Cividale del Friuli, 08/09/2020 – MITTELFEST 2020 – Teatro Ristori – Hurt / Heart – Michele Marco Rossi violoncello – musiche di K. Penderecki, J.M. Dall’Abaco, G. Aperghis, Anonimo Medievale, E. Poppe, G. Sollima, F. Donatoni, F. De André – produzione Mittelfest 2020- Foto Luca A. d’Agostino/Phocus Agency © 2020

La difficoltà di raccontare l’arte si scontra con la necessità di condividerne il trasporto. Questo è il pensiero che come un tarlo si è insinuato nella mia mente, ora, mentre ammiro una pagina vuota da dedicare al meraviglioso concerto che la sera dell’8 agosto ha visto come protagonista il violoncellista Michele Marco Rossi presso il Teatro Ristori di Cividale per il Mittelfest.
Un concerto emozionante, ispirante e potente, che ora mi lascia qui, così, disarmata di fronte alla difficoltà di trovare la giusta risposta alla domanda: “Come faccio a raccontarvelo?”
Provo a iniziare dal principio, dall’idea all’origine di questo concerto dal titolo Hurt/Heart, impeccabile riverbero del tema dell’edizione 2020 del Mittelfest: l’Empatia. Come mi spiega lo stesso Michele Marco Rossi (una persona estremamente gentile e simpatica, la cui brillantezza retorica e d’intelletto, durante la nostra intervista telefonica, ha fatto apparire le mie domande pressoché semplici e la mia difficoltà nel riportarvi le sue risposte del tutto giustificata), l’intento iniziale era quello di concentrarsi sul “cuore”, l’aspetto più esasperato e patetico dell’empatia, da affrontare con assoluta ironia, alla ricerca del kitsch. Questa dunque la volontà iniziale, senza pretese di profondità. A questa gioia, però, si contrappone una parte più malinconica, e il confine tra queste due aree del sentire è una ferita, in cui risiede la parte più profonda dell’umanità. «Due elementi contrastanti che risiedono nello stesso luogo. E nella musica è il luogo in cui queste contraddizioni si risolvono. Si accettano. Noi viviamo di questo. Questa ferita ci appartiene e riconoscerla nell’altro è proprio l’empatia».

Su questa premessa, per nulla lontana dalla profondità, ha preso vita la musica di otto compositori che il violoncellista ha raggruppato in quattro coppie, abbinando un autore appartenente all’avanguardia della musica contemporanea a un personaggio legato a una cultura più popolare. Ogni coppia di brani era legata da un sotto-tema in riferimento all’idea generale del concerto “hurt/heart” (ferita/cuore). Nello specifico, sul filo del tempo s’incontrano il Capriccio per Siegfried Palm di Krzysztof Penderecki (venuto a mancare lo scorso marzo e al quale Michele Marco Rossi ha desiderato rivolgere una dedica speciale, ndr), scritto nel 1968 e con cui il compositore proietta la sua musica verso il futuro e il Capriccio n°4 di Joseph M. Clément Dall’Abaco, in cui l’autore settecentesco, invece, pare volgere un malinconico sguardo verso il passato. Sull’idea della parola vengono poi eseguite due delle Quatre Récitations (la n°1 e la n°4) di Georges Aperghis, compositore greco naturalizzato francese, dalla scrittura sillabica, che in questi brani umanizza il violoncello in un concitato discorrere. Alle Récitations il violoncellista abbina una Chanson di un anonimo medievale che è lui stesso a intonare. Si arriva dunque al cuore del concerto, con il brano del compositore tedesco Enno Poppe intitolato proprio Herz, cuore, qui in prima esecuzione italiana, accoppiato con l’altrettanto palpitante Lamentatio di Giovanni Sollima. Il programma si conclude sull’idea della ferita rappresentata dalla prima delle due Lame di Franco Donatoni e la lacerante Sidun di Fabrizio De André. Un abbinamento audace che trova tuttavia totale naturalezza nell’interpretazione di Michele Marco Rossi, il quale confessa come i due autori facciano parte della sua vita «in modo viscerale, come prendere il caffè la mattina». Al pubblico entusiasta regala come bis la Sarabanda dalla seconda suite per violoncello di Bach, nella sua geniale magnificenza, il musicista più empatico di tutti i tempi.
È impossibile restare indifferenti dopo uno spettacolo di tale intensità: oltre alle notevoli capacità esecutive, oltre ad aver reso accessibile un repertorio considerato di nicchia a un pubblico non per forza abituato alla musica contemporanea, Michele Marco Rossi ha commosso, ha regalato un’esperienza da ricordare. Mi sono permessa di chiedergli quale fosse il segreto per riuscire a essere un artista che vive il proprio tempo in questo modo:

«Nella dimensione artistica vivere il proprio presente significa non smettere di cercarsi. Cercare la propria immagine e viverla. Per come ci si conosce, viversi e ascoltarsi nella maniera più genuina, profonda e instancabile. Andare avanti, instancabilmente, in quello in cui ci si ritrova. Guardarsi con limpidezza feroce, ché la limpidezza quando è vera è feroce. Essere limpidi verso se stessi. Avere il coraggio, che nasce dalla volontà di essere limpidi con se stessi e proseguire instancabili in questa direzione, in una costante ricerca in cui non bisogna smettere di interrogarsi. Quando ti guardi in faccia è il momento in cui ti sgretoli, ma è imprescindibile. Ti scontri con un’enorme difficoltà e complessità, ma è catartica. Quando la persona che abbiamo davanti porta le proprie difficoltà e i propri limiti e vediamo che corrispondono ai nostri, diventa impossibile poi separarsene. Quando un artista si presenta col suo carico artistico e con le sue difficoltà, permette al pubblico di ritrovarvisi, poiché è disarmato. Per me è la cosa più bella e da musicista cerco di fare questo».
Credo che Michele Marco Rossi ci riesca e sia un musicista da ringraziare e da seguire. Io, qui, spero di essere riuscita a raccontarvi un po’ della sua arte e di averne condiviso l’entusiasmo. Senza dubbio, con disarmata meraviglia.

Maria Beatrice Orlando © instArt

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