Dopo la simbolica illuminazione dei teatri di lunedì sera (qui il nostro articolo in merito), ieri 23 febbraio è stata la volta della mobilitazione nazionale dello spettacolo dal vivo, con manifestazioni più di 20 piazze italiane.

Per il Friuli Venezia Giulia il tutto si è svolto in piazza Unità d’Italia, per dare anche dalla nostra regione un segnale di unità e di voglia ripartenza. Dopo il riscontro parzialmente deludente della serata di luce sui teatri (entusiasmo da parte dei teatri, partecipazione piuttosto bassa da parte del pubblico), la manifestazione di ieri ha purtroppo confermato le sensazioni molto frammentarie in merito: due facce di una medaglia ancora in bilico ma che oscilla pericolosamente verso il lato peggiore.

Innanzitutto la partecipazione: poco più di 200 le persone che si sono unite in piazza, numero eccessivamente esiguo per sperare di dare credibilità a quello che è un dramma reale, concreto ma ancora troppo poco percepito da chi non è un addetto ai lavori. Troppo poco anche per il solito luogo comune (sentito anche ieri) “eh ma è Trieste, cosa vuoi pretendere?”, che sarebbe anche il caso di mettere in naftalina per una situazione che vede migliaia di lavoratori e famiglie bloccati da un anno, senza nessuna certezza per il futuro.

La manifestazione si è aperta con il commosso ricordo di Omar Rizzato, imprenditore 41enne titolare del service specializzato Hubble Eventi di Padova, che dopo vent’anni di lavoro nel settore si è suicidato sabato scorso nella sede della sua azienda.

Dopo un minuto di silenzio alla sua memoria, si sono avvicendati ai microfoni sia associazioni di categoria che lavoratori che questo dramma lo stanno vivendo direttamente. I punti ribaditi sono stati quelli già descritti nel comunicato che indiceva la manifestazione, e cioè:

  • sblocco immediato e conseguente erogazione dei ristori rimasti in sospeso (DL ristori 5) durante queste settimane di instabilità governativa;
  • tempestiva convocazione di un Tavolo Interministeriale che coinvolga lavoratrici e lavoratori del settore spettacolo e cultura, al quale siedano Ministero del Lavoro, Ministero dello Sviluppo Economico e Ministero dei Beni e delle Attività Culturali;
  • attuazione di una ormai necessaria riforma strutturale, formale e fattuale, del settore che tuteli realmente non solo grandi enti e grandi aziende ma anche e soprattutto lavoratrici e lavoratori;
  • progettazione e realizzazione di tutte le misure, economiche e non, relative ai protocolli di sicurezza, necessarie a garantire una vera e totale ripartenza del settore;
  • concretizzazione di provvedimenti finalizzati al finanziamento e al sostegno delle piccole e medie realtà che si occupano di spettacolo e di cultura, che ad un anno dal blocco del pubblico spettacolo rischiano di chiudere e di non poter più compiere il loro fondamentale ruolo legato alla cultura di prossimità su tutto il territorio del nostro Paese.

Oltre a ciò, la manifestazione è stata un momento per fare il “punto della situazione” su cosa sia accaduto in quest’anno, nelle battaglie per un settore in crisi che non iniziano certo ora ma che vedono coinvolti associazioni e sindacati già da molto tempo.

Da un lato è stato ribadito più volte come questa situazione sia stata l’occasione per ripensare (anche con autocritica) a come il mondo dello spettacolo fosse al suo interno frammentato e disunito già da tempo, e come ci sia invece stato ora lo spunto per cambiare mentalità e raggiungere una maggior coesione tra le varie professionalità coinvolte. In questo sono stati ringraziati più volte i sindacati (che hanno anche co-indetto la manifestazione, hanno partecipato come pubblico con tanto di bandiere ma hanno fatto un unico intervento ai microfoni, lasciando spazio ad associazioni di categoria e a lavoratori), che sono stati a fianco delle associazioni per tutto l’anno.

È stato anche un anno in cui poter realizzare appieno la visione errata che spesso -e da molto tempo- circonda lo spettacolo, visto quasi più come “divertimento” che come “lavoro”. Proprio in quest’ottica è stato chiesto il tavolo interministeriale che coinvolga anche il Ministero del Lavoro, perché il problema della “cultura ferma” si traduce anche in “lavoratori senza stipendio”.

Se quindi sul lato della consapevolezza e del lavoro fatto all’interno del settore il risultato è tendenzialmente positivo, tutt’altra impressione si ha purtroppo in merito alla comunicazione esterna, con la politica. E ciò bene si riassume nell’intervento conclusivo fatto ieri dagli esponenti di Bauli In Piazza: è stato riferito di come il tavolo interministeriale sia stato rifiutato, confermando come unico interlocutore il Ministro dei Beni Culturali Franceschini; e di come il terzo appuntamento del tavolo di lavoro con le autorità (il primo da dicembre 2020, a causa del cambio di governo) si sia concluso con la richiesta alle associazioni di essere loro a portare delle proposte per la riapertura di teatri e cinema. Uno “scaricabarile” per nulla confortante da chi dovrebbe rappresentare proprio quei settori e dovrebbe essere l’entità che promuove le iniziative per poi permettere al parlamento di tramutarle in legge. E che lascia in bocca l’amara sensazione che da parte della politica non ci sia -e non ci sia mai stato- un vero piano per far ripartire questo settore, e forse nemmeno la volontà di farlo.

Luca Valenta / ©Instart

 

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