Tra le primizie più succulente nel cartellone della quarantesima edizione delle Giornate del cinema muto di Pordenone appena conclusasi, c’era di certo la corposa retrospettiva dedicata al cinema asiatico dell’epoca dei silent movies. Pionieristici film coreani e giapponeserie tutte americane che ricordano la moda del tempo per l’esotismo tra le tematiche più interessanti del festival di quest’anno. Paradigmatico il bizzarro e splendido film di Cecil B. De Mille, Fool’s Paradise che, dal confine con il Messico ancora frontiera western nei ruggenti anni venti, ci proietta nel misterioso oriente (eastern) del Siam, tra odalische, sacrifici umani e voraci coccodrilli.

Madama Butterfly di Giacomo Puccini debuttò negli Stati Uniti al Metropolitan Opera House di New York l’11 febbraio 1907 con un clamoroso successo. Da allora fino al 2016 è stata ripresa per 868 recite, risultando tra le opere più rappresentate in assoluto. Da quando, all’esposizione universale di Parigi del 1900 si erano visti alcuni sontuosi padiglioni tra Cina e Giappone, la moda per le cineserie, che già esisteva, ricevette uno straordinario rilancio.

Molto probabilmente la Vitagraph, che nel 1910 produsse gli stravaganti cortometraggi a tema giapponese presentati alle Giornate, sfruttò la moda del momento girando gli antesignani degli odierni instant movies. Gli attori principali, in gran parte rimasti anonimi, erano evidentemente americani truccati alla giapponese, mentre molte comparse erano in realtà davvero asiatiche.

E’ stato supposto con cognizione di causa che la pionieristica casa di produzione utilizzò attori giapponesi di compagnie di giro in quel momento negli Stati Uniti. Scene e costumi sono tutto sommato accettabili, gli ambienti, gli sfondi, le comparse vengono scambiati da un film all’altro in un florilegio di stereotipi e bonzerie (come diceva lo stesso Puccini) sempre sul filo della caricatura. Sono documenti preziosissimi di un epoca e del suo gusto popolare:

Hako’s Sacrifice (US 1910) “Il giorno dei crisantemi”, nono giorno del nono mese (Kiku no sekku) è una delle festività giapponesi più sentite. L’usanza è quella di allestire delle mostre di crisantemi dalle forme e specie più bizzarre e particolari in onore del disco del sole che conclude il ciclo della luce solare che riprenderà forza dopo i mesi invernali. Il breve film che soffre di un montaggio confuso ma che è in fondo gradevole, utilizza questo pretesto per costruire la lacrimevole storia del gobbo Hako, schiavo di un pescatore del quale solo la piccola e innocente Gloria del Mattino ha compassione tanto da regalargli una pianta di crisantemo che amorevolmente coltiva tra le altre nel suo giardino come simbolo solare di rinascita e di nobiltà d’animo. La piccola vuole partecipare alla mostra dei fiori ma un invidioso spezza il suo fiore migliore. Hako le restituisce il dono che nel frattempo ha curato con dedizione e gratitudine. La bambina naturalmente vince un ambito riconoscimento e tutti vissero felici e contenti. Una storiella davvero minima ma di un qualche interesse e, in fondo piacevole.

Ito, the beggar boy (US 1910) Il piccolo mendicante Ito viene adottato da una ricca famiglia per il momento senza figli. Pochi anni dopo nasce la primogenita Fior di trifoglio. Ito fin da subito molto affezionato alla sorella dichiara di volerla difendere in ogni modo come fanno tutti i fratelli maggiori da che mondo e mondo. Passa ancora un po’ di tempo e, di nascosto dai genitori, i due monelli decidono di salire su una barca e lasciarsi trasportare dalla corrente. Sono subito in pericolo, Ito si toglie gli indumenti più pesanti per proteggere dal freddo intenso la piccolina. In un ottima sequenza cinematografica si vede un pescatore che li salva ma Ito ha preso troppo freddo e sembra morto con gran disperazione dei genitori adottivi, ma poi la piccola gli da un bacino e lui rinviene. L’amore vince. Girato con una certa perizia rivela un linguaggio cinematografico più compiuto nonostante qualche incertezza.

