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"Il prezzo", a dispetto del nome breve, lineare -quasi banale- non è un'opera semplice. E' una storia stratificata, densa di intrecci che in continue involuzioni e evoluzioni ci fanno cambiare il punto di vista su tutto ciò che avviene sul palco. E alla fine delle vicende quello stesso breve, lineare -quasi banale- titolo si apre in un confuso ventaglio di possibili interpretazioni che fa alzare dal proprio posto in un silenzio inondato di domande. Il prezzo di cosa? Di un mobile? Della dignità? Di una vita?

Eppure tutto inizia in modo così semplice. A partire dal canovaccio che da il la a tutto: la semplice vendita di antichi mobili di famiglia prima che il magazzino dove sono riposti venga demolito. E continuando con la scarna scenografia: un magazzino ampio quanto il palco e quasi completamente vuoto, se non per un cumulo di mobili accatastati su un lato, a raggiungere il soffitto e a far intendere che là dove non possiamo vedere -tra le quinte- quella vastità di legni e tessuti possa cercare di lambire un punto notoriamente irraggiungibile come l'infinito.
Il decadente mobilio appare subito come una presenza dominante, nel suo marziale immobilismo che lascia sempre un sottile timore di vederlo di colpo rovinare al suolo, in quel vuoto dove gli attori presto dipaneranno i nodi delle loro esistenze. E' certamente la prima intuizione del fatto che non si parlerà "solo" di una vendita, che sotto ci sarà qualcos'altro che freme per uscire.


Nel vuoto del magazzino inizialmente si muove solitario Victor (Massimo Popolizio), a sistemare le ultime cose nell'attesa del broker che dovrà valutare l'affare. Popolizio dimostra ancora una volta la sua mimica e gestualità estremamente efficaci e fin da subito diverte e strappa più di un sorriso nel tratteggiare un uomo un pò goffo, quasi a disagio nella sua divisa da poliziotto. Egli viene presto raggiunto dalla moglie (Alvia Reale) e l'incontro è l'occasione per iniziare a farci capire qualcosa in più della storia.
Veniamo così a sapere che la famiglia di Victor era in passato ricca ma ha subito pesantemente il tracollo finanziario americano del 1929, perdendo tutto. Il padre -mai ripresosi dal duro colpo- si era trasferito in quel magazzino, e Victor ha gettato al vento i suoi studi, i suoi talenti e la sua vita per provvedere al genitore. Intraprendendo infine una carriera -mediocre e non voluta- nella polizia. Tutto ciò mentre suo fratello Walter si era allontanato dal padre, indifferente alle proprie responsabilità, continuando gli studi di medicina e diventando infine un affermato -e ricchissimo- chirurgo, con cui Victor non ha più rapporti da ormai sedici anni.
A questo si aggiunge l'insoddisfazione della moglie di Victor, mezza alcolizzata, delusa da una vita spesa nell'attesa che qualcosa cambi e ormai stanca di aspettare ancora.

Fino a questo momento tutto scorre ancora su binari abbastanza lineari e agevoli. Tutto ha una sottile vena di ironia, alcune piccole gag tra i due attori regalano momenti di ilarità. I personaggi vengono restituiti in modo molto vivido ma tutto sommato bidimensionale e risulta quindi facile "etichettarli" e provare per loro una ben precisa emozione. Solidarietà mista a pietà per un uomo indeciso, insicuro, vinto (Victor); lieve antipatia verso una donna insoddisfatta che fa pesare ogni cosa al marito.

Ma attenzione che ne "Il prezzo" le cose non sono mai come sembrano. L'opera è come un frutto con non una ma mille bucce, e l'iniziale apparente banalità dei personaggi è solo il primo degli innumerevoli scudi erti per difendere il nucleo -l'anima travagliata- del frutto.
Mancano ancora due tasselli al puzzle. Il primo è il broker a cui Victor si è rivolto, un vecchio ebreo (Solomon, un magistrale Umberto Orsini) che dall'alto dei suoi novant'anni mostra una brama di vita come pochi. Ma su di lui torneremo meglio in seguito; per ora basti dire che il suo approccio decisamente insolito all'affare -orientato più al conoscere Victor, la sua vita e i motivi che lo stanno portando a vendere- inizia a scrotare lo spessissimo strato di amarezza e risentimento dietro cui gli altri protagonisti stanno nascondendo tante, troppe cose. A togliere la prima buccia.

Il secondo e decisivo tasselo è Walter, il fratello di Victor che -in seguito a diverse telefonate senza risposta del fratello- si materializzerà finalmente proprio durante la stipula dell'affare. Ed è qui che tutto -caratteri, ruoli, stereotipi- inizia a crollare davvero. Le facciate iniziano a sfaldarsi e vecchi torrenti di emozioni forti e pressoché sempre negative iniziano a riemergere. Man mano che le barriere crollano e che Victor e Walter iniziano a turno a togliersi i classici sassolini dalla scarpa, tutto viene più e più volte rimescolato, rimettendo in gioco ciò che si era pensato fino ad allora dei protagonisti e facendo mutare anche radicalmente quelle emozioni e quell'empatia che inizialmente avevano suscitato.

