Stride parecchio parlare di un concerto eccezionaale, dal momento che non avremo per un bel po’ di tempo l’ccasione di ascoltarne un altro, fosse anche…normale. Il fatto è che Beth Hart ha tenuto due concerti all’Olympia di Parigi il 29 febbraio (solo piano e voce) e domenica 1 marzo (con la band) ed abbiamo avuto la grande chance di seguire il secondo: le emozioni che ha trasmesso sono state forti sotto ogni punto di vista.

Raggiunta la maturità musicale, l’artista di Los Angeles oggi dà il meglio di sè come voce, presenza scenica, doti compositive, una band di ‘amici’ più che colleghi e, last but not least, cantando testi che sono riflessioni estremamente profonde e personali che lei condivide con il pubblico a cuore aperto, come un valore in più per dare senso al concerto stesso e a tutta la carriera. “La sua sincerità e la sua vulnerabilità sono i suoi punti di forza”, usa dire Scott Guetzkow, suo marito e road manager.

Non tutti la conoscono in Italia e forse solo per le collaborazioni con il mitico Jeff Beck e con Joe Bonamassa, con il quale ha realizzato tre album ed un dvd live. È, però, una delle massime interpreti vocali in circolazione ed una delle più sincere artiste da palco, la sua vera dimensione. Una famiglia dalle tante disgrazie e lei stessa uscita da grandi problemi di alcool e droga grazie all’affetto e al costante impegno del marito e degli amici, in primis i suoi musicisti.

Ora è rinata e quel potenziale enorme viene generosamente condiviso con il pubblico dei suoi concerti, un pubblico che l’adora e la considera una di famiglia. Lei ricambia tutto ciò e l‘abbiamo verificato a Parigi, con il suo ingresso in sala dal foyer, cantando la intensa “Tell her you belong to me” fra le poltrone della platea e scambiando sorrisi, saluti, abbracci, selfie con il pubblico fino al termine del brano; poi due ore intense di concerto fra sincerità e sudore, emozionata dall’abbraccio del pubblico e da ciò che cantava al punto di fermarsi un paio di volte per chiedere aiuto al pubblico non ricordandosi l’incipit in un paio di brani.

Previsti 20 brani in scaletta, alla fine sono stati 22 e la Hart avrebbe voluto continuare, perché il calore del pubblico la caricava sempre più, commuovendola in più di un momento. Brani scelti da 11 album diversi, dal primo da solista, “Immortal” del 1996, all’ultimo ed eccellente “War in my mind”, del 2019. Brani sostenuti e coinvolgenti in cui si ritrova la carica di Tina Turner o di Janis Joplin e blues da brivido che, pur nella diversa impostazione, regalano sensazioni che sanno di Otis Redding e Nina Simone. E, proprio facendo riferimento alla sua voglia di raccontarsi, va tenuto presente che la scaletta non è mai stata la stessa nelle varie date del tour europeo, cosa molto rara.

La band matura che l’accompagna, Jon Nichols alla chitarra, Tom Lilly al basso e Bill Ransom alla battieria non è certamente la più virtuosistica dello showbiz, ma è perfetta, duttile e, specialmente, è ‘sua’ perché sa viaggiare sulla sua lunghezza d’onda e la capisce al volo.

Nessuna possibilità di annnoiarsi in sala, anche perché il lineup muta continuamente, da trio elettrico e voce a quartetto acustico stile skiffle, da voce, piano e contrabbasso a momenti solistici della Hart a piano e voce e, mooolto interessante, voce e basso acustico in “Learning to live” e “Isolation” del 1996. Una spanna sopra gli altri brani l’affascinante “Easy” che lascia senza fiato con le sonorità, sinuose prima e potenti poi, della Telecaster di Nichols e la finale, devastante “I’d rather go blind”, un classico di Etta James ed ora firma della stessa Hart, che stordisce definitivamente il pubblico impazzito ed in piedi sotto il palco.

Ad aprire la serata era stato il duo di un artista britannico che sta facendo parlare molto bene di sé e che avrebbe dovuto fra poco tenere un tour in Italia, purtroppo saltato, Kris Barras. Della stessa scuderia discografica della Hart, Barras è un cantautore fra rock, blues ed echi CS&N che in breve tempo l’hanno portato a riempire grandi sale, realizzare tre dischi di successo e significative partecipazioni nei programmi BBC, dopo che per anni era vissuto cimentandosi in estremo Oriente con ottimi risultati nelle arti marziali combattute nelle gabbie. Un ottimo start.

Dunque, un concerto indimenticabile, che sottolinea l’importanza dell’interprete e la sua passione rispetto alle note scritte, che conferma quanto la dimensione live sia la più efficace per apprezzare la classe, quella che non fa prigionieri, che crea il mito. È triste scriverlo ora che dobbiamo ‘accontentarci’ di buoni (mi auguro) cd, lp, dvd, blueray o di povere recensioni come la presente che ci dicono che cosa stiamo perdendo, perchè è nei concerti che la musica è più che mai…viva e capace di stregare.

Beth Hart verrà in Italia, per un’unica data il 2 agosto prossimo a Gardone Riviera, augurandoci che il coronavirus non sia più interessato a noi …ed alla musica.

Marco Miconi © InstArt

Foto Anna Miconi ©

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