Anni fa venne chiesto al batterista tedesco Max Andrzejewski di omaggiare una grande figura musicale del passato e venne proposto per primo il nome di David Bowie. Trovando difficile trattare la materia di un personaggio ingombrante come il Duca Bianco, naturale fu ripiegare sull’ex batterista Robert Wyatt, vista la venerazione nutrita da MB per un album sublime come Rock Bottom e per altre produzioni degli anni ottanta e novanta: Old Rottenhat, i mitici EP, Shleep ed altro. Affrontare l’opera di Robert Wyatt chiaramente non è facile. Il viaggio dall’UFO CLUB dei sessanta a Cristina Donà, passando per avanguardie varie tra cui la sacra trimurti Eno-Fripp-Gabriel, le disparate collaborazioni, i cambi di stile musicale, le tristi vicende della vita (il famoso incidente, i problemi economici), hanno reso il suo profilo sfuggente, anche se capace di lasciare una decisa impronta nella musica moderna. Questo non in virtù di una grande capacità innovativa, ma grazie ad una integrità artistica rara e di una notevole capacità di scrivere ed interpretare canzoni. Il concerto tenuto da Andrzejewski (assieme al suo quartetto Hütte e con due ospiti) al Teatro Comunale di Cormons nella cornice di Jazz and Wine of Peace 2020, ha dimostrato che la strada intrapresa era quella giusta, a partire dal repertorio proposto: la Morbida Macchina è stata bypassata, con il disappunto di coloro i quali pensano che Wyatt sia stato esclusivamente “ il batterista dei Soft Machine”. Non si sono avvertiti nella serata cormonese sterili revivalismi (come fanno alcuni artisti ben più blasonati), amati da coloro che cercano solo la mera riproposizione di un passato che non può essere replicato, né calligrafismi, impossibili tra l’altro da replicare data la peculiarità di Wyatt e di chi ha partecipato alla esecuzione degli originali. Marcata è stata la differenza tra la (apparentemente) esile ed espressiva voce dell’artista di Canterbury, e quella energica della cantante di origini turche Cansu Tanrıkulu, che ha conferito fisicità alle canzoni, partendo dalla melodia di base per avventurarsi in vocalizzi jazz, spesso filtrati dall’elettronica. Parimenti il gruppo ha suonato con rispetto, energia, passione ed uno spirito dadaista ( patafisico ?) tali da ricevere l’approvazione dall’autore stesso per la formula utilizzata: mentre Wyatt costruiva le sue canzoni partendo da una struttura jazz per arrivare ad una forma progredita di canzone ( pop,rock, protest song), il gruppo berlinese è partito da quest’ultima per riportarla al jazz ed  all’improvvisazione.

Ecco quindi che Little Red Robin Hood hit the road, è iniziata come un jazz da locale fumoso per poi distendersi in una miriade di suoni, elettrici ed acustici ad accompagnare la cantante che si è presa la scena con Cuckoo Madame dai toni apparentemente leggeri e scherzosi non fosse stato per i graffi di sax, chitarra e tastiere. Ad introdurre tutto questo la recente You You, iniziata su ritmi morbidamente jazz, con il gruppo che giocava, unendo i suoni acustici di contrabbasso e batteria, a suoni, fischi ed effetti di sintetizzatori, tastiere e chitarra elettrica. Non è stato facile apprezzare tutto questo dal pubblico, una parte del quale forse si aspettava un approccio più fedele e tradizionale, ma le note iniziali di Little Red Riding Hood hit the road, hanno surriscaldato il Teatro Comunale, con i saliscendi sonori ben orchestrati dal batterista, coadiuvato da un gruppo assolutamente compatto ed omogeneo, capace in ogni suo elemento di conferire nuovi colori al suono: J. Schleiermacher ha infuocato col sax e prodotto suoni e rumori con il synth; J . Hochapfel (guest al pari della Tanrıkulu) ha suonato con tocco vintage le tastiere che erano portanti nell’opus di Wyatt;  A. Lang ha dato ossatura al suono con il contrabbasso; il chitarrista  T. Hoffmann si è diviso tra effetti e linee melodiche, ed è stato capace di trasportare Riding Hood dalle parti di Paris, Texas, grazie a tonalità “desertiche” che Ray Cooder apprezzerebbe. Promosso il gruppo anche all’esame di Grass, cantilena di Ivor Cutler entrata nel repertorio di Wyatt con un arrangiamento di voce, tablas e percussioni. Grazie ad un’atmosfera più calda, quasi tropicale inizialmente, e ad un crescendo strumentale accompagnato da una notevole performance della cantante, il brano ha assunto un aspetto più colorato rispetto all’originale. I brani più datati sono stati suonati alla fine, dando lustro all’operato dei Matching Mole ( Instant kitten e Starting in the middle of the day we can drink our politics away);  composizioni suonate dal gruppo impeccabilmente ed entrate sotto pelle, nonostante alcuni di loro non fossero ancora nati all’epoca della loro pubblicazione. Per concludere l’encore di At Last I’m free, nel repertorio di Wyatt ma a firma Whitfield / Rodgers, suonato dalla band con lo spirito dell’originale. Très Chic !

© Daniele Paolitti per instArt

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