Ed è così che pian piano si svela anche il tragico significato del titolo: il mobilio inizia a perdere la propria consistenza e a trasformarsi nello spettro di un padre troppo ingombrante, così come "il prezzo" di quel legname diventa qualcosa di effimero e perde completamente di importanza di fronte al "prezzo" di una vita: quella di Victor, immolata nel nome della devozione verso il padre e colma di risentimento per un fratello che sembra avergliela succhiata via e trasfusa in sè.
Nel turbine sempre più vorticoso delle rivelazioni e delle ripicche tutto viene rimesso in discussione. A partire da quei ruoli così velocemente e facilmente cuciti all'inizio: Victor il "buono" e Walter il "cattivo".
Victor che ha accettato di entrare in polizia per sostenere il padre in rovina. Walter che ha voltato le spalle alla famiglia. Walter che non ha concesso al fratello un prestito che gli avrebbe permesso di continuare gli studi.
Ma anche Walter che non lo ha fatto perché sapeva che il padre in realtà aveva ancora da parte dei soldi, e che non li avrebbe mai dati a Victor perché il genitore non poteva fare a meno di avere un figlio devoto al fianco.
E anche Victor che sotto sotto sapeva dei risparmi del genitore ma che non glieli ha chiesti. Victor che ha preferito dentro di sé accusare il fratello dei suoi fallimenti e che ormai è arreso alla propria figura di vinto, di vittima.
Man mano che si va avanti i ruoli si mescolano sempre più, ogni rivelazione sposta il baricentro dell'asse buono/cattivo, giusto/sbagliato. Si viene lasciati completamente persi, senza più un punto di riferimento, con quelle impressioni iniziali sui protagonisti completamente sfasciate. Ci si inizia a chiedere quale sia il "significato" di ogni personaggio. Quale quello di un uomo così avvezzo alla sconfitta da non essere più capace di risollevarsi nonostante se ne presenti chiaramente la possibilità, completamente prono di fronte al prezzo che ha dovuto (o che ha scelto di?) pagare. Quale quello di un fratello che -pur nelle sue offerte di aiuto nel corso dell'affare- non mette in dubbio nemmeno per un attimo le proprie scelte, addossando a Victor tutte le colpe della sua misera situazione? Quale quello di una moglie che -di fronte alla completa sconfitta e umiliazione del marito sembra recuperare stima di lui, tanto da non vergonarsi più della divisa da poliziotto che prima biasimava?

Una confusione assolutamente attuale, che si spoglia dei riferimenti storici e alla grande crisi per mostrarsi concreta e universale: perché ognuno di noi ha pagato e paga il prezzo delle proprie decisioni. A volte incolpando gli altri, a volte arrendendosi al ruolo che quel prezzo gli ha calato sulle spalle, sempre diventando quella massa informe in cui si mescolano giusto e sbagliato.

In completa antitesi con tutto quello che è stato scritto finora rimane l'ultimo protagonista: Solomon. Ormai novantenne, anche lui colpito da diverse disgrazie nel corso della vita (tra cui diverse bancarotte e il suicidio della figlia), non ha comunque mai perso la voglia di lottare e di vivere e continua a guardare a tutto con un sorriso. Da questo punto di vista è quasi il contraltare di Victor, piegato e senza più forza di reagire. Eppure rimane la figura più controversa: certamente l'unica davvero "positiva", quella che non si fa travolgere dall'uragano degli spettri del passato. Ma nello stesso tempo l'unica a rimenre enigmatica. Se gli altri vengono pian piano spogliati di tutte le loro bucce, fino a mostrare l'amaro cuore laggiù nel profondo, su di lui fino alla fine non si saprà mai niente di certo, su cosa si nasconde lì sotto. Vuole davvero buggerare Victor con un prezzo stracciato, come sostiene Walter? O la sua è davvero semplice bramosia di vita, perché -come lui stesso afferma più volte- dopo dieci anni di inattività ricominciare è come avere in regalo almeno altri cinque anni di vita? Non lo sapremo mai: Solomon è l'unico personaggio su cui non si riuscirà mai a esprimere un giudizio ma è sicuro che si verrà conquistati dalla sua leggerezza.

Ottima inoltre la prova di un sempre più sorprendente Umerto Orsini: un'interpretazione piena e felice, con una gestualità vivace che regala delicatezza ma mai sopra le righe. E che culmina in un allegro balletto finale che riassume perfettamente l'amarezza dell'intera opera, ad antitesi dell'abisso in cui sono precipitati i due fratelli e a crudele tesimonianza del fatto che, in affari, c'è chi perde e chi guadagna.

Di Popolizio si è già detto ma va aggiunta un'ulteriore lode alla sua performance: la lenta discesa agli inferi del suo Victor è palpabile, con un dolore crescente che si palesa anche nella gestualità sempre più incerta e alla caduta finale, fino al sigillare nuovamente -come per il resto della sua vita- e d'improvviso tutto dentro di sè e a riprendere il controllo per proporre alla moglie di andare al cinema, come se niente fosse accaduto.

Certamente impeccabili anche le prove di Elia Schilton (Walter) e Alvia Reale, che pagano però il pegno di condividere il palco con due colleghi -Popolizio e Orsini- che francamente si dimostrano su un altro piano.

Va inoltre segnalato agli autori (Popolizio alla regia, con la direzione artistica di Orsini) un ulteriore merito: aver divulgato un'opera come "Il prezzo", che fino a qualche anno fa era ancora inedita in Italia e che ora è finalmente conosciuta grazie alla traduzione di Masolino d'Amico che ha fatto da ossatura a questa riduzione teatrale.

©LV/Instart

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