È andato in scena a Udine con grande successo di pubblico, un testo di Arthur Miller che pur avendo più di 60 anni è più attuale che mai.

L’efficace, raffinata messa in scena, produzione della prestigiosa Compagnia Umberto Orsini, ha centrato perfettamente l’obiettivo di rendere ancora vivo e presente quel testo che sembra appartenere ad un altro mondo e ad un altro secolo.

Il regista e interprete Massimo Popolizio con i propri attori non ha avuto timore di confrontarsi con il grande passato di questa pièce che costituisce uno dei capisaldi della storia del teatro mondiale. Con grande rigore e “mestiere” ne hanno saputo interpretare tutta la freschezza e l’attualità. Purtroppo nel teatro italiano contemporaneo è raro trovare dei professionisti che conoscono ancora la differenza tra televisione, cinema, serialità e arte teatrale.

Purtroppo la gestione eccessivamente aziendale delle istituzioni teatrali, il nepotismo che riempie i consigli d’amministrazione di figli, mogli, amanti, il gioco d’azzardo dei finanziamenti pubblici e molto altro hanno talmente svilito la nostra cultura teatrale che le sale ormai si riempiono davvero solo con le volgarità dei soliti comici sfiatati e delle ballerine poco vestite.

Per fortuna, ci sono ancora attori e compagnie che, pur garantendo un ottimo intrattenimento, non si abbassano all’avanspettacolo di bassa lega.

Tra questi sicuramente va dato merito a Umberto Orsini e a Massimo Popolizio che continuano a portare con successo sulla scena l’autentica tradizione del teatro italiano di cui rappresentano la continuità.

Scrive Umberto Orsini nel motivare le scelte della sua compagnia:

Un’esperienza che si allontani dalla “routine” e che si avvicini a qualcosa che assomigli di più ai nostri piccoli sogni, se siamo ancora capaci di averne. Utopia? Forse. Rischio? Molto e personale. Scopo di tutto questo? La libertà di sentirsi fuori dagli schemi ma dentro un sistema distributivo senza il quale i talenti giovani che stanno con me non avrebbero visibilità. Ho attinto tanto da tutti quelli che mi hanno preceduto e vorrei lasciare questa eredità a quanti camminano con me ora e cammineranno un giorno senza di me ma carichi, come lo saranno, di una conoscenza che viene da molto lontano e che io mi sento felice di trasmettere. La crisi la si combatte con la qualità e l’arrogante consapevolezza di fare un mestiere bello e utile.” (www.compagniaorsini.it)

Uno sguardo dal ponte (A View from the Bridge) ebbe la sua prima al Coronet Theatre a Broadway, New York il 29/09/1955 e la sua prima italiana tre anni dopo all’Eliseo di Roma in una memorabile messa in scena con la regia di Luchino Visconti che due anni dopo vinse il Leone d’Oro a Venezia con il suo “Rocco e i suoi fratelli”.

Non sono per nulla particolari irrilevanti, in quegli anni, non solo in Italia evidentemente, si rifletteva sul fenomeno di emigrazione/immigrazione che allora era una questione scottante che coinvolgeva soprattutto italiani.

Le stime più caute dimostrano che tra il 1861 e il 1985 gli italiani che hanno lasciato il proprio paese sono stati almeno 29 milioni dei quali la grande maggioranza non hanno fatto più ritorno. Il “Rapporto Migrantes italiani nel Mondo” del 2011 (chiesacattolica.it) dice che gli “oriundi italiani” discendenti diretti di quei migranti si contano tra i 60 e gli 80 milioni.

Se a questo aggiungiamo le migrazioni interne al nostro paese soprattutto dal meridione arretrato e agricolo al settentrione industrializzato, abbiamo la “fotografia” di una nazione in movimento, dall’autentica vocazione a lasciare la propria terra natale verso quelle “promesse”, con spesso il risultato di rimpiangerle tutte.

Queste milioni di vite sono altrettante affascinanti intricate storie e non tutte edificanti. Oggi a queste riflessioni si è sostituita una vulgata rassicurante e conciliatoria che esalta le virtù morali e patriottiche dei probi italiani d’oltremare per denigrare tutti coloro che immigrano nel nostro paese ritenuti rei delle peggiori infamità.

La coraggiosa messinscena udinese con la regia di Massimo Popolizio ci restituisce senza troppe edulcorazioni l’immagine che gli americani avevano allora degli immigrati italiani esortandoci non retoricamente a riflettere sulla nostra attuale ipocrisia.

Nel testo di Miller, involontariamente, riecheggiano tematiche e descrizioni che rimandano ad alcune delle pagine più intense e laceranti della grande letteratura italiana. Molti degli italiani che furono costretti a lasciare i loro campi, i loro paesi e le loro montagne, in patria vivevano in condizioni di mera sussistenza, in situazioni che, in alcuni casi, permettevano appena di distinguere le persone dagli animali.

