È facile discendere all’Averno cioè all’inferno, proprio come scrive Virgilio nell’Eneide (VI,126). La Sibila cumana avvisa il pio Enea che non è difficile scivolare nell’abisso della perdizione e dell’oblio; è più malagevole e improbo risalire a rivedere le stelle. Molto simile a questo, è il percorso nella tenebra, senza speranza di luce, che compie il fallito scrittore Marcello nella Roma crepuscolare, degenerata, eterna e viziosa di La Dolce vita.

E’ così che l’ha fotografata il genio di Federico Fellini, mentre nel 1960 tutte le ingenue illusioni del dopoguerra finivano dilaniate dal consumismo e dalla società dello spettacolo, lasciando dietro di se quasi solo prostituzione di coscienze, degrado morale, macerie sociali e culturali tra le quali ancora ci aggiriamo attoniti. Un personaggio secondario (Mariuccio) nel finale, paradossalmente profetizza: “Nel ‘65 sarà tutto una depravazione completa. Ah no? Mamma mia, che schifezza ne verrà fuori”. Non si sbagliava di tanto.

Il Visionario di Udine festeggia i cento anni dalla nascita del grande regista riminese con la proiezione delle versioni restaurate, a cura della Cineteca di Bologna, di tre grandi suoi capolavori. Si è iniziato con La dolce vita si proseguirà con I Vitelloni, e 8 e mezzo dedicando anche un’analisi dettagliata (Anatomia del film) a Lo sceicco Bianco.

La Dolce Vita può essere vista e agevolmente interpretata come una Divina Commedia al contrario. E’ la commedia umana di un uomo che discende dal Paradiso degli attici e delle terrazze assolate, giù attraverso la purgatoriale città di Roma, decidendo, infine, di lasciarsi inghiottire dall’inferno della volgare banalità, del talento negato, del fallimento personale. Ben diceva lo scrittore Giuseppe Marotta quando sosteneva che il film era “un poema cinematografico, suddiviso in canti e strofe”

Purtroppo, quando si presenta quest’opera d’arte autentica ci si concentra sempre sugli stessi elementi scandalistici, sui fenomeni di costume che ha generato, sui pettegolezzi da rotocalco, sulle vicende produttive e sulle chiacchiere da bar sport. Dopo sessantanni di ciance e di ciarle forse è venuta l’ora di farne a meno e cominciare a pensare fuori dai soliti stereotipi, paparazzate e aggettivazioni felliniane.

Naturalmente, anche questa non è una novità, questa modesta recensione non riferisce niente che non sia già stato detto meglio e in modo molto più approfondito e analitico ma almeno si è cercato di dire qualche parola su La dolce vita in un modo meno scontato e banale di quello che si sente fare da tanti Soloni e cattedratici le cui considerazioni lasciano ormai il tempo che trovano.

Marcello è un Dante disincantato e laico che diventa il baricentro dei peccati, sempre più sordidi, nei quali si immerge. In questo senso, lo dobbiamo vedere in dialogo dialettico con il suo antagonista e compagno di sventure Steiner, il professore che finisce suicida dopo aver assassinato i propri figli. La sua figura è assimilabile a quella del poeta Virgilio, il dolce padre di Dante. Marcello da giovane ha ammirato la cultura e la preparazione di Steiner che considera il suo maestro, ha vagheggiato velleitariamente di diventare uno scrittore come lui. Non ci è riuscito o non ha voluto, il suo carattere flemmatico lo ha guidato verso altri lidi.

Steiner è la conoscenza senza amore e senza vita che non sa resistere alla brutale meschinità della quotidianità e che immagina come unica alternativa esistenziale quello dell’annichilimento e della autodistruzione. Marcello gli confessa: “La tua casa è un vero rifugio, sai? I tuoi figli, tua moglie, i tuoi libri, i tuoi amici straordinari…Io sto perdendo i miei giorni, non combinerò più niente! Una volta avevo delle ambizioni ma forse sto perdendo tutto, dimenticando tutto”.

Steiner, amaro gli risponde: “Non credere che la salvezza sia chiudersi in casa. Non fare come me, Marcello! Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista. Ecco, è meglio la vita più miserabile, credimi, che l’esistenza protetta da una società organizzata in cui tutto sia previsto, tutto perfetto. Qualche volta la notte questa oscurità, questo silenzio mi pesano. E’ la pace che mi fa paura, temo la pace più di ogni altra cosa mi sembra che sia soltanto un’apparenza e che nasconda l’inferno…bisognerebbe vivere fuori dalle passioni oltre i sentimenti, nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato”.

Vi sono altri riscontri e sotto-testi danteschi possibili, in questo senso, che non sono per niente coincidenze. Si ricordi che la sceneggiatura vede la firma di Ennio Flaiano, uno dei grandi intellettuali italiani del dopoguerra.

La vicenda si svolge in sette giorni, lo stesso numero delle balze del purgatorio. La pellicola inizia con l’immagine salvifica di una statua di Cristo redentore benedicente, in volo sulla città di Roma assicurata ad un elicottero. Si sorvolano quartieri periferici in piena costruzione che sembrano bolge infernali, e poi quelli residenziali per arrivare infine a Piazza San Marco e alla “maestà del cupolone”. L’enigmatico finale si svolge al lido di Ostia proprio dove tradizionalmente le anime purgatoriali venivano imbarcate per l’aldilà.