The Love of Chrysanthemum (US 1910) Senza alcun dubbio il film si è ispirato al medesimo materiale narrativo da cui attinse Puccini per il suo melodramma o è forse diretta derivazione da quest’ultimo, il film racconta della tragica storia di Crisantemo sposata con un bruto che s’innamora di un aitante americano dal quale si fa sedurre. Il Pinkerton della situazione però, contemporaneamente, amoreggia con una bella conterranea e finisce per dimenticarsi della breve avventura con Crisantemo che misera ne soffre moltissimo. Il marito scopre la disperazione della donna e lei, dalla vergogna e dal rimorso per l’amante perduto, si suicida. Divertente la sequenza nella quale all’amante americano viene cerimoniosamente offerto del the che non gradisce affatto, così come non riesce a starsene seduto ginocchioni alla maniera orientale. Da commedia dell’arte anche la sua uscita di scena dopo il rientro improvviso del marito furibondo.

Davvero interessante anche la selezione di brevi film relativi alla Corea “vista dagli stranieri” che illustrano i primordi di quella cinematografia che, un paio d’anni fa, ha celebrato ufficialmente i propri cento anni vincendo premi in tutto il mondo con il meraviglioso “Parasite” di Bong-joon ho.

Quel trionfo è stato il frutto di una nuova visibilità che la cinematografia e la cultura pop di quel paese si è conquistata a suon di dollari investiti in marketing già da alcuni anni a seguito di un’industria culturale davvero florida come era percepibile per altro nella splendida retrospettiva dedicatagli dalla 21 edizione del Far East Film di Udine. Si pensi anche al recente fenomeno mediatico planetario della serie televisiva Squid Game di Hwang Dong-Hyuk e alla presenza nei social del cosiddetto K-pop.

Korea: Elias Burton Holmes Travelogues (US/KR 1901-1914, 5’) Il grande viaggiatore americano fu il primo a inventare il racconto di viaggio nel cinema con una serie di reportage che univa a letture e descrizioni pubbliche dei suoi itinerari avventurosi. Dal 1890 fece più di 8000 spettacoli utilizzando in principio lanterne magiche e vetri colorati e poi la novità delle proiezioni cinematografiche con straordinario successo. Le immagini del breve film uniscono sequenze dei suoi due viaggi in Corea e si soffermano su particolari di costume bizzarri e “realistici” senz’altro scopo che destare la curiosità del pubblico occidentale che Holmes soddisfaceva durante le sue conferenze spettacolo. (Travelogues = racconti di viaggio). Rimarchevoli le sequenze sul tradizionale cappello di crine di cavallo e quella sull’antica arte del tiro con l’arco compatto. E’ verosimile che sia stato proprio Burton Holmes a portare per la prima volta una macchina da presa in Corea. Ce n’è abbastanza per celebrarlo e ricordarlo degnamente.

Au pays du matin calme: la Corée (DE 1908, 6’27’’) Finestre sulla Corea di un secolo fa prima dell’attuale alienante americanizzazione: cinghiali che grufolano in mezzo alla strada in un misero villaggio e contadini in cammino, pesanti some su bufali da lavoro, macinatura del grano a pietra, un calzolaio ambulante, il palazzo del loto, la vera di un pozzo, strani copricapi.

Important Towns in Korea (KR 1923, 2’) Il cinefilo contemporaneo collega immediatamente la città di Busan al treno del famoso blockbuster (Train to Busan di Yeon Sang-ho, 2016). Idealmente possiamo collegare la storia attuale del cinema coreano a questo lontano frammento che illustra le bellezze di quella città e di altre della penisola asiatica, porti, palazzi principeschi, ciliegi in fiore, un volo pindarico nello spazio e nel tempo che solo il Magical mistery tour del cinema ci può permette.

National funeral of Emperor Sunjong (KR 1926, 7’38’’) Suggestive immagini delle prove per l’imponente corteo funebre del 07 maggio 1926. Le riprese sono in parte dall’alto di un palazzo e comprendono la processione, la banda militare e il pubblico. L’effetto è imponente ed esotico, si avverte la solennità del momento ma allo stesso tempo una certa distanza emotiva, sono riprese senza pretesa con un montaggio quasi casuale e privo di ogni efficacia narrativa. A ragione può essere ricordato come un documento storico ma non è certo cinema, sempre ammesso che abbia ancora senso parlare di canoni.

Auf dem Koreanische Missionfelde (DE/KR 1927, 8’14’’) Quello che si vede in azione è un missionario benedettino alle prese con i suoi fedeli coreani, in una serie di documenti filmati da mandare in patria per certificare lo sforzo della missione e la potenza della parola di dio che anche nei luoghi più sperduti e imprevedibili fa sentire la propria presenza.

