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    09.06.2017 11:01

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“I temi fondamentali che ordiscono la trama del quotidiano presente sono molti. L’effettiva conoscenza dei quali non è mai assoluta, non è mai sufficiente e troppo spesso se ne parla a sproposito” esordisce Gianluigi Savino, Sindaco di Cervignano, cittadina che da qualche anno ospita con successo il Festival. Fare informazione corretta, è questa la scommessa che afferma l’edizione 2017 di Lettere Mediterranee. La dialettica e la pluralità di idee e opinioni è una faccenda, tutt’altra è invece la disinformazione. Il Mediterraneo è un luogo di confine che unisce ma separa. Anziché viverlo come culla di pacifica e plurale coabitazione, lo si vive filtrato da cieca distanza xenofoba.

Onde Mediterranee è giunta alla ventunesima edizione. Lettere Mediterranee, la sezione di incontri letterari, cultura e pensiero, tessuta all’interno del Festival Onde Mediterranee, dal 20 al 22 luglio ha vivificato gli spazi del Teatro Pasolini. Grandi nomi della scena corrente si sono confrontati e hanno dialogato assieme hai presenti riguardo ad argomenti tanto attuali quanto complessi. La kermesse si è articolata in tre appuntamenti, momenti di riflessione e approfondimento con personalità della letteratura, della cultura, della ricerca e del giornalismo, atti ad indagare i rapporti del mondo odierno con la storia passata, le problematiche e le trasformazioni sociali, culturali ed economiche che concernono il Mediterraneo e il Sud del mondo.

Il fil rouge che ripercorre tutti gli incontri è il fenomeno delle migrazioni, tra cause e drammatiche implicazioni. Gli appuntamenti si sono focalizzati su tre punti principali: la questione siriana, la tortura, la critica dell’attuale modello di sviluppo globalizzato e i suoi possibili sbocchi; prefigurazioni ideali ma anche passaggi concreti verso nuove realtà che coinvolgono concezioni possibili della comunità umana, del lavoro, dell’economia, dell’ambiente.

 

Per quale via. Comprendere la questione siriana.

Giovedì 20 luglio sulle note di “I bordi del mare”, canzone dedicata ad Aylan Kurdi, Francesco e Nicola Tirelli hanno dato inizio con giusta suggestione al primo incontro. –Che strana creatura l’uomo: si commuove, e subito poi volta le spalle-. Farouk Mardam Bey, Elissabetta Bartuli, Riccardo Cristiano e Paola Gandolfi si sono confrontati sugli scenari di guerra contemporanea e in particolare della Siria. Farouk Mardam Bey, Parigi (già Bibliotecario all’Istituto di Lingue e Civiltà Orientali e direttore della pubblicazione “Revue d’études palestiniennes”, consigliere culturale presso l’Istituto del Mondo Arabo, dirige “Actes Sud”, la collana “Sindbad” dedicata principalmente alla traduzione della letteratura araba classica e contemporanea) ha dipinto il contesto della situazione attuale, mostrando come questa possieda radici fin dagli anni ’70, molto prima della cosiddetta Primavera Araba del 2010-2011, “la Rivoluzione orfana”, “la Rivoluzione impossibile”. Sei anni di guerra e più di 400.000 morti. Emerge come estremamente drammatica, complessa e di carattere internazionale, la questione siriana.

-Necessario è discorrere della Siria partendo da noi. Che cosa ci è accaduto?- esordisce Riccardo Cristiano, Roma (giornalista Rai, collaboratore di Reset, autore del libro “Siria. L’ultimo genocidio”). –siamo sicuri che il piccolo Aylan, bimbo fotografato senza vita sulla spiaggia, ci abbia commossi?- afferma. Ci sono moltissimi minori non accompagnati che approdano e nessun provvedimento è stato preso dall’Unione Europea. Siamo attenti alla storia reale di queste persone? Si è verificata una “baathizzazione” del pensiero europeo, l’ideologia del Baath è stata importata in Europa. Il male genera male. I siriani non hanno solo un nemico, Assad e nemmeno due, i salafisti ma ne hanno tre, anche l’intero ordine globale gli è in opposizione. Solo mediante un impegno di dimensione sopranazionale che garantisca un piano di sicurezza internazionale può modificare realmente la situazione, o la guerra continuerà.