Unico spiraglio di luce in una macabra sarabanda di 180 minuti, l’incontro con la piccola ingenua Paola, la ragazzina bionda cameriera in un bar sulla spiaggia. E’ una delle figure della Grazia così tipiche dell’immaginario di Fellini, una figura esplicitamente angelicata che, nella nostra allegoria, possiamo tranquillamente associare alla Beatrice del Paradiso. E’ stato rilevato, in primo luogo da Andrè Bazini, quanto nel cinema di Fellini sia presente l’immagine dell’angelo, testimone muto e salvifico della provvidenza. Dice Marcello rivolgendosi alla piccola Paola: “Ma lo sai che sembri proprio uno di quegli angioletti che ci sono nei quadri delle chiese umbre?”

Per gettare una luce sull’idea che il regista riminese aveva della società italiana negli anni che ci interessano, mi sembra interessante cercare di capire qual era il suo rapporto con la religione, che in apparenza sembra leggero e ingenuo ma che in realtà si rivela profondo e particolarmente problematico.

Molto significative e ruvide le parole di Pasolini che all’uscita de La dolce vita, scrisse un’eccezionale recensione, forse un po’ ingenerosa, ma come sempre lucida e pungente.

L’ideologia di Fellini si identifica così con un’ideologia di tipo cattolico: l’unica problematica ravvisabile alla lettera, o quasi, ne La Dolce Vita è il rapporto non dialettico tra peccato e innocenza: dico non dialettico perché regolato dalla grazia. Ed è per questo irrazionalismo cattolico, e, in un certo senso ingenuo, quasi infantile, che si verifica in Fellini quello stile che abbiamo definito frontale, senza prospettive interne, senza graduazione di valori morali: il “fanciullino” che è dentro Fellini – e a cui Fellini con astuzia diabolica cede troppo volentieri la parola – è un primitivo, e quindi un aggiuntivo non un soggiuntivo, non sa coordinare e subordinare: complicare, questo sì. Da ciò il barocco semplicistico di Fellini.ii

Di Pasolini si può dire qualunque cosa, ma non che fosse indulgente nelle sue critiche. Qui forse è un po’ troppo duro con il riminese ma sembra cogliere perfettamente quell’elemento di profonda religiosità a fondamento o quasi di tutta la sua opera.

Siamo abituati a pensare che la rappresentazione dei vescovoni, del clero, in ogni sua forma, e della liturgia cattolica, nel cinema di Fellini, siano una sorta di critica, con qualche dileggio dell’istituzione religiosa. Invece messa nella giusta prospettiva, risulta essere, al contrario, un bonario rimprovero folcloristico che sa tanto di Strapaese, ed è assimilabile al moralismo padano di Guareschi o di Soldati.

Ma entriamo un po’ più nello specifico. L’immaginario di Fellini è fortemente dominato da un’idea di redenzione e di salvezza che non possiamo che definire cattolica e paolina. Tutti i suoi personaggi, anche i più disperati, sono sostenuti da una fede nel domani e da una purezza d’animo da poveri di spirito, nel senso evangelico del termine. Ne La Dolce vita, basti pensare alla sequenza dei bambini e dell’apparizione mariana, sospesa tra la rappresentazione grottesca e l’afflato di un autentico sentimento religioso.

Un’altra ossessione di Fellini, che però raramente si è espressa nei suoi film, è quella per le campane. Ne parlò molto spesso nelle interviste. Il suono delle campane, nel suo ricordo, sempre improvviso e inaspettato, era per lui la voce di una coscienza superiore, incombente e bonaria (ne parla in questi termini) che lo ammoniva e rimproverava. In altre parole risvegliava il suo senso di colpa. Difficile trovare qualcosa di più cattolico e tridentino.

Si dica quel che si vuole ma l’inseguire una donna che avanza ancheggiando mentre il campanone di San Pietro diffonde rintocchi ammonitori e minacciosi, come nel sonetto del Belli, è una visione che continua ancora ad affascinarmi.iii

Non è possibile esimersi, a questo punto, dal soffermarsi, anche se brevemente, sul concetto di peccato nel cinema di Fellini. L’immagine che il grande pubblico ha del lavoro del regista è quella di un personaggio gaudente, a cui piacciono le donne poppute, la crapula e il vaneggiamento nostalgico dei bei tempi d’oro. Fellini, naturalmente, era tutt’altro e viveva con angoscia il suo rapporto con le donne e, più in generale, con il piacere.

Non serve certo essere degli psicanalisti per accorgersi di quel senso di colpa dovuto ad uno smisurato complesso di Edipo, che ossessivamente ritorna in ogni suo film. Il regista lo interpreta come un peccato veniale di tipo religioso. I comandamenti riguardanti la morale sessuale (Non desiderare la donna d’altri e Non commettere atti impuri, Onora il padre) sembrano perseguitarlo. Rivelatrice, in questo senso tutta la sequenza del padre di Marcello tra le tentazioni di Via Veneto, fino al suo triste e sconsolato esito.

