Lei è ragionevole ma vago”. Così un professore alla fine di un esame universitario giustificò il basso voto che stava per darmi (e che io accettai comunque). Questo mantra che mi rincorre da  quei ( lontani ) tempi ben si adatta alla figura di Daniele Silvestri, on stage al Parco delle Rose di Grado, nell’ambito della rassegna Onde Mediterranee. A mio parere, nei suoi quasi cinque lustri di attività il cantautore romano si è sempre mantenuto in una terra di nessuno tra cantautorato, canzone italiana, rock e derivati, senza quella padronanza della materia che, colleghi come ad esempio Agnelli o Brunori dimostrano (o hanno dimostrato) di possedere. L’impressione è che Silvestri abbia sempre cercato l’ispirazione in vari generi senza volerne approfondire alcuno, riuscendo però ogni tanto a centrare il bersaglio ed a colpire il cuore ( e le orecchie) del pubblico. Questo per quanto riguarda la vaghezza. La ragione invece è presente non tanto nei testi delle canzoni, quanto in prese di posizione che vanno al di là del politically correct di comodo, ma sembrano sincere. In questa ottica va visto il supporto alla vicenda Regeni, ribadito nella serata gradese alla presenza dei genitori dello sfortunato Giulio. Il concerto al Parco delle Rose ha palesato questi aspetti, di fronte ad un pubblico entusiasta (socialmente distanziato, quasi un ossimoro, visto che i concerti dovrebbero portare vicinanza e comunanza), felice di ascoltare la dimensione live delle canzoni e di passare una serata distesa carezzata dalla piacevole brezza marina. Partito in solitaria, piano e voce, il cantautore romano è poi passato al formato live classico accompagnato da una band precisa e competente, che ha assecondato i salti temporali del suo repertorio, abbracciando, in maniera non sempre convincente, vari generi musicali. Quando il tono è passato su temi reggae-ska o rock “pestato” purtroppo la tecnica non ha sopperito una certa mancanza di “cattiveria”. Meglio quando i fiati hanno dato una dimensione soul e calda a ballate che altrimenti avrebbero avuto un tono più dimesso. Le due ore del live sono passate quasi lisce, a parte in alcuni momenti in cui il cantante ha presentato alcune canzoni, dilungandosi forse troppo, a discapito del ritmo della performance. Momenti significativi non sono mancati: la cover di Gaber, io non mi sento italiano, convinta e nelle corde del cantante, non è stata un semplice e meccanico omaggio; nelle atmosfere avvolgenti di Sornione è parso a suo agio; Il mio nemico è un inno che colpisce sempre. C’è stato anche un omaggio alla “gioventù grunge” con Il dado, proposto in versione quasi unplugged, deludente a dir la verità, per fortuna seguita da Strade di Francia, forse uno degli apici della carriera di Silvestri, avvolgente e poetica anche dal vivo. Poi via con gli encore, con Salirò sugli scudi. In definitiva una discreta serata, fresca e rilassante come una birra bevuta sulla spiaggia, senza emozioni forti ( ma mica devono esserci sempre!) e buona per pulirsi dalle scorie post lockdown. Questa è forse la reale dimensione di Daniele Silvestri, anche se lo preferiremmo più centrato. Meno vago appunto. Tempo e capacità per approfondire ci sono. Play it again Dan.

© DaDaDreaD per instArt

Share This