Si è conclusa nei giorni scorsi la meravigliosa mostra fotografica di Cristian Macchitella, autentico poeta della luce con la macchina fotografica.

L’esposizione si è tenuta nei locali del ristrutturato spazio d’arte Bejaflor, sede dell’omonimo vivaio, un luogo di grande suggestione ricavato da un’antica casa contadina, nella prima periferia di Portogruaro che ha in sé il fascino dell’antico e l’urgenza del presente. Solo fino a qualche decennio fa in aperta campagna alle porte della città del Lemene, oggi, pur conservando la sua vocazione silvestre, si trova stretto tra l’avanzare della città e il nuovo svincolo autostradale. E’ diventato così un luogo di forti contraddizioni e d’inquietante bellezza, un’isola di pace e d’immaginazione, un paesaggio in piena trasformazione.

Non poteva esserci luogo migliore per ospitare le immagini di Macchitella, anch’esse quasi una finestra su una realtà mutata e mutante proveniente da un passato fatto di istanti che per definizione sono effimeri. Chi conosce l’artista e i suoi lavori sa bene che da sempre ha annotato le proprie e le altrui emozioni attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica che è quasi un’estensione della sua sensibilità e percezione. La pellicola fotosensibile e poi la ram digitale gli sono serviti come block-notes per i suoi appunti di vita quotidiana.

Lo stilo per incidere quelle immagini della memoria visiva è l’obiettivo della macchina fotografica sempre considerato un mezzo e non un fine di una sensibilità tutta propria che si nutre di istanti e desideri di grana sottile e di rara raffinatezza, facendo manifestare qualcosa che non potrà mai darsi davvero fino in fondo. Macchitella lavora proprio sulla nostalgia e sul riaffiorare di una lontana memoria archetipica e simbolica.

La mostra si componeva di una teoria di scatti lunghi più di trent’anni. E’ stata una vera e propria passeggiata tra immagini di viaggio nell’est europeo prima e dopo la caduta del Muro, spiagge alto adriatiche desolate e solitarie, interni d’osteria in chiaroscuro e paesaggi immaginati sui volti dei bambini e dei vecchi. Silenzi, attese ed esitazioni in un bianco e nero scabro e sognante.

Guardando le opere e pensando al loro significato venivano in mente le parole di Robert Walser nel suo essenziale , La passeggiata:

Il sovraintendente o tassatore disse: “Ma lei, la si vede spesso andare a spasso!”

A spasso” risposi “ci devo assolutamente andare, per ravvivarmi e per mantenere il contatto con il mondo…Senza passeggiate e la relativa contemplazione della natura, senza questa raccolta di notizie , che allieta e istruisce insieme, che è ristoro e incessante monito, io mi sento come perduto, e realmente lo sono. Con grande attenzione e amore colui che passeggia deve studiare e osservare ogni minima cosa vivente: sia un bambino, un cane, una zanzara, una chiocciola, un topo, una nuvola, un monte, una foglia, come pure un misero pezzettuccio di carta gettato via, sul quale forse un bravo scolaretto ha tracciato i suoi primi malfermi caratteri. Le cose più sublimi e le più umili, le più serie come le più allegre, sono per lui in egual misura care belle e preziose.”(Adelphi, 1976 pag. 65-66)

Questo sembra essere il senso del girovagare nella memoria di Macchitella e delle sue immagini che evocano e suggeriscono tutto quello che sembra non servirci ma che, se visto dalla prospettiva del cuore, ci è davvero utile.

Uno scatto fra tanti, dall’evocativo titolo di The Dead, riassume tutto il percorso del fotografo nella disciplina della memoria. Si vede un vecchio di spalle che guarda una serie di epigrafi affisse ad un muro e tiene il suo bastone da passeggio a due mani dietro la schiena. Chi conosce la realtà dei lenti paesi della prima pianura padana sa bene quanto significativa e comune sia una scena del genere. Il vecchio sembra pensare: “Ecco anche oggi non ci sono, un altro giorno guadagnato, è già qualcosa”. Sbirciamo da dietro le sue spalle una realtà che sembra appartenerci. E’ un mondo assolato e placido, solitario e meridiano. Dietro l’angolo intravvediamo una strada lastricata di buone intenzioni che prosegue verso il sole del pomeriggio.

