Il grande pregio e paradossalmente il difetto maggiore del Festival del cinema asiatico di Udine è di essere un contenitore del cinema popolare più vario senza quasi un tema se non quello di rappresentare il più possibile anno dopo anno l’attualità della cinematografia orientale. La scaletta delle proiezioni quindi comprende pellicole tra le più diverse; dal film intimo e meditato al Blockbuster fracassone, dalla tenera storia d’amore adolescenziale al Thriller macabro e sanguinolento, dal documentario a sfondo giornalistico alla comedy ridanciana.

Anche per il cinefilo più scafato è difficile orientarsi e non incappare nell’inevitabile pellicola di cattivo gusto ed è un brivido dell’imprevisto che rende più interessante sedersi in sala. A volte ci si sente come bambini di fronte ad una confezione regalo, con il desiderio e la frenesia di scartarla e vedere che sorpresa contiene. Si guardano, in qualche caso, pellicole che avremmo scartato a priori mettendo alla prova i propri gusti e uscendo dalla propria comfort zone. Certe volte si fanno delle belle scoperte, altre ci si arrabbia parecchio per le porcherie che capita di doversi sorbire. Ma come dicono proprio i cinesi: “Alcune volte si vince, le altre s’impara”. Di seguito si recensiscono perciò due coppie contrapposte di film che rappresentano, per chi scrive, tutto il meglio e tutto il peggio di quello che ha presentato il festival.

Midnight Swan di Uchida Eiji (Giappone 2020, 124’min) Il film che ha vinto il premio del pubblico di questo festival è davvero pessimo, stracolmo dei peggiori stereotipi cinematografici di genere e perfino auto-parodistico.

La sceneggiatura abborracciata e sconclusionata saccheggia a mani basse Il cigno nero di Aronofsky, Billy Elliot di Daldry, Il cinema di Almodovar e anche qualcosa di quello di Fassbiender, regalando allo spettatore un collage di banalità senza un minimo d’originalità.

Il riscatto di una ragazzina difficile avviene attraverso la danza e il rapporto affettivo con la pazza zia trans che attraverso la piccola scopre il proprio istinto materno. La visione della condizione Lgbt+ è perfino imbarazzante con tutto il rispetto possibile per le persone che vengono discriminate. Nel film i trans ritornano ad essere gli esseri buffi che si rappresentavano nel cinema italiano degli anni 50 per prendersene gioco. Perfino Fellini tratteggia un bozzetto, dolce e bonario di due “travestitini” ne La dolce vita.

In fondo, è lo stesso immaginario macchiettistico, virato verso il patetismo, cui attingono i deliri del sedicente senatore Pillon in Italia che vaneggia: “Se le persone transessuali sono donne col corpo da uomini, quelle tra loro che chiedono di tornare al loro corpo originario, chi sono? Uomini nel corpo di uomini ma che si erano sbagliati? O forse sono solo colpevoli di transfobia? Ma non è più semplice cancellare le ideologie e riconoscere che siamo maschi o femmine? Perché giocare con l’identità? Perché confondere i bambini nella delicata fase della pubertà?”

Francamente non se ne può più di immagini caricaturali e bozzettistiche di questo tipo. La persona transgender è rappresentata, nel film di Uchida Eiji, solo come un rifiuto della società, una specie di clown sempre deriso e insultato, una specie di strano animaletto da circo che ci commuove e ci muove a compassione per la propria condizione di inferiorità. La zia trans insieme agli altri suoi compagnucci si mantiene con un numero Burlesque in un localino equivoco di Tokio ispirato al Lago dei Cigni di Tchaikovsky. Il sogno delle ballerine è quello di racimolare abbastanza denaro per potersi finalmente operare a Bangkok; molte di loro non ce la fanno perché trascinate nel vizio o per mancanza di carattere e finiscono a prostituirsi, oppure per morire “infetti” su una spiaggia guardando sconsolati l’orizzonte.

La ragazzina borderline e autolesionista che viene affidata alla zia trans, guarda caso, si scopre, da zero, un talento della danza a livello mondiale e le basta studiare un paio danni per calcare i palcoscenici più prestigiosi. Perfino le coreografie dei balletti sono inesistenti e sciatte, il regista si limita ad inquadrare il visino dell’incantevole fanciulla e poco altro. E’ “la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude”. Pessimismo e fastidio.

Death Knot di Cornelio Sunny (Indonesia 2021, 103’min) Il buon Cornelio, regista e interprete, ha dichiarato che il film è stato il frutto della sua dolorosa elaborazione del lutto per la perdita del suo amato cane Nero (R.I.P. 2011-2018). Possiamo liberamente parlare perciò di “un film da cani”.

