Mettere mano a “The Wall” significa confrontarsi con una delle architetture concettuali più complesse della storia del rock. L’album del 1979 dei Pink Floyd, plasmato dalla visione autoriale di Roger Waters, non è soltanto una sequenza di brani, ma un dispositivo drammaturgico di notevole profondità simbolica: autobiografia, allegoria politica, psicoanalisi in forma di opera rock. Tradurlo in danza comportava un doppio rischio: l’illustrazione didascalica o la dissoluzione del senso originario.
The “Wall_Dance Tribute”, visto venerdì 13 febbraio al Teatro Comunale M. Bonezzi di Monfalcone, nell’ambito della stagione di prosa curata dall’Ente Regionale Teatrale FVG, firmato dalla MM Contemporary Dance Company con le coreografie di Michele Merola e la regia di Manuel Renga, sceglie una terza via: sottrarre monumentalità e lavorare per essenzialità. L’isolamento non viene rappresentato come immagine iconica, ma come processo che si costruisce sotto gli occhi dello spettatore. Il muro è una costruzione progressiva, un accumulo di esperienze che sedimentano fino a diventare distanza strutturale tra l’individuo e il mondo.





La drammaturgia di Emanuele Aldovrandi sostiene questo percorso con rigore, evitando sovraccarichi esplicativi. Al centro resta la figura di Waters, o meglio il suo alter ego scenico, attraversato da una costellazione di fantasmi… Tra questi si staglia anzitutto la figura del padre, ufficiale britannico missing in action ad Aprilia, durante lo sbarco alleato ad Anzio nel 1944. È un’assenza che è presenza, un vuoto che agisce come punto di frattura originario e che attraversa sotterraneamente l’intera opera floydiana, affiorando esplicitamente in brani come “Another Brick in the Wall (Part 1)”: «Daddy’s flown across the ocean, leaving just a memory…». A questa perdita si affianca la disgregazione del legame coniugale: la moglie come figura di un’intimità che si incrina dall’interno. Non un episodio sentimentale, ma un ulteriore momento nella configurazione della separazione.
Accanto a questi traumi, affiora la critica all’educazione repressiva evocata in “Another Brick in the Wall (Part 2)”. Qui la coreografia costruisce quadri corali di forte impatto: movimenti sincronici, quasi meccanici, che trasformano i danzatori in corpo collettivo disciplinato. Il singolo tenta di sottrarsi, ma resta inglobato in una struttura che lo sovrasta. La danza traduce così in dinamica fisica la tensione tra omologazione e identità.
Nei momenti più introspettivi, come in “Mother” e “Nobody Home”, il movimento si contrae e si ripiega. Il corpo sembra oscillare tra richiesta di protezione e l’impulso alla fuga. Le traiettorie si accorciano, lo spazio si restringe, la qualità del gesto si fa più interna che espressiva. In “Comfortably Numb” la scena raggiunge uno dei suoi vertici emotivi: i tempi si dilatano, i corpi sembrano muoversi attraverso una resistenza invisibile; i sollevamenti restano sospesi, le cadute si consumano senza impatto, come se l’emozione fosse trattenuta prima ancora di manifestarsi, restituendo pienamente la sensazione di dissociazione, di distacco progressivo dalla realtà.
Tra le memorie evocate dal narratore compare anche Syd Barrett. Il ricordo dell’amicizia giovanile, degli anni del liceo a Cambridge e del successivo allontanamento dovuto all’abuso di sostanze introduce un’ulteriore incrinatura nel percorso. La memoria condivisa delle letture di Aldous Huxley apre una faglia teorica nello spettacolo. Huxley non è un nome evocato per erudizione, ma il segnale di un’inquietudine generazionale: l’idea che ogni deviazione venga ricondotta a patologia e che la normalità sia una costruzione regolativa. Durante questo segmento viene citata la sua frase «La medicina ha fatto così tanti progressi che ormai più nessuno è sano», che non suona come semplice aforisma, ma come lente interpretativa. L’idea di una società che patologizza ogni deviazione, che normalizza attraverso la diagnosi e la cura, entra in risonanza con la vicenda di Barrett e con la condizione stessa di Pink. La fragilità non è più solo individuale: diventa sintomo di una società che tende a correggere ciò che non rientra nei suoi parametri, che trasforma l’irregolarità creativa in anomalia da correggere. La coreografia, in questo passaggio, non insiste sull’episodio biografico, ma lascia filtrare un senso di instabilità trattenuta: cedimenti improvvisi, perdita di asse, una tensione che attraversa il corpo come qualcosa che non trova collocazione stabile. Non è la rappresentazione della follia, ma l’ombra di una sensibilità esposta, come se l’origine stessa dell’identità artistica fosse attraversata da una fragilità latente.