Quante volte negli oratori della nostra infanzia abbiamo assistito ai racconti morali dei missionari di ritorno dall’Africa o dall’Oriente corredati da immagini. E’ quasi un genere della narrazione, per il nostro paese si va dai racconti del Beato Odorico da Pordenone a quelli di Padre Matteo Ricci, all’esperienza dei padri comboniani della rivista Nigrizia ai Blockbuster come Mission di Joffé (UK 1986) e Silence di Scorzese (Usa 2016). Certo il paragone con questo piccolo cortometraggio dalla Corea è ingiusto e ingeneroso ma lo possiamo considerare come un esempio pionieristico, un inizio e, se il buon giorno si vede dal mattino…

Eine Koreanische Hochzeitsfeier (DE/KR 1927, 31’19’’) Quasi un reportage antropologico sulle tradizionali usanze matrimoniali coreane. Il film documenta i preparativi, le liturgie e i festeggiamenti dell’unione tra due giovani mettendo in luce differenze sociali e di genere notevoli. C’era una netta separazione, per esempio, tra la componente maschile e quella femminile della società coreana dell’epoca, almeno è quello che la pellicola vuole farci credere con la sua messa in scena. L’atmosfera generale è di falsità cinematografica, la presenza della macchina da presa e del direttore delle riprese rende la cerimonia solo una rigida comparsata teatrale priva di ogni naturalezza e senza un minimo di gioia, tutto è perfettamente calcolato, tutti i partecipanti perfino i paesani che assistono appaiono compassati e in posa. L’unico momento di naturalezza è un breve istante nel quale una piccola bambina sfuggita dal controllo della madre entra liberamente in campo gattonando qua e la, tutto il resto è solo fiction.

Importing sheep to Northern Korea (KR 1934, 22’44’’) Il corto racconta l’avventuroso viaggio di 2696 pecore da lana e dieci cani da pastore, da Sydney nella natia Australia verso il paradiso delle ubertose lande nord coreane. Per 6600 miglia marine più molti giorni di treno e a piedi, il punto di vista è proprio quello dei paciosi ovini. Nelle didascalie sono riportate le luminose riflessioni di una pecora conscia che la propria missione sia quella di migliorare la produzione di lana, tessuti e carne a maggior gloria del paese asiatico. Naturalmente, retorica e nazionalismo di bassa lega si sprecano, l’escamotage narrativo è certo di grande effetto e divertente ma non riesce a nascondere l’intento biecamente propagandistico della pellicola. Non serve nemmeno citare “La fattoria degli animali di Orwell” e nemmeno la cinematografia dei regimi totalitari d’allora (Unione Sovietica, fascismi europei, Hollywood) per capire che non si tratta di uno spettacolo dai fini meramente ludici. Attraverso gli animali si mette in scena la volontà sociale e politica di progredire, dicendo che perfino la natura collabora allo sforzo collettivo di tutti gli uomini di buona volontà. Alcune sequenze si fanno notare anche per un certo afflato poetico: quelle bucoliche con gli animali che brucano i germogli di larice giapponese, la castrazione e la mutilazione delle code degli agnelli

A Public Prosecutor and a Teacher (KR 1948) La critica in generale non ha apprezzato molto questo film considerandolo rozzo e troppo popolare, realizzato con mezzi di fortuna e assemblato alla meno peggio. Non si può negare che i difetti ci siano ma lo sguardo che ci regala sugli strati più miseri della società coreana del tempo è assolutamente impagabile e unico.

Il film è concepito sul modello dei melodrammi teatrali e cinematografici Shinpa giapponesi, naturalmente in versione coreana. Il centro di questo tipo di narrazione erano solitamente le sofferenze degli elementi più fragili della società, donne bambini e anziani di bassa estrazione e le angherie cui erano sottoposti dal sistema a causa della loro condizione.

In questo caso, si narra la triste storia di un bambino poverissimo che viene aiutato a studiare dalla maestra compassionevole. Dopo molti anni sarà la maestrina dalla penna rossa ad aver bisogno del proprio Garrone nel frattempo diventato magistrato della pubblica accusa proprio come in un racconto di un De Amicis con gli occhi a mandorla. Lui la farà assolvere dall’infamante accusa d’aver brigato con un evaso l’assassinio in casa del marito che, in realtà, era morto per un banale incidente domestico durante una lite.