Come si dice nel campo della recitazione, cani qui lo sono un po’ tutti. Cani il regista, lo sceneggiatore, lo scenografo, cagna la protagonista, un vero branco di cagnoni tutti gli attori perfino le comparse. Involontariamente si tratta di un prodotto per cinofili e non per cinefili che vogliono scoprire l’ebrezza degli horror indipendenti indonesiani.

Davvero Death Knot può concorrere a livello internazionale come uno dei peggiori film del decennio per com’è stato concepito e realizzato. C’è da chiedersi se chi realizza tale immondizia si guardi il risultato finale dopo aver girato e montato; non si riesce a credere che il regista e i suoi collaboratori non si siano accorti di quello che avevano fatto e non si siano fatti qualche domanda sulle loro reali capacità. Non avremo mai una risposta e il nostro sconcerto durerà ancora a lungo.

Il soggetto del film, per quanto scontato, sulla carta prometteva bene: tenebrose credenze pagane della civiltà arcaica indonesiana, contrapposte al materialismo della civiltà consumistica della metropoli Jakarta; sangue, misteri, morte. Niente di nuovo ma l’horror dal Nosferatu di Murnau in poi ha smesso di essere originale, perciò non c’era da essere prevenuti.

Nelle prime immagini una donna in una vestaglia logora, in mezzo ad una cupa foresta, danza in modo scoordinato e folle attorno ad un idolo, poi sale in modo scimmiesco su un albero per impiccarsi in una sequenza piuttosto inquietante.

La stessa scena viene sognata nello stesso momento, come terribile, angoscioso incubo da una coppia di fratelli nel cuore della modernissima Jakarta. Sono il figlio e la figlia dell’impiccata che, naturalmente, decidono di tornare al loro antico villaggio per dare un ultimo saluto alla genitrice e per capire cosa l’abbia spinta ad un gesto così disperato. Arrivati nel piccolo villaggio si accorgono dell’ostilità che li circonda. La loro madre era una sciamana in combutta con gli spiriti della foresta che pretendono ciclicamente sacrifici umani.

I due fratelli isolati nella vecchia casa della strega che li ha generati combatteranno fino alla fine contro quelle forze maligne che li spingerebbero ad appendersi per la gola, ma solo lui è destinato a sopravvivere. L’idea poteva dare luogo anche a qualcosa di visivamente accettabile ma la totale incapacità cinematografica di Cornelio Sunny e dei suoi collaboratori, tutti compresi, ha generato una catastrofe con pochi paragoni. Il film si conclude poco prima del probabile linciaggio del protagonista da parte dei villici che credono sia ancora in vita perché ha fatto un patto con il maligno. A dire il vero qualche pensiero violento di quel tipo viene anche allo spettatore e molto prima che finisca il film. Si fa per scherzare, naturalmente.

Drifting di Jun LI (Hong Kong 2021, 112’min) Film rivelazione di questo festival racconta la vita vera di un gruppo di senzatetto a Hong Kong. Non c’è alcun romanticismo nella visione del regista, i vagabondi che rappresenta non sono simpatici clochard cartolineschi, ma persone problematiche che la società ha messo ai margini e che continua a vessare.

Nel 2012 alcuni senza tetto che vivevano per le strade di Hong Kong fecero causa alla città per essere stati sgomberati in malo modo. Gli avvocati volontari che li sostenevano furono costretti ad una lunghissima vertenza giudiziaria che si è conclusa solo un paio di anni fa intrecciandosi, in qualche modo, con le recenti proteste contro la Cina di Pechino e le sue ingerenze. Il regista è partito da questo fatto di cronaca per dipingere un affresco della nuova città verticale che si sta letteralmente mangiando ogni spazio di umanità, fagocitando i corpi dei propri abitanti, disumanizzandoli.

Il protagonista del film esce di prigione e non avendo dove andare se ne ritorna ad un angolo di strada nel peggiore quartiere della città. Con le sue quattro povere cose si appresta a sopravvivere tra cartoni ed immondizie come ha sempre fatto da quando la sua vita è andata a rotoli. Per sopportare la sofferenza e la fame di quell’esistenza da marciapiede si fa in vena di eroina. Nottetempo l’amministrazione comunale decide di fare “pulizia strade”, vigili urbani e volontari li sgomberano in malo modo buttando in discarica i loro quattro stracci. Ancora una volta rimangono senza niente finendo per costruirsi alcune baracche sotto un cavalcavia in attesa del prevedibile prossimo sgombero.

