambiata negli ultimi 20 anni: i politici continuano a porre gli interessi personali e partitici al di sopra di quelli della collettività e di fame, violenza, ignoranza, disprezzo per la natura, discriminazione sociale, ingiustizia, impunità) diventando monotono, non faccio parte di gruppetti, né di tirapiedi della stampa, né di qualsivoglia potere.” (Musibrasilnet)

Tutta questa onestà e integrità intellettuale l’ha pagata con una sorta di isolamento nel quale i media e la strisciante censura di stato lo hanno condannato negli ultimi anni. Ma il suo grande carisma di artista e intrattenitore puro gli ha permesso di continuare a comporre e a deliziare il suo pubblico con le sue esibizioni.

Nel concerto di Udine non sono mancati, naturalmente, nemmeno il samba, la Bossa Nova e la musica più ballabile.

Un tocco di raffinatezza che si è fatto distintamente sentire, è stato il particolarissimo suono che il bassista Léo Espinosa produceva battendo ritmicamente sulla cassa armonica del suo strumento a sei corde con una bacchetta impugnata con la mano destra, mentre, contemporaneamente, con la sinistra insisteva sulla tastiera del suo strumento a sei corde, davvero insolito e prezioso. E’ proprio su queste rarità e cesellature simili a questa, anche dell’ottimo pianista o del chitarrista, che si distingue la musica di Lins e del suo gruppo, altrimenti piuttosto convenzionale. E’ proprio quel pizzico di magia in più che garantisce la perfetta riuscita dell’incantesimo.

Tra i brani in scaletta è giusto il caso di ricordare almeno il divertente “Ai, ai, ai” un brano che ricorre all’onomatopea per farsi ricordare e ritmare un testo nato per intrattenere e far ballare.

Molto delicato, invece, il ricordo dell’immenso trombettista americano in “Missing Miles” scritto dopo la sua dipartita che ha davvero reso più tristi e infelici tutti.

Si fa notare anche il brano “Estrela Guia” composto per Milton Nascimento, lo straordinario interprete di Minas Gerai, una regione brasiliana in cui l’identità africana è più forte ed evidente. Proprio lui fu al centro negli anni ‘70 del Club da Esquina di Belo Horizonte, un movimento culturale che rivendicava attraverso la musica le radici d’Africa di tanta parte del Brasile, sostenuto anche da Ivan Lins.

Cantata, anche con il pubblico di Udine, la dolcissima “Madalena”, fu il suo primo successo del 1970, che gli ha garantito, già nei primissimi anni di carriera, una fama imperitura e un impressionante numero di versioni e interpretazioni da parte di artisti di tutto il mondo: “Anche la luna sorge dall’intuizione che il nostro amore esista forte o debole, felice o triste”.

Soprattutto nella seconda parte del concerto, dopo aver eseguito i brani più recenti e levigati, c’è stato anche tanto spazio per il puro intrattenimento con canzoni maggiormente legate alla tradizione popolare brasiliana del Samba e della Bossa Nova.

Si scuserà il finale becero e maschilista, ma la musica di quel continente tra il mare, le Ande, le metropoli e le foreste, evoca una precisa immagine di bellezza femminile e fa immediatamente pensare al corpo flessuoso delle meravigliose donne di quelle latitudini nella luce di spiagge assolate. Ce n’erano parecchie anche tra il pubblico di Udin&Jazz 2022 tutte “Garotas-Girls from Ipanema che quando camminano sono come il samba, che oscillano così bene e oscillano così dolcemente che quando passano ognuno dice – Aaah.”

Scaletta: Daquilo que sei, Meu pais, Cantor da Note, Ai Ai Ai Missing Miles, Lua soberana, Estrela Guia, Depois dos Temporais, Comencar de novo/ lembra de mi vida, Dinorah, A gente merece ser feliz, Desperar Jamais, Bilhete/Madalena.

Flaviano Bosco – instArt 2022 ©

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