Ignazio Silone nel suo Fontamara (1933) ce ne ha dato una descrizione implacabile e lucida fino alla spietatezza.

Il cafone è un asino che ragiona. Perciò la nostra vita è cento volte peggiore di quella degli asini veri, che non ragionano. L’asino irragionevole porta 70 chili di peso, oltre non ne porta. L’asino irragionevole ha bisogno di una certa quantità di paglia. Tu non puoi ottenere da lui quello che ottieni dalla vacca, o dalla capra, o dal cavallo. Nessun ragionamento lo convince. Nessun discorso lo muove. Lui non ti capisce, o finge di non capire. Ma il cafone può essere persuaso. Può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dar la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra…”

Nuovomondo”, uno splendido film di Emanuele Crialese (2006), ci parla del viaggio di alcuni “cafoni” siciliani che lasciano la loro terra per cercare fortuna nella terra del latte e della coca-cola al di là del mare esattamente come nel testo di Miller. Migrazioni e situazioni molto simili a quelle che riguardano le persone che oggi cercano una nuova speranza nel nostro paese e che a volte, purtroppo, finiscono per riempire la cronaca nera di giornali e “giornalacci”..

Venezia: Ad uccidere Khalil Mallat è stata una scarica di pallini che lo ha colpito alla testa da una distanza ravvicinata, di circa due metri…L’uccisione è avvenuta attorno alle 23.40, nel piccolo bar di salizada San Geremia: Marconi (l’assassino) si è affacciato nel locale e ha fatto fuoco, per poi uscire ed inseguire, fucile in mano, l’amico della vittima, che però è riuscito a mettersi in salvo. A scatenare la reazione violenta del giovane sarebbe stato un diverbio verificatosi poco prima per strada: il trentatreenne uscito di casa per portare a spasso il cane, sarebbe stato offeso e minacciato: “Ti uccido, e uccido tua moglie”, gli avrebbe urlato Khalil, per poi colpirlo al collo con un arma da taglio. A questo punto Marconi è rientrato in casa, sanguinante per uscire, quasi subito (prima ancora che la moglie riuscisse a medicarlo) con in mano il fucile a canne mozze, detenuto senza autorizzazione”(da Il Gazzettino del 06/12/2023)

Un fattaccio di cronaca molto simile, in tutt’altro contesto, restò talmente impresso nella memoria del drammaturgo Arthur Miller che anni dopo averla letta se ne ricordò per la sua “tragedia moderna”. Eddie Carbone, un immigrato italiano scaricatore di porto, era stato brutalmente assassinato da un connazionale che aveva denunciato per immigrazione clandestina.

Sulla cronaca dei quotidiani americani allora si potevano leggere considerazioni di questo tipo:

Nessuno si stupisce nel sapere che un siciliano può pugnalare il suo migliore amico durante una lite improvvisa per una partita a carte. Gli slavi sono feroci quando sono brilli, ma nessuno è così lesto col coltello da sobrio come un italiano del sud…Tra di loro vedrai alcune piccole facce rugose, rese marroni dal sole italiano e indurite dalla fatica, dalla povertà, dall’oppressione…Manca il riscaldamento nella loro umida dimora, dove le capre e l’asino o altri animali vivono con la famiglia” (Stella 2002).

Non a caso nella pièce si fa diretto riferimento alla tragedia antica. L’avvocato italo-americano Alfieri, interpretato da Michele Nani, un po’ Nero Wolfe, un po’ Orson Welles, che fa da narratore esterno alla vicenda dice:

Mia moglie, i miei amici mi criticano, dicono che la gente di questo quartiere non è elegante, non è brillante. In fondo, in vita con chi ho avuto a che fare? Scaricatori, facchini, mogli, madri, figli, nonni di scaricatori e facchini…sfratti, infortuni, liti in famiglia – le misere beghe dei poveri- eppure…Eppure, ogni tanti anni, qualche caso c’è ancora… e mentre le parti mi raccontano le loro ragioni- o, torti – tutt’a un tratto – una ventata verde di mare muove l’aria stagnante, spazza via la polvere del mio ufficio e mi viene alla mente che in qualche anno dei Cesari, in Calabria, forse, o sulla scogliera di Siracusa, qualche altro avvocato, vestito in tutt’altro modo dal mio, ascoltò le stesse ragioni – o torti -e rimase come me ad assistere impotente, al corso sanguinoso degli eventi.”

Il pregevole saggio di Gian Antonio Stella, dal titolo “L’orda, quando gli albanesi eravamo noi” che abbiamo già citato, ha contribuito ad infrangere quel frusto ed ideologico stereotipo che vuole gli emigranti italiani popolo di santi, poeti e navigatori, probi e rispettosi della legge che andavano all’estero con il “contratto in tasca” ed erano benvoluto ovunque come una certa squallida propaganda “sovranista” vuole farci credere.