Una giovane assistente sociale insieme ad altri volontari, cerca di fornir loro un minimo di assistenza e li convince a chiedere un risarcimento per quanto gli è stato sottratto. Il regista ci mostra la varia umanità che circonda le disgrazie del protagonista. Ci sono: il vecchio vietnamita scappato dal suo paese in guerra decenni prima, la dolce ex prostituta che dopo essersi disintossicata fa la badante all’amica paralitica, il ragazzo balbuziente e frustrato scappato di casa, gli spacciatori e via di seguito. Tra le tante, due scene, in particolare, valgono tutto il film. Nella prima vediamo l’assistente sociale nel proprio appartamento in un altissimo grattacielo del centro che sembra riflettere sul fatto che per lei, che abita in paradiso, scendere, di tanto in tanto, nell’inferno degli slums è quasi una gratificazione al proprio senso civico e morale.

Ancora più incisiva della prima, la scena notturna che vede il tossico protagonista e il giovane balbuziente salire sull’altissima gru e, guardando la caotica città dall’alto che sta dilagando mangiandosi i quartieri popolari, orinare. Come cantava Dalla: “Angelo, se io fossi un angelo, con lo sguardo biblico vi fisserei…poi sulla testa vi piscerei, sui vostri traffici, sui vostri dollari, sulle vostre belle fabbriche”.

L’amministrazione comunale, infine, vuole contrattare sul risarcimento e rifiuta le pubbliche scuse. Il protagonista nella sua disperazione ha però mantenuto la propria dignità e non accetta di piegarsi e preferisce morire bruciato e solo nella propria baracca che cedere. Interpretazioni attoriali superbe per un film che merita grandi applausi.

Guardandolo a qualcuno forse è venuto in mente un episodio piuttosto recente della cronaca italiana documentato da un video “molto eloquente nel quale si vede Angela Cornegia, assessore alle Politiche sociali del comune di Como mentre si avvicina ad un clochard addormentato, per sottrargli la coperta e dopo averla buttata, costringerlo ad alzarsi per consentire la sanificazione dei portici sotto i quali aveva trovato riparo insieme ad altri senzatetto.”

Back to the Wharf di Li Xiaofeng (China 2020, 119’min) Anche questo ottimo dramma familiare e sociale riflette sulla corruzione che ha contaminato e compromesso la società cinese attraverso la frenetica attività urbanistica e immobiliare.

Alla brama di denaro viene sacrificato tutto perfino la vita umana, i rapporti familiari si trasformano in ricatti e tradimenti al solo fine del profitto e l’amicizia viene sacrificata alla realizzazione finanziaria personale.

Negli anni Novanta del secolo scorso, in una città costiera del sud est cinese in forte espansione urbanistica si svolge il dramma del giovane protagonista che si vede togliere la borsa di studio all’università in favore di un amico figlio di un costruttore molto influente. Vuole chiedere spiegazioni ma viene coinvolto in un omicidio assieme al proprio padre sotto gli occhi dell’amico rivale. Il giovane è costretto a lasciare tutto, scappare dalla città e darsi alla macchia. Ritorna dopo quindici anni per il funerale della madre.

La città è completamente cambiata sia nel suo Skyline sia nel cuore delle persone. Suo padre, da piccolo funzionario pubblico si è trasformato in un palazzinaro senza scrupoli, l’amico che è andato all’università al posto suo, è ora un immobiliarista privo di scrupoli e mafioso. Il vecchio omicidio è alla base dell’ascesa sociale di entrambi e coinvolge nuovamente il protagonista in una serie di sanguinosi ricatti che gli impediscono di vivere la sana vita onesta alla quale ormai si era rassegnato pur portando su di se il peso della colpa dell’antico delitto.

Potrebbe adattarsi anche lui ad una vita di corruzione e malaffare sacrificando anche il rapporto con la nuova compagna che sembra amarlo moltissimo e che gli darà presto un figlio, ma ha conservato ancora quegli imperativi morali che gli altri sembrano aver perso del tutto, compreso il padre che si è rifatto una nuova famiglia e lo vede ormai come un ostacolo sulla via del proprio successo.

Nella drammatica scena finale tra i pescherecci ormeggiati nel molo della diga foranea che li protegge dalle tempeste, dalla cui funzione il film trae la metafora per il proprio titolo, il figlio finisce per accoltellare il padre e suicidarsi cancellando nel sangue la colpa che gravava su entrambi e su quello scambio generazionale che ha piegato la Cina davanti alle seduzioni del Capitale.

Con buona pace del Grande timoniere Mao Tse-Tung che nel suo Libretto rosso raccontava la storia di “Come Yu Kung rimosse le montagne” che sbarravano la vista alla sua casa. A colpi di zappa con l’aiuto diligente dei propri figli, ogni giorno si impegnava nella sua impresa e a chi lo derideva diceva: “Io morrò, ma resteranno i miei figli; morranno i miei figli ma resteranno i nipoti, e così le generazioni si susseguiranno all’infinito. Le montagne sono alte ma non possono diventarlo ancora di più e ad ogni colpo di zappa saranno, invece, più basse.”

© Flaviano Bosco per instArt

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