Ogni peccato però, nella sua intenzione, per quanto esecrabile, ha la sua redenzione. Come dimostrano moltissime scene dei suoi film, l’edificio religioso, con la sua struttura di ventre materno, accoglie sempre le miserie dei peccatori con indulgenza e compassione. I suoi personaggi sovente vi trovano rifugio. Il peccato, sembra dire il regista, è la via più breve verso il perdono. Fellini appare da questo punto di vista, quasi come un penitente, un credente in pellegrinaggio sulle vie della fede, forse non troppo ortodosso ma sicuramente fervente.

Prima di concludere ancora qualche estemporaneo stimolo alla riflessione in forma di appunto.

La donna. L’idea che Fellini ha del femminile è tutta racchiusa nelle parole che Marcello sussurra a Sylvia durante il ballo:

Tu sei la prima donna del primo giorno della creazione. Sei la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa… Ah! Ecco che cosa sei: la casa”.

La donna è per lui tutto tranne che persona. Il suo essere coincide con il focolare domestico, con la mamma che tutto cura e giustifica. E’ comunque completamente asservita ai desideri e ai bisogni dell’uomo. La fatua Maddalena, interpretata dalla splendida Anouk Aimée, per rivendicare la propria indipendenza, dice a Marcello: “Lo sai, anch’io sono disabitata”.

Viene da pensare che in Fellini sia presente una profonda misoginia che si esplicita nella trasfigurazione della donna in simbolo, in mistero intangibile, relegato all’immaterialità del divino o del soprannaturale.

Il rock’n’roll del giovane Celentano tra il baccanale e la Danse macabre. Una vera caricatura dello scimmiottamento italiota della cultura imperialista americana. Il mondo della canzonetta e del disimpegno a passo di danza sulle rovine della Roma antica. L’Italia che, come sempre, si compiace del proprio eterno disfacimento.

Il Padre di Marcello che si fa venire un coccolone, dopo la notte di bagordi. La forza virile che solo il tempo sa domare. Il vecchio cacciatore che non ce la fa più. E’ la nostalgia per i bei tempi andati, quando l’uomo era forte e dominatore. Tout passe, tout nous laisse, tout se casse. Non resta che il rimpianto e la pietà.

L’intellettuale Steiner. Con le parole di Italo Calvino:

L’intellettuale è per Fellini sempre un disperato, che nel migliore dei casi s’impicca come in Otto e mezzo, e quando gli scappa la mano, come nella Dolce Vita, si spara dopo aver massacrato i figlioletti (la stessa scelta in “Roma” viene compiuta in epoca di stoicismo classico). Nelle intenzioni dichiarate di Fellini, all’arida lucidità intellettuale raziocinante si contrappone una conoscenza spirituale, magica, di religiosa partecipazione al mistero dell’universo […] Resta come costante difesa dall’intellettualismo la natura sanguigna del suo istinto spettacolare, la truculenza elementare da carnevale e da fine del mondo che la sua Roma dell’antichità o dei nostri giorni immancabilmente evoca.iv

Il mostro marino sulla spiaggia nella scena finale rappresenta l’irruzione dell’irrazionale forza della natura sul palcoscenico dell’esperienza umana, a sua volta trasfigurata nelle sequenze immediatamente precedenti, riguardanti la festa orgiastica in casa del produttore, che presentano qualche assonanza con quelle de L’angelo sterminatore di Buñuel. Il mostro che sorge dagli abissi è una figura demoniaca di luciferina potenza, un misterioso Leviatano, il male stesso incarnato che putrescente guarda il mondo con i propri occhi.

L’ultima sequenza vede ancora una volta la piccola Paola che, sulla spiaggia, cerca di richiamare l’attenzione di Marcello che non riesce a sentire la sua voce; li divide il frastuono del vento e di un rigagnolo che va a morire in mare. Simbolicamente è il Flegetonte, il fiume infernale che il protagonista ha già attraversato, rifiutando la grazia e la bellezza dell’innocenza scegliendo la dannazione eterna e l’inferno.

In 8 e mezzo questo discorso verrà ripreso esplicitamente nell’episodio della ragazza della fonte, interpretata da Claudia Cardinale, rimprovera Guido, il protagonista: Io non capisco, incontra una ragazza che lo può far rinascere, che gli ridà vita e lui la rifiuta?

Guido risponde: Perchè non ci crede più.

Claudia chiude: Perchè non sa voler bene.

Ma questo lo vedremo una delle prossime volte, sempre al Visionario di Udine, naturalmente.

i André Bazin, Che cos’è il cinema, pag. 330 e seg.

ii Pasolini Pier Paolo, I film degli altri, Guanda, Parma 1996, pag. 57

iii Fellini Federico, Fare un film, cit. in Verdone Mario, Cinemasessanta, pag.7.

iv Calvino Italo, Autobiografia di uno spettatore, in Federico Fellini, Fare un film, Einaudi, Torino 1980, pag. XXII.

Share This