Lo spettacolo di Popolizio si è avvalso di una straordinaria scenografia curata da Marco Rossi che, anche grazie alle luci di Pollini, è risultata di grande efficacia e piacevole essenzialità. In un unico colpo d’occhio si poteva vedere da una parte la stilizzazione dei moli di Red Hook, con i “camolli” sotto i cieli lividi del porto, con i loro sacchi in spalla e la loro fatica bestiale simile a quella degli asini “umani” di cui parla Silone, al centro della scena invece come in un dettaglio cinematrografico aperto sullo sfondo della città, la modesta abitazione del protagonista con pochi semplici mobili ad evocarne la sobrietà.

La storia è quella di Eddie Carbone, scaricatore di porto, “asino che ragiona”, che ha una nipote birichina e adolescente di nome Catherine, la frizzante ma non sguaiata Gaja Masciale, e Beatrice, la moglie di cui è “innamorato da sempre ma che non ha amato mai”, interpretata alla “Annamagnani” da Valentina Sperlì.

Ad un certo punto arrivano i cugini dalla Sicilia, immigrati clandestini, sbarcati da una nave da carico che imbarca falsi marinai, anche loro “asini che ragionano”.

Eddie vuole per la nipote un futuro migliore di quello che può avere nel quartiere ghetto degli italiani. In realtà, è geloso di lei e se la vorrebbe tenere per se. “Stai attenta che te bbruci!”

Il padrone di casa esorta le sue due donne a non farsi sfuggire mai, nemmen una parola sui cugini clandestini che ospiteranno. Basta una parola e l’ufficio immigrazione può intervenire, nel quartiere ci sono spie ovunque.

I due cugini parlano come Ficarra e Picone, sono il classico stereotipo dei cafoni siciliani. Sono due disgraziati che al paese facevano la fame prestandosi a saltuari lavori di fatica, come spingere le carrozze in salita perche i magri cavalli non ce la facevano.

Marco, il più adulto, ha lasciato moglie e tre figli in cerca di fortuna, l’altro, Rodolfo, giovane, piacente e stranamente biondo ha lasciato dietro di se solo il niente che aveva, gli danno voce e corpo in modo appropriato rispettivamente Raffaele Esposito e Lorenzo Grilli. Canta con voce gridata e Catherine s’innamora all’istante sulle note di Paper doll dei The Mills Brothers.

S’avvertiva un’inquietudine che non accennava a scomparire.

L’onesto padre di famiglia ha un rapporto morboso con la nipote e considera Rodolfo un debosciato omosessuale, Eddie non vuole che frequenti Catherine e finisce per denunciarlo all’ufficio immigrazione per gelosia.

Gli agenti intervengono e caricano di botte Rodolfo e il suo compare Marco e lui diventa un infame per tutto il quartiere.

Il sound design di Alessandro Saviotti sottolinea i momenti più drammatici e di snodo narrativo della vicenda, con il frastuono del treno della metropolitana che passa sferragliando e con inserti musicali piacevolmente inconsueti come la canzone “You Know I’m No Good” di Amy Whinehouse.

Dopo qualche tempo, il cugino Marco, denunciato dall’infame, che ha lasciato i figli in Italia a morire di fame e non ha più niente da perdere, esce di galera e si vendica contro Eddie con un uncino da scaricatore.

Detta così potrebbe sembrare la solita storia melodrammatica d’amore e di coltello da “Cavalleria rusticana” e qualche motivo ci sarebbe, il finale voluto da Miller fa pensare proprio a quel classico stereotipo. Il grande tatto del regista Popolizio è stato proprio quello di evitare che tutta la messa in scena scadesse nella solita sguaiata “sceneggiata napoletana” dai colori stracarichi e rosso sangue, che ha una grandissima, lodevole tradizione artistica, ma che ha decisamente fatto il proprio tempo.

Il punto fermo è stato tenuto sulla tragedia di un uomo ridicolo che sfoga le sue frustrazioni di poveraccio immigrato di seconda generazione pagandone il prezzo più alto, in un paese che lo sfrutta e lo tenta con il suo fasullo e disumanizzante “american dream”, ma che non ha nessuna vera volontà di integrarlo.

Dopo che sul palcoscenico si è consumata la tragedia, l’avvocato Alfieri che aveva raccontato tutto in flashback ha chiuso il suo racconto di memorie con la solita scialba morale sul rispetto delle leggi civili che deve prevalere sugli istinti e le passioni anche se nelle sue parole traspare una certa commiserazione e perfino un po’ di pietà per traditori, vittime e carnefici.

Dopo l’inciso finale “Qui finisce la storia. Buonanotte!” un diluvio di meritati applausi e come diceva Silone: “Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito.

© Flaviano Bosco – instArt 2023

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