Un’altra immagine veramente immaginifica ed aperta verso gli orizzonti del futuro, è quella che vede una piccola calle di un paese di mare (Rovigno) che, stretta tra due edifici, sfocia tra l’acqua e il cielo di una piccola cala in una luce che verticalizza le distanze e i luoghi in una caligine accecata. Due figure nell’esatto punto di fuga della prospettiva frontale sembrano confabulare per decidere se procedere nel sole o tornare. Quello che l’obiettivo coglie è esattamente quel momento di sospensione, quell’incertezza dell’indecisione dal cognito all’incognito tra il battito e l’eterno che, in fondo, rappresenta quell’agitata stasi senza alcun senso che è l’esistenza di ognuno di noi.

Le parole più belle ed intense sull’arte del fotografo le ha però dette l’appassionata letterata, amica del cuore, Laura Grego alla vernice della mostra che si riportano integralmente, perché sinceramente ispirate e vibranti: “Tralascio i ringraziamenti iniziali per l’ospitalità e ricordo solo con un accenno quanto il luogo sia perfetto per la grande sintonia con le foto e con la natura dell’arte di Cristian Macchitella. Un rifugio semplice ed accogliente, immerso nel verde. Il mio intervento in qualità di appassionata di cose belle e soprattutto di amica del cuore. Ho sempre considerato la capacità di Cristian Macchitella di comunicare attraverso le sue fotografie come un Dono, un vero talento, i suoi scatti trasmettono una sensibilità fuori del comune, lo si nota non solo per i soggetti inquadrati ma anche dalle particolari ed insolite prospettive e dalle scelte stilistiche, come ad esempio il sontuoso bianco e nero. Le immagini che compongono la mostra raccontano storie quasi come fossero vergate in un diario: bambini con il mare, adulti con i loro riti, preghiere e quotidianità; anziani tra solitudine e malinconia; luci e ombre; e ancora il gioco, la gioia, la vita e la morte.

Tutto questo raccontato in un chiaroscuro che evoca un mondo quasi astratto, che va al di là della semplice realtà rappresentata. Il bianco e nero è una scelta stilistica che suggerisce più che affermare, come fa il colore che però nonostante la sua forza emozionale, può essere fonte di distrazione per l’osservatore meno attento.

Qui invece abbiamo l’immagine nella sua linearità e semplicità. Riusciamo così a focalizzare la nostra attenzione sulle linee del paesaggio, sull’espressione dei volti, sulla forza e il significato delle linee e delle ombre. Quindi il B/N ci permette di arrivare all’essenza delle cose e delle persone, creando un ponte tra l’immagine e l’interiorità. Alla fine, nonostante tutto, percepiamo soprattutto il racconto, la foto in bianco e nero è fuori dal tempo, è astrazione, libertà, silenzio.

Le sue foto comunicano un sentire raffinato, originale e a volte inaspettato. In qualche modo ci parlano anche dell’artista e della sua personalità, del suo mondo interiore ricco e sfaccettato. Questi scatti raccontano anche di Cristian come persona vera, autentica, senza fronzoli, che ama l’essenzialità e la semplicità. Un essere libero, profondo, discreto e umile, in una parola sola: Adorabile.

Una poesia di Franco Arminio, tratta dalla silloge, Cedi la strada agli alberi, poesie d’amore e di terra (Chiarelettere 2017), riassume meglio di tante parole quello che siamo andati dicendo in queste righe:

Abbiamo bisogno di contadini,

di poeti, gente che sa fare il pane,

che ama gli alberi e riconosce il vento.

Più che l’anno della crescita

ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, al sole che nasce

e che muore, ai ragazzi che crescono,

attenzione anche ad un semplice lampione,

a un muro scrostato.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere

più che aggiungere, rallentare più che accelerare,

significa dare valore al silenzio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza.”

 Laura Grego e Flaviano Bosco per © instArt

Le foto sono pubblicate per gentile concessione dell’autore Cristian Macchitella

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