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E' innegabile che la nostra sia l'era di Internet. La rete la fa da padrone (nel bene e nel male). In particolare tutti gli strumenti di condivisione come i social o youtube negli ultimi anni hanno dato visibilità ad artisti e creativi che altrimenti probabilmente non avrebbero visto mai -o molto più tardi- le luci della ribalta.
Peter Bence rientra in parte tra questi. "In parte" perché era già salito alla ribalta delle cronache nel 2012, quando è entrato nel Guinness Book of Records per il maggior numero di note suonate con un pianoforte (765) in un minuto. Record mantenuto fino a Marzo 2017 e che è bene tenere a mente, perché torneremo su questo tra un pò.



La vera popolarità (quella presso il cosiddetto "pubblico mainstream") gli deriva però da una serie di video postati su Youtube, in cui reinventa al pianoforte hit classiche del pop e del rock: da "Bad" di Michael Jackson, a "Don't stop me now" dei Queen, alla più recente "Cheap thrills" di Sia: ogni nuovo video macina milioni di visualizzazioni e fa crescere sempre più l'entuasiamo attorno al suo modo originale di rivisitare pezzi classici. Fino a farlo uscire dall'universo della rete e portarlo in quello reale, con un tour mondiale molto acclamato e che in coincidenza della fine di quest'anno ha finalmente raggiunto l'Italia.

Sono state solo due le date nel bel paese, Milano e Trieste. Abbiamo quindi potuto ammirare e apprezzare il nuovo fenomeno mondiale del pianoforte nella bella cornice del Rossetti, nella data di temporanea chiusura del suo tour (che riprenderà a Febbraio dalla vicina Slovenia). La domanda chiaramente è semplice, quasi banale: Peter Bence è davvero qualcosa di più dell'ennesimo fenomeno passeggero della rete? La risposta non è altrettanto lineare e necessita di una certa articolazione per essere spiegata a fondo.



Delineiamo innanzitutto un paio  di cose, così non dovremo più tornarci su: Peter Bence è un bravo musicista? Sì. Risulta lampante la conoscenza profonda dello strumento che lo contraddistingue, tanto che sin dai primissimi brani l'impressione che traspare è che Peter potrebbe farci ciò che vuole, anche smontarlo completamente e rimontarlo in cinque secondi. D'altronde non si rimane il pianista più veloce al mondo per cinque anni così, senza motivo.

Questa tanto decantata velocità è però anche  uno dei maggiori punti di perplessità dell'intero live. Per spiegarlo meglio si cercherà di fare un parallelo con un altro strumento, la chitarra. Prendiamo due tipi di chitarristi: il primo è un qualunque chitarrista metal, capace di maneggiare le corde del suo strumento con una tecnica e velocità impressionante, che possono far sembrare un brano più un esercizio di stile che una musica "sentita". Il secondo è David Gilmour, con le sue note lente e rarefatte ma che arrivano direttamente al cuore. Ecco, per certi versi Peter Bence è il chitarrista metal del pianoforte.



Non che la velocità in sé debba essere per forza negativa, sia chiaro. Ma l'uso che Peter ne fa lascia talvolta perplessi per quanto sfiori (o, a seconda dei gusti personali, valichi) il confine con l'abuso. Spieghiamo meglio: le sue cover generalmente seguono uno schema abbastanza semplice, con le note del pianoforte a seguire la linea vocale del pezzo originale, o eventuali assoli di qualche altro strumento nei momenti in cui la voce originaria tace. Queste linee melodiche vengono però sempre saturate di note, inserendone -in certi momenti pare quasi a forza- delle nuove tra quelle originali. A questo va aggiunta la sensazione di un aumento -a volta anche sensibile- dei BPM (Battute Per Minuto, traducibile come la velocità) di molti brani: basti pensare a "Don't stop me now", pezzo già molto brioso di suo, che nella versione accelerata di Peter risulta così "frettolosa" da essere quasi disturbante.



Nulla di vero, quindi, nel tanto decantato talento di questo giovane pianista ungherese? Nemmeno questo è corretto, per fortuna. Si noti infatti che finora si è parlato solo delle sue cover, che certamente peccano di molti difetti -dalla bulimia di note e di accelerazione, alla tutto sommato semplicità compositiva di fondo che si ritrova in molti altri canali su youtube- ma non dipingono un quadro completo. Per fortuna, infatti, questo tour mira a presentare anche l'altra faccia di Peter, quella di compositore originale. Diversi i brani scritti completamente da lui presentati anche nella serata triestina: e qui la musica (sia nel senso "reale" di tasti schiacciati, sia metaforico) cambia radicalmente. Di certo rimane la costante della velocità d'esecuzione ma anche questa acquisisce un nuovo senso quando la si cala in questa nuova dimensione.

E' nelle composizioni originali che risalta il "vero" Peter Bence e le sue potenzialità. I suoi brani sono infatti sempre interessanti e mai banali, oltreché derivanti sempre da un ragionamento in parte emozionale e in parte quasi matematico, come lo stesso Peter ha saputo ben spiegare a inizio di ogni pezzo. Basti pensare alla bella "Piano Piece Based on Fibonacci Sequence", costruita attorno al concetto matematico della famosa serie del matematico pisano del 1200. Ma anche allo studio che Peter sta effettuando sul pianoforte "a tutto tondo" e su tutti i tipi di suoni che esso può produrre (ad esempio a imitare batteria e percussioni, colpendo il legno dello strumento in vari punti). "Variazioni" che purtroppo non gli è stato possibile eseguire integralmente dal vivo per non rischiare di danneggiare lo strumento presente sul palcoscenico. Ma che è stato comunque possibile apprezzare grazie a dei loop da lui preregistrati.



Molto apprezzabile anche il modo in cui Peter si è interfacciato con il pubblico: ogni brano ha avuto una lunga e adeguata introduzione, spesso farcita da simpatici aneddoti sulla sua composizione. Nel corso della serata Bence si è "sciolto" sempre più, mostrandosi sempre più sorridente e affabile. E non è cosa da poco per un giovane di ventisei anni che -ritrovandosi di colpo proiettato nel cono di luce del successo mondiale- avrebbe potuto facilmente montarsi la testa.

Riassumendo, allo stato attuale nell'esibizione live di Peter di possono trovare molte luci ma anche tante ombre. Il talento c'è ed è cristallino. La speranza è che il giovane pianista dia sempre più spazio alle sue composizioni originali, abbandonando -o perlomeno minimizzando- al più presto la parte di repertorio dedicata alle cover. Che certamente è stata fondamentale nello "sdoganare" la sua immagine di musicista (troppo spesso viene fatta la superficiale equazione pianoforte = brani classici = noia) e nell'aumentare la sua popolarità ma che ora rischia di bloccarlo e relegarlo ad un ambito decisamente troppo stretto per un artista con potenzialità simili.

©LV/Instart

 

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