Piena di buoni, elementari sentimenti, moralistica, lacrimevole la pellicola ha il pregio, che impropriamente si può definire all’italiana “neorealistico”, di mostrare miseri ambienti popolari e piccolo borghesi nei quali i coreani potevano immedesimarsi e “condividere” almeno sullo schermo le loro quotidiane sofferenze. La cosa più straordinaria è la voce narrante del Byeonsa Sin Chul che come un Benshi giapponese racconta interpretando le sequenze contenute nella pellicola. Pur non parlando quella lingua è possibile comprendere le sue modulazioni di tono, l’enfasi, il dolore, le lacrime per un’esperienza cinematografica unica e straordinariamente ricca.

Fool’s Paradise di Cecil B. DeMille (US 1921) Bizzarra fantasmagoria in perfetto equilibrio tra western e eastern. L’avventura comincia a El Paso caotica, selvaggia città sul confine del Messico in piena febbre da “oro nero” come nei molto più recenti “L’uomo dai sette capestri” di John Huston (1972) o ne Il petroliere di Paul Thomas Anderson (2008). Sembra che tutto possa accadere e, infatti, accade. Una fascinosa ballerina messicana da “cantina” scappa dal suo ganzo violento e dal Messico e finisce per rifugiarsi nella misera baracca di un belloccio e spiantato cercatore di fortuna americano con la bruciante passione per un’irraggiungibile attrice teatrale.

La guapa s’innamora del gringo ma lui non ne vuole sapere perché si è votato alla starlette ed è disposto a qualsiasi sacrificio per lei che rimane distante proprio come una stella nel cielo. Quando amore e morte stanno per trasformare tutto in catastrofe, il gringo trova casualmente il petrolio e diventa milionario, può inseguire così la sua musa intorno al mondo.

L’attrice è in Siam (Thailandia) perché il ricchissimo re di quel misterioso paese si è invaghito di lei e lei delle sue gemme. La ballerina messicana viene piantata in asso e il novello petroliere se ne va in Oriente alla corte del re dove contende la bella al regnante.

In una sfida all’ultimo sangue in una fossa piena di coccodrilli, il re e l’americano capiscono che l’attrice è solo un egoista e che la vera bellezza viene solo dal cuore, così entrambi la ripudiano. L’americano se ne torna a El Paso per ritrovare la ballerina, l’unica persona che l’ha veramente amato, dopo un qualche trambusto…vissero tutti felici e contenti. Girato con grande senso dello spettacolo, con ironia, ritmi serrati e verve, si fa notare soprattutto per la tipizzazione dei personaggi femminili, in fondo, la vera protagonista è la ballerina messicana con la sua spregiudicatezza e il suo amore puro che finisce per trionfare. Il film faceva parte della lodevole rassegna che le Giornate hanno dedicato a ragione alle grandi sceneggiatrici del cinema muto.

Bigorno fume l’opium (Fr 1914) Sull’orlo della prima guerra mondiale, che il cinema documentò per la prima volta in modo compiuto e in immagini, cosa c’era di meglio di una pipa da oppio per dimenticare l’imminente futuro? A guardarla oggi questa comica sembra quasi un ironico, tragico presagio. Naturalmente, non era nelle intenzioni di chi l’ha girata; dopo più di cento anni però noi non possiamo esimerci dal considerare che, di lì a poco, ci sarebbero stati i fatti raccontati dal grandioso J’Accuse di Abel Gance (1919) ma non era ancora successo. Un soldato ritorna a Nizza dopo un lungo viaggio per mare, viene dal lontano Oriente e lo capiamo dai doni che estrae dalla valigia per un suo caro amico di bisbocce e per la sua famiglia. Sete e tessuti preziosi per le ragazze, una scimmietta per la matrona, alcune scimitarre ma soprattutto una pipa da oppio per l’amico Bigorno (perdigiorno, gaudente ma padre di famiglia). Quest’ultimo non si tira certo indietro, caricando in modo esagerato il fornelletto e aspirando per bene il fumo. Tutto comincia a girargli intorno e lui in preda al delirio distrugge mezza casa, solamente la moglie e le figlie riescono a fargli passare l’intossicazione facendosi promettere l’astinenza. Il tutto è trattato con grossolana comicità e senza falsi moralismi, probabilmente all’epoca il problema della tossicodipendenza poteva essere trattato con un sorriso. Per associazione viene in mente Noodles (Robert De Niro) nella fumeria cinese di “C’era una volta in America” di Leone (1984) ma quella è tutt’altra storia come quelle che racconteremo prossimamente nella seconda parte di queste recensioni dalle Giornate del cinema Muto.

Flaviano Bosco © instArt

Share This