Il momento culminante arriva con “The Trial”. Qui l’opera dei Pink Floyd rivela apertamente la propria natura teatrale, e lo spettacolo ne accentua la dimensione grottesca e accusatoria. I danzatori costruiscono un vero e proprio dispositivo corale: entrano in scena in blocco, circondano il protagonista, si dispongono in semicerchi mobili e diagonali convergenti che restringono progressivamente lo spazio. Le braccia si alzano come a indicare o giudicare, i corpi avanzano compatti e poi arretrano, generando una pressione continua. Il gruppo assume la funzione di tribunale fisico, macchina collettiva che schiaccia il singolo sotto il peso delle proprie proiezioni interiori.





L’interpretazione di Pink di Jacopo Trebbi assicura coerenza all’impianto drammaturgico, fungendo da punto di raccordo tra parola e musica. La sua linea attoriale evita tanto la declamazione quanto la deriva psicologistica, mantenendo il personaggio in una tensione lucida che sostiene l’architettura complessiva dello spettacolo.
Quando giunge il momento dell’abbattimento… «tear down the wall!», non c’è enfasi né compiacimento. La scena si spoglia, il protagonista resta solo, senza ripari. L’abbattimento non coincide con una liberazione definitiva, ma con un’esposizione radicale. Pink lo afferma con lucidità: «Per abbattere un muro devi solo volerlo abbattere. E quando l’hai abbattuto, non vedi l’orizzonte, ma un altro muro, e poi un altro ancora…». Il muro non è un ostacolo occasionale, ma una condizione dell’esistenza. Cadere non significa uscire dal conflitto, ma riconoscerne l’inevitabilità, restando dentro la propria finitezza.
Dal punto di vista formale, il dispositivo coreografico mette in attrito il corpo collettivo e l’individuo. I cluster di gruppo funzionano come pareti mobili; i soli si configurano come confessioni fisiche, più interiori che virtuosistiche. Le luci, con tagli netti e controluce che comprimono la profondità, accentuano la sensazione di spazio chiuso. Non vi è traccia del gigantismo spettacolare dei concerti storici di Waters: qui il muro cresce nella relazione tra i corpi, non nell’apparato scenico.
Gli interventi video di Fabio Massimo Iaquone introducono una seconda superficie di lettura, aprendo un varco che sposta l’azione dal piano fisico a una dimensione mentale.
The Wall_Dance Tribute non si limita a evocare un classico del rock. Ne intercetta il nervo scoperto, mostrando l’isolamento come esito cumulativo della separazione. Guerra, educazione, industria musicale, amicizie incrinate: ogni esperienza si stratifica nella coscienza del protagonista, senza promettere una riconciliazione definitiva, ma rendendo visibile il peso del muro e l’impossibilità di un oltre risolutivo. Il lavoro non replica il mito: ne assume il rischio. Non tenta di competere con la monumentalità sonora dei Pink Floyd, ma di restituirne l’ossatura narrativa.
La danza non abbatte il muro. Ci rimette di fronte a ciò che abbiamo eretto per difenderci dalle nostre paure..
«Fear builds walls» (La paura costruisce muri)
Marina Tuni © / instArt 2026
Immagini di Katia Bonaventura
Scheda tecnica
MM Contemporary Dance Company / Coreografie: Michele Merola / Regia: Manuel Renga / Drammaturgia: Emanuele Aldovrandi / Musica: Pink Floyd / Regia video: Fabio Massimo Iaquone / Luci: Gessica Germini / Costumi: Nuvia Valestri / Attore: Jacopo Trebbi / Danzatori: Filippo Begnozzi, Mario Genovese, Paolo Giovanni Grosso, Aurora Lattanzi, Fabiana Lonardo, Federico Musumeci, Giorgia Raffetto, Alice Ruspaggiari, Diletta Savini, Nicola Stasi, Giuseppe Villarosa
Produzione: Fondazione Teatro Comunale di Ferrara / Fondazione I Teatri di Reggio Emilia / Ravenna Festival / MM Contemporary Dance Company