 

Per quale futuro. Percorsi per un domani possibile.

Venerdì 21 luglio Loris De Filippi, Alberto Felice De Toni, Pierluigi Di Piazza e Maurizio Pallante hanno affrontato, ciascuno dal personale punto di vista ed esperienza, il futuro prossimo scaturito dal presente malato. Maurizio Pallante, Roma (Presidente emerito del “Movimento per la decrescita felice”, collabora con Carterpillar ed è membro del comitato scientifico del progetto “M’illumino di meno”), ha parlato di ambiente e di economia. Ci sarà equità tra gli uomini solo nel momento in cui ci sarà equità tra gli esseri umani e tutti gli esseri viventi. Necessario risulta inoltre un cambiamento radicale culturale della concezione dell’economia. L’economia deve essere al servizio degli uomini e non il contrario.

Pierluigi Di Piazza, Udine (Fondatore e Presidente del Centro di Accoglienza e Promozione Culturale “Ernesto Balducci” di Zugliano, laurea honoris causa dall’Università di Udine in “economia della solidarietà”) definisce –Il Mediterraneo come immenso cimitero- affermando l’urgenza di una rivoluzione antropologica culturale. È necessario liberarsi da una visione antropocentrica costituita da chiacchiere stucchevoli che non hanno presente, né futuro.

-Non ci interessa della situazione del mondo fin tanto che non varca il nostro confine- afferma Loris De Filippi, Udine (Presidente di Medici Senza Frontiere), –la disperazione non viene fermata dai muri-. Infine Alberto Felice De Toni, Udine (Magnifico Rettore dell’Università di Udine), attesta l’imprescindibile ruolo dell’educazione in vista di un cambiamento possibile. L’educazione è lo strumento più importante per cambiare il mondo attraverso la conoscenza, la consapevolezza, la capacità critica in un’ottica di cittadinanza globale.

 

Per quale uomo. Libera tortura.

La tortura rappresenta un dato contemporaneo, drammatico e presente nelle democrazie, che necessita del nostro “no” viscerale. Alessandra Ballarini, Gianpaolo Carbonetto, Gianfranco De Maio e Marco Tarquinio ne hanno discusso sabato 22 luglio durante l’ultimo appuntamento di Lettere Mediterranee. Inizia Gianpaolo Carbonetto, Udine (giornalista e blogger, saggista, inviato ed esperto di vicende balcaniche e del mondo arabo) denunciando e facendo la cronaca della tortura, partendo dalle origini nella storia passata fino a giungere ai giorni nostri, in cui si è verificata una vera e propria democratizzazione della stessa. Gianfranco De Maio (responsabile medico di Medici Senza Frontiere Italia) si occupa a Roma di un Centro di riabilitazione per sopravvissuti a trattamenti inumani e degradanti, riflette sul rapporto tra tortura e potere. Marco Tarquinio, Roma (giornalista, direttore del quotidiano L’Avvenire) afferma la necessità di una crescita della coscienza civile e di dovere di chi fa informazione.  Alessandra Ballarini, Genova (avv. Adif –Associazione Diritti e Frontiere- e consulente di Terre des Hommes) analizza i punti controversi della legge sul reato di tortura approvata in Italia e ha mostrato la relazione contrapposta tra empatia e tortura.

 

Urge sbarazzarsi di quella comoda paura di disturbare; urge interessarsi, informarsi, partecipare e agire. Ciascuno ha un compito particolare e diverso, ognuno accomunato da quella responsabilità di sistema che dovrebbe vigere sovrana.

Tutti i diritti umani sono universali, indivisibili, interdipendenti e interconnessi. La comunità internazionale ha il dovere di trattare i diritti umani in modo globale e in maniera corretta ed equa, ponendoli tutti su un piano di parità e valorizzandoli allo stesso modo. Benché debba essere tenuto presente il valore delle particolari e differenziate condizioni storiche, culturali e religiose, è obbligo degli Stati, tenendo conto dei propri sistemi politici, economici e culturali, promuovere e tutelare tutti i diritti umani e le libertà fondamentali.

Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sui Diritti Umani, Vienna 14-25 giugno 1993

Nicoletta Simoncello © instArt

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